Il dibattito è aperto solo da qualche anno, perché se ultimamente molte neo mamme preferiscono non usarla, un tempo era la prassi. Parliamo della pancera post-gravidanza, una fascia contenitiva da utilizzare dopo il parto per qualche tempo.
Ma a cosa serve? Ed è davvero utile? Oppure è meglio lasciare che i muscoli riprendano la loro forma più naturalmente?
Innanzitutto, è bene chiarire una cosa: non c’è niente di male nella pancia dopo il parto! Non c’è niente di male nella pancia in generale, certo, ma dopo il parto ancora di più. Perché è normale e naturale. Detto questo, è altrettanto normale ed è un diritto di tutte non sentirsi completamente a proprio agio. Soprattutto quando la gente non si fa gli affaracci propri e ad ogni uscita ci si sente rivolgere la fatidica domanda. Esatto, proprio quella: “Ah, ma sei già in attesa del secondo?!”.
Molte donne, quindi, preferiscono usare la pancera proprio in questo caso, ovvero per uscire di casa sentendosi maggiormente a proprio agio. E non c’è nulla di male.
Qui, tuttavia, parleremo della funzione pratica della pancera (o panciera), e non di quella prettamente estetica e di confort. In altre parole: la pancera serve? Fa male o fa bene?
La pancera post parto va utilizzata nei giorni e nelle settimane successive al parto, quando i muscoli addominali sono ancora distesi e l’addome è gonfio. È normale, è fisiologico, e dopo qualche tempo la pancia tornerà suppergiù quella di prima della gravidanza.
Se tuttavia ci troviamo di fronte ad un problema di diastasi addominale (ovvero al problema della pancia che non se ne va, con l’addome sempre più rilassato e gonfio), in quel caso il problema è maggiore e più serio, ed è meglio rivolgersi ad un medico (e di certo non ad una pancera). Qui un articolo dedicato alla diastasi addominale dopo il parto.
Tornando quindi alla pancera, questa è uno strumento che ricorda una fascia o una mutanda e che avvolge completamente l’addome e la schiena, fin sopra l’ombelico, svolgendo una funzione di contenimento e modellante. Spesso la troviamo a compressione mirata, elastica al punto giusto, in modo da svolgere la famosa azione rimodellante. E andrebbe usata solo per qualche ora durante la giornata, e mai durante la notte.
Se fino a qualche tempo fa le ostetriche la consigliavano senza battere ciglio, ora le scuole di pensiero sono due. La prima è quella classica, che consiglia ancora la pancera come strumento utilissimo nella transizione verso la pancia di prima. La seconda, invece, ne sminuisce i benefici.
Me vediamo nel dettaglio i pro e i contro. I benefici della pantera sono di certo la capacità di aiutare la mamma a tenere una postura corretta nel dopo parto; sostenere i muscoli addominali e lombari che in gravidanza si sono rilassati; togliere un po’ di fatica; e, come dicevamo, dare sicurezza alla mamma in senso estetico.
Gli svantaggi, invece, sono i seguenti: la pancera da portare dopo la gravidanza aumenterebbe per alcuni il rischio di prolasso uterino e rettale e l’incontinenza, a causa della pressione; ostacolerebbe, poi, il ritorno dei muscoli addominali alla loro forma precedente, poiché non lascerebbe loro la possibilità di lavorare; e infine aumenterebbe il problema della ritenzione idrica.
Visti i pro e i contro, quindi, sta ad ogni mamma decidere se utilizzare o meno la pancera-fascia addominale nel post parto. Il consiglio è quello di utilizzarla solo in caso di necessità, come ad esempio per alleviare i dolori del cesareo o per togliere un po’ di fatica quando eccessiva, oppure per uscire senza pensieri estetici se non ci sentiamo di mostrare l’addome rilassato. In ogni caso, meglio non utilizzarla per troppo tempo durante la giornata né per troppe settimane dopo il parto!
Questi consigli non servono a fare guarire le fastidiose irritazioni che colpiscono spessissimo il sedere dei bambini. Servono, piuttosto, ad evitarle del tutto, prevenendole ed eliminandole alla radice.
La cura della pelle dei bambini e l’igiene intima infantile sono infatti importanti e delicate: meglio metterci un po’ di attenzione in più se vogliamo evitare dolorosi rossori, bolle e dermatiti che non se ne vanno. Come? Seguendo queste regole, che vanno dai gesti che compiamo durante il cambio e i lavaggi fino alla scelta dei pannolini.
