Non riguarda solo le puerpere, ma in realtà quando si parla di mastite ci si riferisce nella maggior parte dei casi proprio ad un disturbo dell'allattamento, dal momento che questo gesto aumenta il rischio: la mastite è infatti un'infezione acuta che riguarda il seno e che spesso compare nei primi mesi dell'allattamento. Riconoscerla è importante, così come è importante rivolgersi subito ad un medico.

Ecco quindi tutto ciò che c'è da sapere riguardo alla mastite, per capire quali siano i sintomi e intervenire tempestivamente. Anche perché, oltre ai rischi, la mastite è davvero fastidiosa e provoca dolore!

La mastite: cos'è?

La mastite (e in questo caso ci riferiamo alla mastite acuta puerperale) è un'infiammazione che colpisce la ghiandola mammaria e che si manifesta in varie forme, acute o croniche. Durante l'allattamento l'infezione è acuta (e non cronica) e insorge a causa delle sollecitazioni eccezionali che le mammelle subiscono durante il primo periodo (non essendo abituate). Tendenzialmente si manifesta in maniera monolaterale, ovvero prende solo una mammella, ma non è detto che non riguardi entrambi i seni.

Le cause sono diverse. In alcuni casi, l'infezione arriva da piccole lesioni e ragadi del capezzolo che favoriscono l'ingresso di germi e batteri nella mammella, tramite la suzione del neonato; in altri, il motivo è un ingorgo mammario, ovvero un blocco della mammella che non riesce a svuotarsi completamente a causa dell'ostruzione di alcuni dotti galattofori. In questo caso, a provocare l'infiammazione è il ristagno di latte con conseguenti batteri.

Anche la cattiva igiene può provocare la mastite, così come la semplice dilatazione dei dotti galattofori, che durante l'allattamento si allargano lasciando defluire il latte ma, al contempo, diventando "ingresso" per i batteri.

I sintomi della mastite

Quando ci si trova di fronte alla mastite i segnali sono particolarmente riconoscibili, perché provoca molto fastidio e dolore. Innanzitutto, quindi, la mastite si manifesta con dolore durante l'allattamento. Di solito la mastite, come detto, colpisce solo un seno, quindi quando il dolore è unilaterale è segno di possibile mastite.

Il seno, poi, si presenta visibilmente diverso, con una zona calda striata di rosso, che tende anche ad indurirsi.

In alcuni casi la mastite provoca febbre, anche sopra i 38,5 gradi.

Infine, potrebbe manifestarsi con sintomi che ricordano quelli dell'influenza, con dolori, acciacchi, febbre e stanchezza.

Mastite: cosa fare

La prima cosa è naturalmente contattare il proprio medico o la propria medica curante, che dopo un'attenta visita saprà definire se ci si trova di fronte alla mastite o ad altro. Anche la terapia sarà indicata dallo stesso medico o dall'ostetrica che ha in cura la puerpera.

Ci sono però anche alcuni metodi naturali per affidarsi per alleviare il fastidio della mastite, come ad esempio gli impacchi di argilla ventilata, disinfiammante. Sempre, però, da eseguire sotto consiglio del medico e in abbinamento alla terapia più adatta!

In generale, comunque, è sempre meglio prevenire che curare, e per questo motivo il consiglio è quello di rivolgersi ad un esperto o esperta dell'allattamento sin dai primi giori, in modo da imparare quali siano gli attacchi corretti e le abitudini più efficaci per la prevenzione della mastite, come le poppate regolari, gli svuotamenti manuali, l'igiene corretta e i tessuti migliori per il seno in questo periodo particolare.

 

Mamma Pret a Porter non è una testata medica e le informazioni fornite hanno scopo puramente informativo e sono di natura generale, esse non possono sostituire in alcun modo le prescrizioni di un medico o di un pediatra (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione), o, nei casi specifici, di altri operatori sanitari (odontoiatri, infermieri, psicologi, farmacisti, fisioterapisti, ecc.) abilitati a norma di legge. Le nozioni sulle posologie, le procedure mediche e le descrizione dei prodotti presenti in questo sito hanno un fine illustrativo e non devono essere considerate come consiglio medico o legale.

