Il 20% delle mamme soffre di depressione post parto, una patologia di cui si parla molto ma che spesso non viene affrontato nella maniera corretta dai media e da chi ci sta attorno, poiché la tendenza è quella di nascondere questa realtà. Un numero davvero molto elevato. Ma non è l’unico. Perché in pochi lo sanno, ma anche il 10% dei papà soffre di depressione dopo la nascita del proprio figlio. E anche questo è un argomento di cui si dovrebbe parlare molto di più.

Sì, esiste anche la depressione post parto dei papà: la PPD, Paternal Postpartum Depression, ovvero quando i papà soffrono dopo l’arrivo di un figlio

Parlare di un problema è il primo passo verso la sua risoluzione. Perché solo parlando lo si riconosce e una volta riconosciuto lo si può affrontare. Perché quindi lasciare nell’oblio un disturbo come la depressione che colpisce i padri dopo l’arrivo di un bambino? La depressione postpartum è tipica delle madri, ma il baby blues colpisce anche i padri, in maniera differente, e non dovremmo fare finta di niente.

Perché non se ne parla? Un po’ perché effettivamente non si conosce questa patologia (e sono pochi gli uomini che la riconoscono, associandola all’arrivo del bambino e non ad altri aspetti della vita), un po’ per cultura, perché come sappiamo agli uomini è ancora, purtroppo, affibbiato il ruolo di machi senza sentimenti, di robot senza lacrime che se lacrimano sono meno uomini (e ricordate il bellissimo progetto “What real men dry like”?).

Alcune ricerche (come questa) hanno osservato come la causa di questa depressione sia l’abbassamento di testosterone. Se a nove mesi dalla nascita del bambino il testosterone del padre si abbassa, infatti, aumenta il rischio di depressione. Questo testosterone, tuttavia, ha un’influenza contraria sulla madre. Se infatti il partner presenta bassi livelli di questo ormone, la madre rischia in maniera minore di soffrire di depressione postpartum (e al contrario quando il testosterone del papà è troppo alto il rischio aumenta, anche per l’aggressività e lo stress che caratterizzano gli uomini con alti livelli di questo ormone). Sembra un’altalena, e in effetti è così, e l’ideale è quindi l’equilibrio del testosterone.

Questo studio non fa che confermare una cosa, e cioè che anche i padri presentano, alla nascita dei figli, dei cambiamenti fisici che influenzano la loro psiche. Non è solo la mamma quindi a provare gli sbalzi d’umore (come spesso pensiamo, anche per le implicazioni fisiche della gravidanza e del parto). E questo spiega anche come certi padri siano molto coinvolti nella crescita dei figli mentre altri non sentano la necessità di stare loro vicini (anche a livello di contatto fisico).

La ricerca però ha sottolineato anche un altro fatto, e cioè i benefici della presenza di una partner di supporto e presente. Se i padri con basso testosterone soffrivano infatti di depressione, questa diminuiva e migliorava nel caso in cui la compagna era una compagna presente e d’aiuto. E in effetti sono molti gli studi (come questo) che sottolineano come la migliore soluzione per combattere la depressione postparto dei padri (detta anche PPD, Paternal Postpartum Depression) sia il supporto del partner che si ha accanto.

Il primo passo per stare vicino ad un papà che sta soffrendo di questo disturbo è quindi quello di stare vicino. Prima parlandone con delicatezza, poi trovando un valido supporto negli psicologi che conoscono il problema.

E un altro validissimo aiuto è parlare e fare amicizia con altri padri. Il “villaggio” è un concetto molto importante poiché trovando persone nella nostra stessa situazione (non la depressione, ma la paternità) possiamo trovare risposte, capire meglio noi stessi, vedere altri approcci alla paternità, trovare un aiuto nell’amicizia vera.

Chi legge libri giapponesi, che siano saggi o romanzi, sa che questi sono impregnati di una piacevolissima quiete e di un senso di calma inconfondibili. E anche quando si parla di tragedie, tristezza o sentimenti negativi esiste sempre un atteggiamento positivo in fondo al nero e tutto viene comunque vissuto con la calma quieta che pervade tutta l’atmosfera giapponese.