Prima regola: non utilizzare detergenti troppo aggressivi durante il cambio e durante il lavaggio delle parti intime dei bambini. Meglio puntare su qualcosa di naturale e delicato, che rispetti la naturale fisiologia della pelle dei bambini, che è già programmata naturalmente per difendersi da sola! Aggressività significa infatti eliminazione delle naturali difese immunitarie, cosa che è meglio evitare.
Seconda regola: evitare di utilizzare la pasta protettiva se non sono in corso irritazioni. La pasta protettiva, infatti, è utilissima nel caso di rossore e dermatiti, ma diventa controproducente se il sederino sta bene, poiché crea una barriera umida non molto salutare.
La terza regola riguarda i pannolini. La scelta deve ricadere su quelli più comodi per noi, ma soprattutto su quelli meno irritanti, e cioè quelli privi di lozioni e profumi (come ad esempio i pannolini Lillydoo - che in questo periodo troviamo anche con le nuove fantasie in edizione limitata Out of This World - che oltre ad essere privi di profumazioni e creme sono comodissimi perché acquistabili in un conveniente abbonamento). Le lozioni e i profumi aggiunti nel tessuto, infatti, sono piacevoli, certo, ma possono provocare inutili irritazioni, soprattutto sui sederini con la pelle più sensibile.
Quarta regola? La regola del MENO. Ovvero MENO lavaggi (lavare troppo le parti intime dei bambini toglie il naturale film lipidico protettivo!), MENO detergenti (solo in caso di pupù: con la pipì basta l’acqua corrente) e MENO asciugamani. Se possibile, lasciamo asciugare il sedere del bambino all’aria aperta; in inverno, invece, scegliamo panni in cotone non ruvidi, per evitare di provocare micro-taglietti fastidiosi e difficili.
Quinta regola è assicurarsi che il sedere sia molto ben asciutto prima di rimettere il pannolino, anche tra le pieghe. Se rimane, infatti, dell’umidità - anche minima! - il rischio è quello di creare un ambiente perfetto per i batteri, che ci sguazzeranno e si moltiplicheranno con piacere, provocando così i problemi cutanei tipici dei sederi dei bambini.
Infine, via libera al bagnetto con amido di riso puro, che sciolto nell’acqua lenisce, dà sollievo e ristabilisce la funzionalità della pelle e contrasta le irritazioni, i taglietti e tutte le fastidiose situazioni che potrebbero verificarsi.
Si può uscire, ci si può incontrare, ma il distanziamento sociale rimane ancora (e rimarrà per un po’) il primo strumento di prevenzione. Ecco perché dobbiamo cercare di fare attenzione. E se proprio non vogliamo vietare ai bambini di vedere i loro amichetti, possiamo far sì che i giochi in cui si impegnano siano almeno a prova di distanziamento sociale.
Ecco quindi alcune idee di gioco sicuro a prova di distanziamento sociale, per prevenire il coronavirus senza per questo chiudersi in casa. La regola principale? Che siano giochi e attività che consentano di stare ad un metro di distanza! Proprio come nei centri estivi che stanno via via riaprendo.
Il classico dei classici, non ha età e non passa mai di moda. Basta che i bambini si nascondano da soli e non in gruppo e il gioco (anti-covid!) è fatto.
Si chiama così, oppure “L’orologio di Pierino fa tic tac”, o ancora “Belle statuine”. Il concetto è lo stesso: un bambino “conta” e gli altri, distanziati, si avvicinano, congelandosi come statue quando il bambino che conta si gira verso di loro. Vince chi non si fa beccare a muoversi.
Tra i giochi da cortile che stanno scomparendo (qui il nostro articolo) c’è campana, da svolgere insieme ma uno alla volta, ognuno con il suo sassolino!
Tradizionale e forse dimenticata, ma sempre super divertente, è la corsa con i sacchi di iuta, da fare su un prato morbido!
Possiamo preparare prima delle corse ad ostacoli, con buche, piscinette, tronchi, pneumatici… I bambini dovranno correre uno alla volta, facendo il tempo migliore.
In questo caso, non a squadre ma individualmente.