Balbuzie: combattiamo gli stereotipi

Lunedì, 25 Ottobre 2021 08:29

Di balbuzie soffre circa l'1% della popolazione, eppure ancora adesso balbettare viene percepito come qualcosa di negativo, da stereotipare, ridicolizzare e deridere. Affrontare la balbuzie tuttavia è oggi possibile e chi ne soffre può trovare il proprio modo di comunicare, affidandosi a specialisti e centri dedicati (oppure no: non tutti affrontano il percorso di riabilitazione e come sempre tutto è lasciato alla sensibilità del soggetto!).

Il 22 ottobre di ogni anno si dedica la giornata alla divulgazione riguardo a questo tema: anche noi vogliamo dare il nostro contributo per combattere gli stereotipi legati alla balbuzie, spiegando bene di cosa si tratta e mostrando i metodi e i percorsi ai quali ci si può affidare sin dall'infanzia per gestire al meglio questo disturbo che putroppo è ancora motivo di discriminazione, tanto a scuola quanto in età adulta.

Cos'è la balbuzie

La balbuzie è un disturbo del linguaggio detto anche balbettamento, dislalia, disfemia o disartria funzionale: chi ne è affetto fatica ad articolare le parole e di conseguenza si esprime in maniera meno fluida e incappando spesso in ripetizioni di sillabe, con involontari allungamenti di parole, saltelli o interruzioni del flusso del discorso.

In generale si possono distinguere tre diversi tipi di balbuzie. Prima di tutto c'è quella evolutiva, che si manifesta nella prima infanzia; c'è poi quella neurogena, che compare in età adulta in seguito ad alterazioni cerebrali; e infine c'è quella psicogena, che fa la sua comparsa in seguito ad alterazioni della sfera psichica.

Non c'è naturalmente un motivo uguale ad un altro, quando parliamo di cause, ma la balbuzie può essere inquadrata come in un'incertezza ed esitazione nel linguaggio. Se il 99% delle persone, infatti, quando parla non pensa al modo in cui vengono pronunciate le parole, venendone attratta o distratta, la popolazione che soffre di balbuzie inciampa spesso nelle parole proprio perché si concentra in maniera diversa e più pregnante sul linguaggio. 

Allo stesso modo, non c'è una balbuzie uguale ad un'altra, ma si possono distinguere alcuni disturbi ricorrenti: la ripetizione di sillabe e suoni, i prolungamenti di certi suoni, le disritmie (interruzioni), blocchi, tensione fisica nella pronuncia, esitazioni...

I metodi per affrontare la balbuzie: la riabilitazione

Sono diversi i metodi riabilitativi per i bambini e le persone che vogliano affrontare il disturbo risolvendolo. Uno di questi si chiama Metodo MRM-S (Muscarà Rehabilitation Method for Stuttering). Si tratta di un metodo per il trattamento della balbuzie elaborato dal centro medico Vivavoce che non agisce direttamente sulla voce (e quindi sulla modifica dei suoni come escamotage ai blocchi alla base della balbuzie), ma sul controllo motorio di tutte le parti legate alla fonazione (lingua, labbra, diaframma), modificando permanentemente un comportamento attraverso la pratica e l'esperienza.

Esistono poi alcune associazioni, come l'Associazione Vivavoce, il cui obiettivo - oltre alla sensibilizzazione - è supportare alunni, genitori e docenti per capire meglio a cosa ci si trova di fronte, affrontando il disturbo attraverso percorsi di riabilitazione, di gestione dello stress derivante dalla balbuzie e addirittura prevenendolo.

Altra attività molto consigliata è poi il teatro: i corsi di recitazione e l'approccio al palcoscenico sono per molte persone balbuzienti un metodo validissimo per imparare a gestire meglio tanto la voce quanto lo stress e l'ansia che derivano dallo sforzo di parlare di fronte ad altri (non solo ad un pubblico ampio, ma anche con singoli interlocutori).

Balbuzienti noti

Balbuzienti famosi? Ce ne sono a decine e possono diventare un esempio e un'ispirazione per chi soffre di questo disturbo del linguaggio. A partire da Giulio Cesare fino ad arrivare a re Giorgio VI, padre di Elisabetta protagonista del film "Il discorso del re". Anche Paolo Bonolis è balbuziente, così come lo sono Joe Biden e Bruce Willis, Vinicio Marchioni ed Emily Blunt.