Recentemente abbiamo conosciuto un concetto che ci conferma tutto questo e che fa parte degli atteggiamenti che da millenni i giapponesi adottano nei confronti della vita. Si chiama Ikigai ed è un validissimo aiuto per focalizzare la propria vita e renderla più piena.

Ikigai, ovvero trovare una ragione per vivere secondo la cultura giapponese: come trovare uno scopo di vita ogni mattina può cambiare la vita, prendendo spunto dal popolo nipponico

Proprio come l’Hygge e il Lagom, che però vengono dalla cultura nordica, l’Ikigai è una filosofia di vita che possiamo seguire per migliorare il nostro vivere e per trovare una felicità semplice e duratura. Viene dal Giappone e ha una tradizione millenaria proprio come il suo popolo.

Esiste anche un libro, scritto da Bettina Lemke ed edito in Italia da Giunti, “Ikigai, il metodo giapponese - Trovare il senso della vita per essere felici” (che potete trovare qui). Ma per capire subito di cosa stiamo parlando proviamo a sintetizzare un po’ i concetti di questo Ikigai.

L’Ikigai può essere tradotto letteralmente (anche se non c’è un significato univoco e perfetto) come “ragione di vivere”, “ragion d’essere”. Viene da Iki, cioè “vita”, e Gai, “scopo”. Insomma, l’Ikigai è qualcosa per il quale viviamo, il nostro scopo, e può essere una persona (non a caso questa parola viene riferita spesso al proprio innamorato, in Giappone), un sentimento, un lavoro, una passione. E con questo termine i giapponesi riescono a racchiudere moltissimi significati, dalla ragione per cui ci alziamo dal letto alla mattina fino a ciò che vogliamo realizzare nella vita (quindi lo scopo), dalle nostre passioni a ciò che facciamo per il mondo nel nostro piccolo.

Questo qualcosa per il quale ci alziamo la mattina è diverso per ognuno di noi. Quando abbiamo ben focalizzato il nostro Ikigai è più semplice alzarsi dal letto ma soprattutto si affronta la quotidianità con uno spirito positivo e in maniera natura si tenta ogni giorno di rendere la propria esistenza significativa, per noi stessi e per gli altri.

L’utilità dell’Ikigai è semplice: la felicità è un sentimento umano, una condizione, un sentire che tuttavia non è permanente o eterno ma solitamente va e viene a seconda del periodo nel quale ci troviamo. Tenendo sempre presente il nostro Ikigai, invece, questa felicità sarà permanentemente presente, sarà sempre lì di fronte a noi a prescindere dalle difficoltà e ci aiuterà a superare tutto in maniera più positiva, ma soprattutto propositiva.

Come trovare, dunque, l’Ikigai? Innanzitutto, dobbiamo pensare con intensità a ciò che amiamo veramente nella nostra vita, più di tutto. Incrociamo poi questa passione con la nostra bravura, con il contributo che questa passione dà agli altri e con i valori che ci accompagnano nella vita, quelli ai quali ci ispiriamo e che cerchiamo di seguire sempre. E anche con la possibilità di essere pagati per questa passione. Solo in questo modo l’Ikigai sarà davvero una vocazione, una passione, una missione e una professione.

C’è poi l’intenzione. Perché il nostro Ikigai deve essere inseguito intenzionalmente, volontariamente, con convinzione. Bisogna applicarsi e non lasciare che ci scorra addosso. Dobbiamo impegnarci. Solo così saremo completi e soddisfatti. E non solo dal risultato, ma anche dalla strada che intraprendiamo per cercare di arrivare a quel risultato. Perché la felicità non è data dal mero raggiungimento dell’obiettivo ma soprattutto da ciò che il nostro Ikigai ci dà ogni giorno, lungo il percorso che intraprendiamo e che è la nostra vita.