Con ciò che abbiamo in casa possiamo organizzare un bowling: i birilli potranno essere delle bottiglie di plastica vuote (così le ricicliamo anche!), oppure delle scatole appoggiate verticalmente, e la palla potrà essere una qualsiasi palla leggera.
Una lavagna e tanta fantasia per scovare le parole più difficili da fare indovinare agli altri! Un esempio? A------------O. Cos’è? “Australopiteco”!
Un gioco in scatola dove ognuno tocca solo le sue pedine!
Perché solo in spiaggia? I racchettoni sono divertenti anche in giardino!
Nell’ultimo periodo, complice anche l’esperienza traumatica del covid-19, si legge e si sente palare molto di Outdoor Education.
Si tratta di un approccio educativo basato su una metodologia attiva che prevede la centralità dei bambini, in natura.
Si fa riferimento ad un processo di apprendimento libero e spontaneo, partendo dall’esplorazione, dalla libera scoperta dell’ambiente.
Il pensiero filosofico e pedagogico è quello di John Dewey e del suo principio del “Learning by Doing”, cioè “imparare facendo”.
La natura dona libertà, accetta i tempi di tutti e ci invita al rispetto.
Quante cose si possono fare e scoprire all’aperto?
Possiamo toccare, guadare, conoscere con l’olfatto, l’udito ed il gusto, vi sembra poco?
Avete provato mai a vivere queste esperienze insieme ai vostri figli?
I nostri sensi stimolati di continuo, ci permettono di vivere un’esperienza fortemente arricchente ed educativa.
L’outdoor education si pone nella direzione di portarci a riscoprire il valore del tempo e della lentezza con uno sguardo sereno e non giudicante.
Il bambino entra in contatto con la natura, si sofferma, osserva, sperimenta spontaneamente e così facendo esprime il proprio potenziale ed apprende.
Le attività outdoor possono essere più o meno strutturate, si va dalla danza sotto la pioggia all’orto in cassetta, dal gioco libero nel bosco alla creazione di mangiatoie per uccelli.
L’adulto, genitore o educatore, dove si colloca in questa esperienza?
Accanto.
È presente, ma non necessariamente interviene.
Mette a disposizione materiali, ma non necessariamente ne obbliga o mostra l’utilizzo.
Possiamo fidarci dei bambini e delle potenzialità della natura.
Allestite in giardino un angolo con cucina e tavolo in legno, che potete realizzare o far realizzare con pallet.
Mettete a disposizione mestoli e pentolame vero.
Siete pronti ad assaggiare tisane alle erbe, zuppe di fiori e torte di fango?

Attività molto amata dai bambini e di facile realizzazione.
Occorrente:
Una cassetta in plastica o legno
Un telo di contenimento
Una paletta
Annaffiatoio
Terriccio
Semi o bulbi
Facoltativo: pennarelli e cartellini per scrivere il tipo di seme o bulbo
Procedura:
Inserite il telo scelto, all’interno della cassetta, poi la terra e infine create lo spazio perpiantare i semi che ricoprirete con un sottile strato di terriccio.
Suggerimento: in base all’età dei bambini, proponete anche la lettura di semplici libri a tema e la creazione di un calendario per la cura delle piantine.

Procuratevi dei grossi fogli resistenti, forateli, applicate dei salvabuchi se necessario e appendeteli con dello spago ai rami degli alberi.
Fate attenzione a collocare i fogli in modo che siano ad altezza bambino.
Mettete a disposizione pennelli, tempere o colori naturali in vasetti di vetro o tavolozze (potete realizzare i colori naturali con lo yogurt e del colorante alimentare e le spezie).
Possibile aggunta: potete appendere ai rami anche foto di elementi naturali per proporre riproduzioni dal vero.
Raccogliete campioni di foglie, erbe e fiori.
Confrontate il materiale raccolto, osservando immagini precedentemente stampate o sfogliando dei libri.
Se i bambini sono in età scolare potete fare una ricerca più dettagliata e realizzare delle schede di classificazione.
E’ possibile realizzare il vostro erbario su un pannello di legno, fissando il materiale raccolto con dello spago e delle mollette oppure su un cartoncino resistente utilizzando dei fili di lana da intrecciare come un telaio.
Se preferite creare un libricino, fate seccare il vostro campione, tenendolo sotto dei pesi per almeno dieci giorni.

Mettete a disposizione dei bambini, materiale naturale di diverso tipo, le cosiddette “parti sciolte”: legnetti, trucioli, folgie, fiori, sassi e sassolini.