Rosa e vegana, ma anche gustosa e irresistibile: questa maionese di barbabietola è bellissima da vedere e questo ha due vantaggi. Vi fa fare un figurone con gli ospiti, ed è anche un buon modo per fare mangiare questo ortaggio benefico ai bambini e alle bambine. 

Come sempre, quella che vi propongo è una ricetta sfiziosa ma semplicissima da preparare, per proporre piatti diversi e healthy in famiglia spaziando tra gli ingredienti che la natura ci regala.

La maionese di barbabietola, rosa e deliziosa: la ricetta della maio veg rosa

 

La risposta alla domanda nel titolo è "no", ma non è così semplice. Facciamo un passo indietro.

Ricordate quel libro che parlava della frutta e della verdura per fare capire ai bambini che i frutti e gli ortaggi non nascono sugli scaffali del supermercato? Nasceva dal fatto che i bambini e le bambine d'oggi non passano abbastanza tempo nella natura da capire immediatamente che banane, noci, lattuga e mele arrivano dagli alberi e dalla terra.

Per lo stesso motivo, i bambini non sanno di stare mangiando degli animali nel momento in cui si trovano nel piatto della carne. Ma questa potrebbe essere una buona notizia se presa dal punto di vista della sostenibilità e dell'ecologia. Perché? Ecco lo studio che spiega meglio questa correlazione.

Carne e bambini: se sapessero che si tratta di animali, la mangerebbero? No, ma è una buona notizia per l'ambiente

Si tratta di una ricerca recentemente pubblicata sul Journal of Environmental PsichologyChildren are unsuspecting meat eaters: An opportunity to address climate change, ovvero I bambini mangiano la carne senza sospettare nulla: un'opportunità per affrontare il cambiamento climatico. Tutto parte da una considerazione, ovvero dal fatto che i bambini non sono attendibili quando si tratta di riconoscere l'origine del cibo che si trovano nel piatto. Non lo sanno fare con le verdure e tanto meno con la carne. Il 41% dei bambini e delle bambine intervistati (ragazzini statunitensi tra i 4 i 7 anni), ad esempio, è convinto che il bacon cresca su una pianta.

Quando è stato chiesto loro se gli animali fossero fonti di cibo appropriate, hanno risposto di no. Allo stesso modo, si sono detti contrari a mangiare polli, mucche e maiali.

Visti questi presupposti, le conseguenze sono due: i bambini e le bambine prima di tutto hanno bisogno di un'educazione alimentare più efficace. Non è giusto che non conoscano la provenienza del cibo che arriva in tavola. Ma allo stesso tempo per i ricercatori questa potrebbe rivelarsi un'opportunità per far fronte al cambiamento climatico in maniera positiva. Come mai?

Come ormai sappiamo, la dieta vegetariana è la più sostenibile. Mangiare carne causa un'impronta ambientale davvero molto pesante, a causa degli allevamenti intensivi e per colpa delle modalità di produzione.

Se i bambini conoscessero meglio le origini dei cibi (non solo della carne, ma anche degli alimenti a base di derivati animali) potremmo costruire una nuova consapevolezza e magari dare una spinta in più alla riduzione del consumo di carne e di derivati animali. 

Un po' come con il riciclo: la raccolta differenziata in Italia ha visto un'accellerazione quando è entrata nelle case di tutto il Paese attraverso la scuola, quando negli anni Novanta si cominciò a diffondere la cultura del riciclo. Tutto scaturì da una consapevolezza scientifica, ma furono i bambini a dare il boost, spingendo i genitori ad impegnarsi. E ora i millennial, quei bambini ormai cresciuti, sono i più dediti alla raccolta differenziata e i più consapevoli rispetto ai cambiamenti climatici.

Educare i bambini a riconoscere il consumo di carne come potenzialmente problematico (se non contenuto e se fondato solo sugli allevamenti intensivi) significa dare una nuova spinta, "obbligando" gli adulti ad impegnarsi a loro volta nel preferire cibi di origine vegetale.

Cavolini di Bruxelles: le ricette più gustose

Mercoledì, 20 Ottobre 2021 13:06

O li ami o li odi, anche perché lasciano in casa un aroma persistente! I cavoletti di Bruxelles sono una crocifera molto benefica (conoscete le crocifere?) e anche per questo si dovrebbero inserire nella propria dieta settimanale più spesso.