Vi consiglio di allestire lo spazio, disponendo i materiali su un grosso telo monocromatico sull’erba o su un tavolo.
Suggerimento: proponete i materiali suddivisi in categorie, magari in contenitori separate.
Buon divertimento!
Acanfora Giuseppina
Dott.ssa in scienze dell’educazione e della formazione, educatrice perinatale
Le routine sono fondamentali per i bambini (qui l’articolo “Perché la routine è fondamentale per una famiglia felice”), e per questo molti genitori entrano nel panico quando qualcosa sballa le abitudini. Che sia durante una sola giornata, in una serata particolare o per tutto un viaggio o una vacanza non importa: l’idea di stravolgere, anche solo per poco, le abitudini dei bambini è motivo di forte stress.
Non c’è niente di male a preoccuparsi per la routine, come non c’è niente di male, al contrario, a non preoccuparsene troppo. Ogni famiglia è a sé e ogni decisione riflette i bisogni di quella stessa famiglia.
Se fate parte del gruppo “meglio non stravolgere le abitudini”, ho una buona notizia per voi. Anche in vacanza possiamo continuare con la nostra routine! Basta avere il giusto atteggiamento e, soprattutto, i giusti strumenti.
Quando si dice “partenza programmata”, innanzitutto, è bene pensare anche alla routine dei bambini! Già, non solo per evitare il traffico: la partenza programmata in famiglia è quella che tiene conto - soprattutto - delle abitudini di sonno dei nostri figli.
Se sono soliti dormire fino alle 8, cerchiamo di partire alle 9 senza svegliarli alle 5 di mattina. Se fanno il pisolino pomeridiano, lasciamo che lo facciano in macchina. In ogni caso, cerchiamo di seguire i nostri orari di famiglia, con la consapevolezza che, in realtà, alla sera crolleranno comunque, data la stanchezza del viaggio in macchina, aereo, nave o treno!
In generale, mantenere gli orari delle abitudini casalinghe è la soluzione migliore per chi vuole mantenere le routine. Non solo quello della nanna, ma anche e soprattutto quelli dei pasti e delle attività. E seguire ogni giorno la stessa routine (anche se “stravolta” perché siamo al mare o in montagna e di conseguenza inevitabilmente diversa) è la chiave per non destabilizzare troppo i bambini. Possiamo quindi dividere le giornate: la mattina spiaggia, il pomeriggio passeggiate. La mattina musei, il pomeriggio camminata in montagna… E così via.
Per quanto riguarda la nanna, un’ottima soluzione sono le culle portatili o i lettini portatili. Per i neonati, c’è la culla da viaggio (ad esempio questa), mentre per i bambini un po’ più grandi c’è il lettino. E per quelli ancora più grandi c’è il letto-box. Una soluzione top è poi il lettino-fasciatoio, ovvero uno strumento che all’occorrenza si trasforma in lettino e in fasciatoio portatile, piegandosi e diventando grande come una borsa). In questo modo potremo posizionare i bambini dove vogliamo, ricreando l’ambiente nanna che abbiamo a casa (soprattutto se non utilizziamo già il co-sleeping: in quel caso basterà tenere nel letto il bimbo proprio come in camera nostra). Per la nanna in spiaggia, invece, molto comoda è la tenda da appoggiare sotto l’ombrellone, per un pisolino pomeridiano davvero invidiabile.
Per i neonati che ancora prendono il biberon, consigliatissimo è lo scaldabiberon portatile, che troviamo sia collegabile all’accendisigari dell’auto e quindi ottimo per i viaggi in macchina (in modo da non doversi fermare), sia ricaricabile tramite powerbank USB, perfetto per quando siamo in giro.
In generale, tuttavia, il consiglio spassionato è quello di non vivere con troppo stress le vacanze, che i nostri bimbi abbiano tre o dieci anni. Seguire i propri ritmi, adeguarsi e godersi le ferie è il primo passo verso la serenità. Ed è bello e giusto seguire le routine, ma solo se queste non ci intralciano il divertimento e il relax! In quel caso, qualche strappo alla regola è ben accetto. Ricordiamo che stiamo andando in un posto che ci fa stare bene, e che farà stare bene anche i nostri bambini!