Anche perché a volte piacciono molto ai bambini, più dei classici broccoli: forse proprio grazie al loro nome e alla loro forma divertente!

I cavolini di Bruxeless sono dei cavoli in miniatura e le proprietà ricordano quindi quelle dei cavoli, dei broccoli, delle cime di rapa e delle verdure che tipicamente troviamo al mercato in autunno e inverno. Sono quindi ricchi di vitamina C, vitamina A, vitamina K e vitamine del gruppo B, ma anche di proteine, fibre e sali minerali.

Sono considerati anche un potente antiossidante grazie al sulforafano contenuto. 

Ma come cucinare i cavolini di Bruxelles? Quali sono le preparazioni dei cavoletti per renderli gustosi, teneri e mai noiosi?

Bolliti o al vapore

La ricetta più classica e semplice per gustare i cavolini di Bruxelles è prepararli bolliti: dopo aver rimosso la parte più dura (quella sul fondo della pallina) e le foglie più sporche, lavate i cavoletti e metteteli a bollire per circa 15-20 minuti, scolandoli a seconda del grado di morbidezza che preferite.

In alternativa, potete cuocerli anche al vapore: ci impiegheranno qualche minuto in più, ma la cottura sarà più dolce e delicata e si manterranno meglio le proprietà nutrizionali.

È possibile mangiare i cavoletti semplicemente con un po' di sale e un filo d'olio, oppure al naturale. Si tratta di un contorno sano, semplice e veloce.

Cavoletti croccanti

Qui troverete una ricetta davvero gustosa, per proporre i cavolini anche a chi pensa di non amarli. In forno diventeranno infatti croccanti estenamente, mantenendo il gusto della polpa interna, leggermente ammorbidita dal calore del forno.

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Parmigiana di cavolini

Invece della classica parmigiana di melanzane, possiamo provare la parmigiana di Cavoletti di Bruxelles: basta sbollentarli, scolarli bene e metterli nel forno con una spolverata di parmigiano in superficie, lasciandoli cuocere a 180 gradi per circa 20 minuti, controllando bene il grado di gratinatura.

In padella

I cavoletti di Bruxelles possono essere preparati anche in padella: dopo averli puliti, lavati e tagliati a metà, mettiamo a rosolare in un filo d'olio una cipolla rossa tagliata fine, quindi buttiamoli in padella. Lasciamoli insaporire, quindi aggiungiamo un goccio di brodo vegetale oppure di semplice acqua (ne basta un dito) lasciandoli cuocere in questa maniera per circa 15 minuti. Teniamo controllato il livello di acqua, mescolando bene quando s'è assorbita e lasciando abbrustolire leggermente i cavolini.

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Non demonizziamo la tecnologia: i nostri figli e le nostre figlie sono nativi digitali e fin dai primi anni di vita hanno a che fare con gli strumenti digitali che ogni giorno utilizziamo. E che sono una risorsa, se sfruttati nella giusta maniera. Anche perché è impossibile non lasciare che prendano familiarità con smartphone, tablet e computer, e non è nemmeno giusto tenerli lontani, rischiando che crescano fuori dal mondo.

Naturalmente però c’è un’età per tutto. E una misura. Anche perché passare troppo tempo davanti agli schermi non è deleterio solo a livello educativo, di concentrazione e di motricità. Anche la vista ne risente e ora a dirlo è anche la scienza.

Miopia e bambini, lo studio

Qualche giorno fa è comparso sulla rivista The Lancet digital health un articolo scientifico dal titolo “Associazione tra l’uso di strumenti digitali smart e la miopia: una revisione sistematica e una meta-analisi”. I ricercatori, guidati dal dottor Joshua Foreman, hanno riassunto così lo studio: “Excessive use of digital smart devices, including smartphones and tablet computers, could be a risk factor for myopia. We aimed to review the literature on the association between digital smart device use and myopia”. Tradotto, dice questo: 

L’utilizzo eccessivo di device smart digitali, inclusi smartphone e tablet, potrebbe essere un fattore di rischio per la miopia. Il nostro obiettivo era studiare la letteratura che tratta l’associazione tra l’uso di questi device e la miopia.