La pazienza non è infinita, e a saperlo sono soprattutto i genitori. Perché se nelle nostre intenzioni di pazienza ne abbiamo tantissima, nella realtà sbottiamo più spesso di quanto vorremmo. Perché siamo umani.
Detto questo, spesso la perdita di pazienza si manifesta nei confronti di qualcuno che non c’entra nulla. A volte i nostri bambini assistono a delle nostre sfuriate quando in realtà non stanno facendo nulla di male. Semplicemente in quel momento il nostro vaso era così pieno che bastava una sola goccia per farlo rovesciare. E quella goccia, magari, è stata un semplice “Mi aiutiiiii?”, una ciotola di cereali caduta per sbaglio o un pianto a dirotto che non voleva calmarsi con niente.
Altre volte, invece, ci hanno davvero portato all’esasperazione. Ma anche in questo caso, una volta calmati avremmo voluto gestire la situazione con più calma, non è vero?
Ecco quindi come provare a cercare alla radice i motivi della nostra perdita di pazienza, trovando i metodi perfetti per averne sempre di più, gestendo così meglio tutti gli aspetti della nostra vita.
Il segreto? È davvero molto semplice, anche se dobbiamo impegnarci per seguirlo a fondo: dobbiamo prima di tutto prenderci cura di noi stessi. Non esteriormente. Ma interiormente, beh, sì! Spesso e volentieri, infatti, se ci ritroviamo a perdere la pazienza più del dovuto è perché essenzialmente c’è qualcosa fuori posto dentro di noi. Un qualcosa a cui non sappiamo dare un nome, e che non individuiamo appieno, ma che è come un prurito fastidioso. Insomma: molte volte perdiamo la pazienza con i nostri figli e urliamo quando in realtà a farci arrabbiare è altro.
Ad esempio: provate a fare caso a come rispondiamo ai bambini nelle giornate in cui litighiamo con il nostro partner o la nostra partner. Nella maggior parte dei casi, i nostri figli si beccano delle rispostacce quando avremmo potuto benissimo rispondere con più calma.
Questo è solo un esempio, ma serve per capire che la pazienza la si esercita, ma che, soprattutto, la perdiamo quando abbiamo altri pensieri per la testa che non ci fanno stare bene.
Il primo passo per esercitarla, quindi, è prenderci cura di noi stessi mentalmente, conoscendoci più a fondo. Per farlo, possiamo sfruttare la meditazione e tutto ciò che ci fa rilassare, pensando al contempo a noi stessi in maniera profonda.
Possiamo, ad esempio, meditare o pregare tutti i giorni, sempre alla stessa ora, oppure prenderci del tempo per noi ogni giorno, per camminare, fare yoga, fare le faccende di casa senza nessuno. Ognuno ha i suoi modi per rilassarsi e fare vagare la mente.
Quando sentiamo di essere sul filo del rasoio o quando perdiamo la pazienza, cerchiamo poi la tranquillità. Andiamo in camera, leggiamo, rilassiamoci e respiriamo, e chiediamo anche ai bambini di farlo. Dopodiché una volta calmati ci si potrà chiedere scusa a vicenda, parlando di ciò che abbiamo dentro.
Allo stesso modo, per trovare della pazienza in più nei momenti in cui la stiamo perdendo, sforziamoci di non urlare. Sì, sforziamoci e parliamo a bassa voce, anche in un sussurro. Urlare porterà infatti ad un circolo vizioso di rispostacce.
Cerchiamo di mantenere la calma, in ogni caso. È difficile, ma per farlo possiamo pensare che i nostri bambini ci stanno osservando e che stanno imparando da noi. Che adulti vogliamo diventino? Adulti che sbottano o adulti che ragionano? Spesso questo pensiero basta per farci tornare ad essere pazienti e dialoganti.
Infine, scusiamoci quando ci rendiamo conto di aver perso le staffe ingiustamente, o quando ci accorgiamo che la nostra reazione è stata eccessiva. Non serve a nulla l’orgoglio, così come non serve a nulla l’autorità fine a se stessa. I nostri figli imparano molto di più da genitori rispettosi che sanno quando chiedere scusa, rispetto a genitori che si chiudono nel loro orgoglio! La gentilezza ripaga sempre.
I giochi in legno non sono solo belli da vedere e da toccare. Sono anche molto benefici per i nostri figli! Ecco perché, nonostante i giocattoli in plastica siano effettivamente più “attraenti” per l’occhio (soprattutto quello dei più piccoli!), è sempre meglio puntare su quelli di legno.
Lasciamo quindi la corsia principale del negozio di giocattoli, spostiamoci verso i giochi più snobbati, recuperiamo i nostri vecchi giochi e lasciamo che i nostri bambini sviluppino creatività, fantasia e manualità attraverso la versatilità e la naturalezza del legno!
Innanzitutto, abbiamo un’idea sbagliata riguardo ai giocattoli in legno, quando pensiamo che siano più costosi di quelli di plastica. È vero, sono di qualità maggiore e questo porterebbe a pensare che siano più cari, ma basta andare nei grandi negozi di giocattoli per accorgerci che i giochi di legno spesso sono snobbati.
Al centro delle corsie troviamo i giocattoli di ultima generazione, quelli super colorati e spesso tecnologici, mentre quelli di legno vengono relegati negli angoli meno seducenti. E questo significa che anche il loro costo è ridotto! Basta concentrarci sulla qualità-prezzo. Sì, CERTI giocattoli in plastica costano meno, ma tendenzialmente a parità di bellezza e attrattiva quelli di legno costano leggermente meno.
E poi, pensiamoci, è un investimento: i giocattoli di legno non passano mai di moda, spesso non si rompono, e possono quindi durare molto di più, venendo anche passati di mano in mano tra fratellini, amichetti o cuginetti. E per lo stesso motivo spesso troviamo i giocattoli di legno (oltre che da Tiger a prezzi contenutissimi!) nei negozi dell’usato, vintage o di beneficienza. E come sappiamo, questa è una forma di commercio che ci piace molto, perché green ed ecologica, oltre che economica. Come green ed ecologici sono gli stessi giocattoli di legno!
Ma perché scegliere i giochi in legno per bambini al posto di quelli di plastica? Innanzitutto, per far sì che la creatività dei bambini scorra e si sviluppi in maniera armonica e naturale. Meno dettagli e meno colori, infatti, permettono di lasciare spazio alla fantasia dei bambini, che nella loro mente devono inventare dettagli, colori e situazioni. E poi non vengono iper-stimolati dai colori troppo accesi e dalle lucine intermittenti, e allo stesso tempo possono essere lasciati liberi di allenare la concentrazione, dato che con i giocattoli di legno i bambini si focalizzano per più tempo sull’attività che stanno svolgendo, senza saltellare da un gioco all’altro come fanno, invece, quando giocano con quelli di plastica.
In questo senso, i giocattoli di legno possono trasformarsi molto di più rispetto a quelli di plastica. In altre parole: i giocattoli di legno sono più versatili e permettono ai bambini di mettere in campo creatività e fantasia molto di più rispetto a quando utilizzano giocattoli in plastica colorata che non lasciano spazio all’interpretazione. Ricordiamo che il gioco per i bambini è un lavoro, è uno strumento per crescere e per comprendere il mondo!
Pensiamo poi alla salute dei bambini. Non preferireste che con la loro bocca, nella quale passa TUTTO, assaggiassero il legno, piuttosto della plastica colorata con chissà cosa? Tra le colle tossiche, la formaldeide e tutti i materiali chimici che ci sono nella plastica, chissà cosa mettono in bocca i nostri figli… Soprattutto nei primi anni di età, quando il gusto è uno dei sensi principali per scoprire il mondo.
Quali giocattol in legnoi scegliere, dunque? Ce ne sono moltissimi, per tutte le età. La classica colonna con anelli impilabili, la pista per macchinine o il bellissimo cibo di legno, ad esempio!

Non sono ancora adolescenti, non sono più bambini. Sono in un limbo. E questo significa che anche noi lo siamo! Perché i preadolescenti non hanno ancora la propensione all’indipendenza dei loro colleghi più grandicelli, ma non hanno nemmeno più l’esigenza di stare con noi ad ogni minuto. Questo si traduce in uno stato di eterna insoddisfazione, di incertezza sul da farsi e di voglia di fare che anche loro non sanno identificare al meglio.
In altre parole? L’estate dei preadolescenti solitamente sta in bilico tra la noia assoluta e la voglia di fare. Soprattutto quest’anno, il 2020, mentre fuori impazza una pandemia e non c’è moltissimo da fare.