I ricercatori hanno dunque preso in considerazione la letteratura scientifica, analizzando più di 3000 articoli riguardanti la salute optometrica dei ragazzi fra i 3 e i 16 anni, dai quali si evince che più ore passate davanti allo schermo aumentano il rischio di sviluppare miopia del 30%. Addirittura, si arriva all’80% se tra gli schermi viene utilizzato anche un personal computer.

Anche in Cina i risultati sono gli stessi

Un altro studio che dimostra la correlazione tra device digitali e miopia nei bambini è stato condotto recentemente in Cina. Alcuni studiosi dell’Università Yat-Sen di Guangzhou hanno analizzato i bambini provenienti da 12 scuole primarie cinesi e hanno notato come la miopia tra i bambini sia peggiorata durante la pandemia da Covid-19, periodo nel quale i piccoli si sono trovati chiusi in casa con un campo visivo ridotto e con la possibilità (e necessità, se pensiamo alla DAD) si utilizzare schermi digitali. I dati parlano chiaro: se, ad esempio, nelle classi terze nel 2019 c’era un’incidenza di miopia del 13%, nel 2020 si è passati al 20%.

Il ruolo della pandemia

Se i casi di miopia stanno aumentando uno dei motivi è di certo da ricercare nella pandemia. I vari lockdown e le quarantene preventive che in Italia hanno riguardato moltissime scuole hanno portato i bambini ad isolarsi in spazi ridotti e a tagliare la possibilità di passare tempo all’aperto (abitudine benefica per la vista). Soprattutto, tanto la DAD quanto le attività svolte in lockdown (guardare video, telefonare ad amici e parenti…) hanno contribuito all’abbassamento della vista dei bambini, a cui troppe ore davanti agli schermi fanno effettivamente molto male a livello ottico, come questi studi hanno dimostrato e come altri continuano a dimostrare.

L’ideale è quello di limitare sempre le ore passate davanti agli schermi digitali, soprattutto quelli più piccoli, favorendo il gioco all’aperto e la lettura di libri cartacei.

Arriva in Italia la Cannabinologia! Alcune Università italiane hanno fatto partire i primi corsi che insegneranno tutto quel che c’è da sapere sulla canapa sativa e i suoi prodotti.

Chi era già al corrente della notizia, ma anche chi la sta leggendo per la prima volta qui, avrà dei dubbi che si tratti di uno scherzo o che questi corsi siano solo una trovata provocatoria che scemerà in breve tempo.

In realtà il settore industriale della Cannabis è in crescita e la richiesta di persone formate in maniera scientifica è alta. Per questo il mondo accademico si sta iniziando ad adeguare per stare al passo coi tempi.

In quest’articolo spiegheremo come sia nata la Cannabinologia, dove viene insegnata e in cosa consistono i nuovi corsi delle Università italiane.

Ecco dove sono nate le Scienze della Cannabis

L’idea di organizzare un corso di studi sulla Cannabis non poteva che nascere all’interno del maggior produttore mondiale di questa pianta, vale a dire gli USA.

In America il mercato della Cannabis vale miliardi di dollari e si prevede che in futuro la richiesta di esperti del settore da parte di aziende pubbliche e private debba aumentare esponenzialmente.

Per formare i professionisti del futuro sono dunque nati corsi universitari nei quali si studia il settore della canapa dal punto di vista chimico, medico ma anche finanziario.

Per dare la misura di quanto il panorama stia cambiando rispetto al proibizionismo del passato si pensi che l’Università del Colorado propone un corso di laurea in “Biologia e Chimica della Marijuana”.

Sembra incredibile che la parola Marijuana sia utilizzata per indicare corsi accademici dopo essere stata per lungo tempo sinonimo di crimine e droga, ma è proprio così.

Al di fuori degli States sono ancora pochi i Paesi che hanno seguito quest’esempio e tra questi si annoverano il Canada e Israele.

Come studiare Cannabinologia in Italia

Quando si tratta di progresso l’Italia spesso arranca dietro i più avanzati Paesi occidentali e possiamo verificarlo anche in questo caso.

Infatti nel Bel Paese non c’è ancora alcun segno di lauree vere e proprie orientate al mondo della Cannabis.

Tuttavia qualcosa si sta muovendo. In alcune Università italiane stanno iniziando a nascere infatti dei corsi singoli di formazione in “Cannabinologia”.