Ecco quindi qualche idea per combattere la noia, alleandoci con i nostri figli preadolescenti per trasformare quest’estate in un momento da ricordare.
Innanzitutto, mettiamoci nei panni dei nostri figli. Essere preadolescenti, ovvero avere tra i 10 e i 12 anni suppergiù, è un momento strano. È un’età bizzarra, fatta di incertezza e cambiamenti. E provare noia è normale. Perché la noia non è semplicemente un “non sapere cosa fare”, ma è una combinazione di emozioni e di voglie che si sovrappongono e si accumulano, facendo sentire i nostri figli bloccati in un limbo nel quale non possono esprimere le loro passioni e i loro interessi.
La prima cosa da fare, quindi, è parlare, chiedendo esplicitamente ai nostri figli, con un po’ di entusiasmo, cosa andrebbe loro di fare. Esatto: a volte basta chiedere: “Cosa avresti voglia di fare in questo momento?”. La prima reazione? Certo, è la faccia sofferente alla quale segue un classico “Non lo sooooo”. Aiutiamo quindi i nostri ragazzi: “Qual è la prima cosa che ti viene in mente senza pensare?”.
Potrebbe essere giocare ai videogiochi o guardare la tv. Che non è esattamente educativo, ma è un primo passo. E per renderlo educativo possiamo giocare insieme a loro o guardare il film insieme.
La seconda volta scegliamo qualcosa noi e coinvolgiamo i nostri figli. La terza, dovranno scegliere qualcosa loro, evitando ciò che si è fatto la prima volta (ed evitando, in generale, il guardare la tv o YouTube passivamente: andava bene la prima volta per creare il mood di complicità, ma è meglio puntare su altro!).
Volete qualche idea? Si potrebbe guardare e sistemare le fotografie di famiglia negli album; si potrebbe uscire a fare una passeggiata in un posto interessante nel quale non si è mai andati; si potrebbe scegliere un prato per prendere il sole e leggere; si potrebbe invitare gli amici per un pigiama party; si potrebbe giocare ad un gioco in scatola, fare una caccia al tesoro, provare a costruire un robot, sistemare il giardino, fare l’orto, tenere un diario…
Altra regola, tuttavia, è abbracciare la noia, perché è proprio attraverso la noia che i nostri figli sviluppano creatività e capacità importanti come il problem-solving. Lasciamo quindi che i nostri figli, almeno una volta al giorno, si annoino. È proprio durante le attività di noia, quelle meccaniche in cui la mente vaga, che le idee nascono, che i pensieri si rincorrono e che le menti riflettono. Quando camminiamo da soli, ad esempio, oppure quando stiriamo, quando laviamo i piatti, quando leggiamo svogliatamente una rivista…
E cosa fare quando (INEVITABILMENTE!) si lamentano della noia? In quel caso, evitiamo di obbligarli a fare qualcosa. Condividiamo invece la nostra esperienza, svelando ciò che fa stare bene noi quando ci annoiamo. Un libro? Fare le faccende? E loro cosa farebbero? In questo modo gli occhi di certo si alzeranno al cielo nella loro tipica espressione infastidita, ma non si arrabbieranno e non alzeranno la voce sfidandoci come al solito, perché stavolta non avremo imposto qualche regola né li avremo obbligati a fare qualcosa! Insomma: non possono arrabbiarsi con noi, no?
E per rendere il tutto più interessante e allo stesso tempo educativo e healthy, facciamo sì che anche l’ambiente attorno suggerisca loro attività sane e stimolanti. Togliamo per un paio di mesi Netflix, spegniamo i tablet, togliamo il junk food dalla dispensa. Mettiamo bene in vista, invece, della frutta, rispolveriamo il vecchio giradischi, disseminiamo la casa con giochi in scatola e scacchi, gonfiamo le ruote delle bici in garage in modo che siano sempre pronte, lasciamo i libri più appassionanti in giro per casa pronti per essere acciuffati dai ragazzi in un momento di noia… Insomma: teniamoci pronti a tutto, stimoliamo i nostri ragazzi anche indirettamente e godiamoci un’estate fatta sì di noia, ma anche di bellezza.
Mangiare pesce una volta a settimana è molto consigliato, se non seguiamo una dieta vegana o vegetariana, poiché ci permette di assumere le giuste quantità di acidi grassi Omega3. Spesso però non lo facciamo, o ripieghiamo sui bastoncini fritti, perché pensiamo che cucinare il pesce sia difficile e disordinato, o lungo e laborioso. Niente di più falso!