Ad aprire le danze è stata a fine 2019 l’Università La Sapienza che, all’interno del corso di laurea in Scienze Sociali Applicate, ha inaugurato il laboratorio di “Analisi socio-economica del mercato della Cannabis”.

Il passo più audace è stato compiuto invece dall’Università di Padova che offre la possibilità di un Master in Cannabinologia.

Si muove un po’ in ritardo quindi quella che fino agli anni ’40 era la seconda produttrice mondiale di canapa dietro solo all’Unione Sovietica. Ma le prospettive sembrano promettenti.

Se la timida liberalizzazione di questi anni dovesse andare avanti, si stima un vero e proprio boom economico nel mercato italiano della Cannabis.

Esistono già tante aziende serie e solide in questo campo come l’italianissimo Justbob.it, tra i più affermati nel comparto della canapa. Tuttavia la tendenza legislativa proibizionista ostacola la crescita di un settore con enormi potenzialità come quello della Cannabis.

Basti pensare che, per quanto riguarda il mercato della canapa light e tutto l’indotto, la società londinese Prohibition Partners prevede nei prossimi 10 anni un giro di affari tra i 7 e i 30 miliardi di euro!

Tutto dipenderà dallo sviluppo della situazione legislativa sulla Cannabis. Se si uscirà dal continuo avanti-indietro tra norme progressiste e norme proibizioniste, potremo sperare di assistere a una nuova crescita economica e alla creazione di numerosi posti di lavoro.

La nuova legge permetterà di coltivare Cannabis

Attualmente la legislazione sulla Cannabis in Italia è particolarmente ingarbugliata e confusa e ciò non aiuta ad attirare investimenti nel settore della canapa legale.

Troppa burocrazia, troppe regole e l’incertezza per il futuro sono un grande ostacolo per le giovani aziende di questo comparto.

Tuttavia ha creato scalpore e rinnovato le speranze una nuova proposta di legge che ha superato l’esame della Commissione di Giustizia della Camera l’8 settembre scorso.

La proposta non si occupa di produzione di canapa a livello industriale ma ne disciplina la coltivazione domestica. Tuttavia può essere un segnale di apertura della politica ad altri passi verso la liberalizzazione e la conseguente crescita economica del settore della Cannabis.

Questi sono i principali punti del nuovo disegno di legge:

  • possibilità di coltivare in casa fino a un massimo di 4 piante femmine di Cannabis – le femmine sviluppano le infiorescenze da cui si ricava la marijuana;
  • inasprimento delle pene nei casi di spaccio verso minori e associazione a delinquere;
  • riduzione di pena per i  cosiddetti “fatti di lieve entità” e distinzione tra detenzione di droghe leggere e di droghe pesanti.

In conclusione

Ecco spiegato, per filo e per segno, cosa stia succedendo nelle Università italiane.

Il panorama accademico si è popolato di una nuova scienza in linea con le prospettive future di liberalizzazione della Cannabis.

Ancora non sono stati istituiti dei veri e propri corsi di laurea. Ma stupisce sapere che esistono Master in Cannabinologia se si pensa a che punto di incertezza e arretratezza si trovi ancora la legge italiana su questo tema.

Barzellette per bambini: le più belle!

Venerdì, 15 Ottobre 2021 08:17

Sono diversi gli studi che dimostrano come ridere con i bambini sia fondamentale per la crescita. Fare battute, ridere e scherzare non solo fa bene all'umore, ma migliora le relazioni interpersonali e addirittura stimola i ragionamenti e l'intelligenza. Le barzellette, quindi, sono un pilastro della crescita!

Raccontare barzellette ai bambini è quindi molto raccomandato. Si tratta di uno dei primi modi con cui stimoliamo la comicità verbale dei nostri figli e figlie (che in realtà nei primi mesi e anni di vita ridono e sperimentano in moltissimi altri modi!), che potranno poi prendere spunto dalle nostre battute divertenti per inventarne di loro, o semplicemente le replicheranno per suscitare ilarità negli altri.

Ecco dunque le più belle barzellette per bambini (corte e lunghe!), appropriate, divertenti ed esilaranti.

Le barzellette per bambini

Una leonessa sta chiacchierando con un leone nella savana. Nel mentre, arriva un gruppo di turisti su una jeep intenti in un safari. Così la leonessa dice al leone: "Mannaggia, anche oggi ci toccherà mangiare carne in scatola...".