Basta infatti acquistare del filetto di salmone e il più grosso è fatto! Scegliamolo fresco, senza lische e senza pelle, e lasciamo che il forno a microonde faccia tutto il lavoro. In SEI MINUTI!
La frustrazione è normale: quando un bambino non segue i nostri “no” è legittimo che salga la rabbia. C’è poi chi sa gestirla, richiamando tutta la pazienza di questo mondo, e chi invece sbotta. In ogni caso, la pazienza ad un certo punto può terminare.
Come prendere in mano la situazione? Come fare per cambiare le carte in tavola e far sì che i bambini seguano le regole che impostiamo per il loro bene?
Quando parliamo di “no” non intendiamo il “no” per partito preso. Siamo dell’idea che sia meglio evitare questa parola, soprattutto nei primi anni di vita del bambino, sostituendola invece con altre frasi. Al posto di “non correre”, preferiamo “cammina”; al posto di “non mordere gli altri bambini!”, preferiamo “mordere fa male, usa più gentilezza!”. E così via. Detto questo, qualche “no” qua e là fa di certo bene, e in ogni caso quando diciamo “come far sì che i bambini ascoltino i nostri no” intendiamo dire: “Come far sì che i bambini seguano le nostre regole”. Perché in fin dei conti è questo che vogliamo, no? Che i nostri figli ci ascoltino, e che quando prendiamo una decisione o diamo un ultimatum seguano quanto detto, senza storie e senza sfidarci all’estremo.
Bene. Come fare, quindi, per far sì che i bambini ascoltino i nostri no? Non importa se i bambini hanno due (i terribili due!), tre, sette o dieci anni. Perché se non ci ascoltano, la pazienza ad un certo punto si esaurisce.
Mettiamoci nei panni dei genitori che hanno figli che non ascoltano i no. Significa che quando chiedono “Mangiamo un gelato per pranzo?” e mamma e papà rispondono “No, non si può”, tengono il broncio o addirittura aprono il freezer sfidandoli. Significa che quando mamma o papà dicono “Ora scendi dai giochi che andiamo a casa”, poi passa almeno un’altra mezz’ora. Significa che quando si impostano regole come il “Dobbiamo sempre dire grazie e per favore”, i bambini non le seguono, con impertinenza e aria di sfida, oppure semplicemente con indifferenza.
Innanzitutto, cerchiamo di capire perché i bambini si comportano così. Solitamente, stanno sfidando i genitori, testando i loro limiti e i limiti delle regole, spingendo allo stesso tempo mamma e papà al loro, di limite. Cercano, insomma, di capire fino a dove questo “no” non si spezza. I bambini lo fanno, è normale, chi più chi meno. E lo fanno perché ad un certo punto della loro vita capiscono di poter avere influenza sui genitori.
Quando continuano a comportarsi in questo modo, tuttavia, è perché forse hanno notato che imporsi in questa maniera porta a dei risultati vantaggiosi per loro. In altre parole, se troppe volte i genitori cedono, allora i bambini capiscono che possono avere il potere nelle loro mani. Ecco l’insistenza nel non seguire il “no”. Ecco la loro testardaggine.
Capiamo, quindi, che anche se ci sembra di recitare la parte dei “cattivi”, mettere dei paletti e insistere nel fare rispettare le regole è importantissimo. È un atto d’amore (perché l’educazione è amore) nei loro confronti, anche se ci fa sentire cattivissimi nel momento in cui ci impuntiamo.
Meglio, quindi, esercitare un po’ di autorità nei momenti giusti, bilanciandola comunque con l’empatia. Perché spesso a volte basta l’autorevolezza della nostra decisione per fare capire che il “no” è davvero “no”, mentre a volte questo non è sufficiente.
In quel caso, meglio indagare da dove arriva la non voglia del bambino: se non vuole andare a letto, magari è la paura del buio? Se non vuole scendere dai giochi al parco, è perché a casa lo attende qualcosa di noioso che non ama?
Scendere a compromessi, in questo caso, può essere utile, ma è utile soprattutto il dialogo e lo scambio. Parlare, parlare, parlare: sembra un consiglio troppo semplice e ripetitivo, ma la chiave sta nel 99% dei casi proprio lì!