Uno studente chiede al prof: "Si può punire qualcuno che non ha fatto nulla?". Il prof risponde: "Certo che no!". E lui: "Bene, allora non ho niente di cui preoccuparmi, visto che non ho fatto i compiti".

La mamma di Giovanni fa irruzione nella sua camera: "Alzati, pelandrone!". Lui, assonnato, si lamenta: "Ma mamma, non ho voglia di andare a scuola, preferisco stare nel letto, che pizza!". E la mamma risponde: "Vedi di alzarti al volo, che a scuola ci devi andare, visto che hai 40 anni e sei il preside!".

Pierino va in bicicletta e urla al nonno: "Guarda guarda! Senza mani!". "Guarda guarda! Senza piedi!". "Guarda guarda! Shensha denthi!".

Una notte Gaia sente una voce spaventosa. "Chi è?", chiede". "Buahahaa, sono il fantasma formaggiiiiinooo!". Impaurita, va dalla mamma, che le dice: "Sai una cosa? So io cosa devi dirgli la prossima volta che arriva!". La notte successiva Gaia sente di nuovo la voce spaventosa. "Chi è?", chiede. "Buahahaa, sono il Fantasma Formaggino!". "Vieni vieni, che ti spalmo sul panino!".

Un signore sta passeggiando con il suo serpente al guinzaglio. "Oddio, signore! Lo porti subito allo zoo!", esclama una poliziotta. Il signore le risponde: "D'accordo!". Il giorno dopo la poliziotta incontra di nuovo lo stesso signore, ancora con il serpente al guinzaglio. "Ma non le avevo detto di portarlo allo zoo?", gli chiede. "Certo", fa lui, "ieri l'ho portato allo zoo, oggi al cinema, domani in piscina!".

Una sera, un passante vede un ubriaco che cerca qualcosa a terra, ai piedi di un lampione. Gli chiede: "Cosa sta cercando, signore?". "Le chiavi di casa! Mi aiuta a trovarle?". "Certo", risponde questi, "dove le sono cadute, più o meno?". "Laggiù", risponde l'ubriaco, "dove ci sono gli alberi! Ma ora sto provando a cercarle qui, che è bello illuminato!".

 

Le battute brevi e i giochi di parole

Cosa fa un televisore nel mare? Va in onda!

Un daino dice a un altro daino: "Giochiamo a nascondino". E l'altro: "Dai, no...".

Perché il quaderno di matematica sta piangendo? Perché è pieno di problemi!

Il colmo per il prof di musica? Non dare mai note!

Qual è il ballo preferito dalle scimmie? L'Orangotango!

 Sai perché il formaggio non riesce a dormire? Perché l'insalata russa!

Jason non diventa Jessica. Jason è sempre stata Jessica.

Parlare della transessualità è quantomai necessario ed è giusto rispondere alle domande dei bambini e delle bambine fin da quando sono piccoli. Con una doppia valenza: prima di tutto, in questo modo si rende meno pauroso un argomento ancora (senza buoni motivi) tabù, puntando sulla conoscenza; in secondo luogo, tutti i ragazzine e ragazzine transgender possono trovare nel mondo un alleato, con piccoli strumenti di comprensione che possono rendere l’accettazione di sé più armoniosa e meno difficoltosa.

Mio fratello si chiama Jessica è quindi un romanzo davvero molto importante. Forte — per alcune persone — ma necessario.

I libri e i romanzi sono sempre una fonte di conoscenza e di empatia e permettono di conoscere il mondo mettendosi nei panni di qualcun altro, insegnando così l’importanza del rispetto. Non solo: leggere molti libri porta ad avere la tendenza ad informarsi e ad ascoltare gli altri, senza mai dare per scontato il proprio punto di vista e considerando sempre che dall’altra parte c’è una persona con sentimenti e pensieri, e non un concetto. Mettersi in discussione è infatti la base di una società rispettosa, varia e serena.

John Boyde, autore de Il bambino con il pigiama a righe, ha scritto Mio fratello si chiama Jessica (Rizzoli) perché gli interessava raccontare le difficoltà di un ragazzo alle prese con questioni di genere e sessualità “vissute non in prima persona, ma attraverso l’esperienza di una persona amata”, come si legge in quarta di copertina. Un po’ ciò che intendevo, quindi: imparare ad ascoltare è un atto d’amore verso chi ci sta accanto e verso il mondo.

Il romanzo è la storia di Sam e della sua famiglia della borghesia inglese, che si trova a dover affrontare la transizione della sorella. Jessica, infatti, fino a poco tempo prima era Jason, il ragazzo più bravo a calcio della scuola, quello la cui fidanzatina era la più ambita dagli studenti. Il libro accompagna quindi il lettore e la lettrice nel percorso di consapevolezza di Jessica, osservata da Sam. Che fatica ad accettare la cosa. Così come i genitori.

La non accettazione è uno dei problemi attorno alla transessualità: sono molti i ragazze e le ragazze transgender non accettati dalle famiglie. È quindi normale e giusto portare il punto di vista della diffidenza, che si trasforma in conoscenza grazie all’ascolto e alla curiosità.

Nel libro sono presenti tanti piccoli dettagli inclusivi che fanno la differenza e che non riguardano solo l’argomento della transessualità, perché normalizzano situazioni ancora ritenute eccezionali. Il papà che ha in carico la cura della casa e dei figli, ad esempio; la madre con una carriera politica… Il tutto senza stereotipi. Anche la mamma e il papà non sono figure positive o negative al 100%, e a volte certe frasi fanno innervosire moltissimo chi legge (ma anche questo sanno fare i libri ben scritti!).

E se anche ci sono alcuni difetti per quanto riguarda il modo in cui viene affrontato il tema della transessualità, questi sono un po’ inevitabili. Sam parla spesso della sorella al maschile, in maniera naturale, quando dovrebbe parlarne al femminile (ma è normale: Sam è un ragazzino che sta scoprendo la transessualità della sorella piano piano, imparando di conseguenza le parole e i gesti adatti); si fa spesso riferimento al deadname, ovvero al “nome di prima”, ma anche in questo caso è la storia che porta a farlo.

In altre parole, gli errori che potrebbero esserci nel testo possono essere giustificati e accettati: si tratta di un approccio all’argomento delicato e pensato proprio per arrivare ai ragazzini e alle ragazzine senza rischiare di essere saccenti o pesanti.

Un libro necessario, potente e coinvolgente, che tutti dovremmo avere in libreria. Non solo in quella dei ragazzi.

È uscito il 12 ottobre e già si preannuncia un classico del Natale, portando un po' di modernità sugli scaffali su cui ora spicca il "Canto di Natale" di Dickens: parliamo del nuovo libro di J.K. Rowling, l'autrice dalla cui penna scaturirono le avventure di Harry Potter, che torna in libreria con una storia natalizia che parla dell'amore di un bambino per il suo giocattolo preferito.

Si intitola "Il maialino del Natale", è edito da Salani e qui c'è tutto quello che dovete sapere.

La trama

Il libro, disponibile in tutte le librerie e online (potete acquistarlo qui, ad esempio) parla di Jack e del suo maialino di pezza Mimalino, da cui non si separa mai e che teneramente chiama Lino. Un giorno, tuttavia, Lino si perde: è la vigilia di Natale. Un giorno magico: i giocattoli, infatti, prendono vita, e Jack insieme al novello sostituto Maialino di Natale decidono di intessere un piano coraggioso per recuperare Lino dalla Terra dei Perduti, con l'aiuto di una schiscetta parlante, di una bussola e si Speranza, un essere alato. Finché non si trovano di fronte il Perdente, un grosso mostro composto da rottami.

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Le illustrazioni

Ad aver inventato il mondo di Jack e di Mimalino è il genio letterario di J.K. Rowling (che ha sempre dichiarato che la sua attività preferita al mondo è stare da sola in una stanza ad inventare storie!), ma anche le illustrazioni sono importanti: le ha disegnate Jim Field, noto e pluripremiato artista che illustra libri e dirige film d'animazione, corredando la commovente storia di immagini e dettagli imperdibili.

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Il messaggio

Ciò che l'autrice, in questo secondo libro post-Harry Potter (prima c'è stato anche l'Ickabog, altro prodotto imperdibile!), vuole trasmettere è una storia sul mistero della perdita e sull'importanza del prendersi cura degli altri mettendoci empatia e compassione. E, come sempre, tra le sue pagine non mancano il valore dell'amicizia e il calore della famiglia.

 

Cecilia

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