Arredare la cameretta dei più piccoli richiede diverse attenzioni, dal colore delle pareti, all’arredamento e gli accessori. Un elemento da non dimenticare sono le tende, importanti non solo perché oscurano la stanza e conciliano il riposo, ma anche perché proteggono dagli spifferi provenienti dagli infissi e sono un vero e proprio elemento d’arredo, che complementa la stanza. Come scegliere quelle giuste?

Tendaggi e finestre, quelle giuste per la cameretta: come scegliere infissi e tendaggi per la camera del bambino

Il colore delle tende

Una delle prime caratteristiche da considerare è il colore delle tende. A seconda dello stile che scegli per la cameretta, le opzioni sono diverse. Non ti limitare a scegliere il rosa o il blu per bambine e bambini, ma pensa anche al futuro. Meglio optare per un colore neutro, che si adatti ai cambiamenti della stanza. Anche il giallo o il verde sono scelte che si adattano alle tende. Secondo la cromoterapia, infatti, il primo contribuisce alla concentrazione e infonde positività. Il secondo, invece, favorisce il benessere e la calma.

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Come scegliere una fantasia?

Se vuoi qualcosa di particolare, le fantasie tra cui scegliere sono tante. Per avere qualcosa di adatto ai bambini, ma sempre pratico, puoi optare per tende con decorazioni e disegni sulla parte inferiore o superiore., magari da abbinare al copripiumino. Per un effetto originale ma sobrio, scegli tende bianche con decorazioni semplici come stelle o fiori a rilievo.

Tende oscuranti o dai tessuti leggeri?

Il tessuto delle tende è un altro fattore importante. Per finestre senza tapparelle, è meglio scegliere tende oscuranti, in modo da permettere al bambino un perfetto riposo, soprattutto se la stanza è illuminata da luci stradali. In caso contrario, puoi scegliere un tessuto leggero e trasparente, ideale per una stanza che non gode di molta luce.

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Coinvolgi i piccoli

Quando arredi la stanza di un bambino già grande, dai 3 o 5 anni in su, potrai già coinvolgere nella scelta dei dettagli, tra cui le tende. Queste potranno essere un modo per permettergli di personalizzare la stanza come più preferisce. Ovviamente potrà chiedere delle tende di colori accesi o dalle decorazioni molto particolari, ma insieme potrete scegliere l’opzione più adatta.

No, non è “per costituzione”

Venerdì, 20 Luglio 2018 07:53

Ci sono certe frasi fatte, luoghi comuni e cliché che sono pericolosissimi. Non ce ne rendiamo conto, un po’ perché siamo abituati a sentirli e un po’ perché ci rassicura nasconderci dietro a queste parole. Una di queste frasi fatte è “per costituzione”. La si riferisce ai bambini in sovrappeso e non ci si accorge che si sta solo nascondendo la testa sotto la sabbia. Ma è davvero rischioso perché in questo modo non si affronta la situazione e i pericoli futuri sono davvero nocivi.

No, non è “per costituzione”: i bambini sovrappeso spesso vengono giustificati ma è ora di guardare in faccia la realtà

Lo spunto ci viene da un articolo apparso sul Fatto Quotidiano, questo. L’ha scritto la blogger Erica Vecchione, si intitola “Se tuo figlio è obeso non dire che è ‘per costituzione’. Apri gli occhi, e aiutalo” e non ci potrebbe trovare più d’accordo.

Il fatto è che l’essere “rotondi di costituzione” è da decenni la scusa alla quale moltissimi genitori si aggrappano quando il loro figlio è, né più né meno, in sovrappeso, quando non addirittura obeso. Questi bambini mangiano, e tantissimo. Spesso mangiano schifezze, facendo merenda a tutte le ore del giorno con patatine, gelati, merendine confezionate.

E tutto questo ha una radice culturale: se un tempo i mezzi non permettevano di mangiare a tutte le ore e se tempo addietro il consumismo di massa non esisteva, oggi c’è la concezione che i bambini debbano mangiare moltissimo per rimanere in forze, per non “diventare patiti”. E tutto questo anche per la disponibilità di cibo che ci attornia. Spesso ingozziamo i bambini, insomma, rifugiandoci nella convinzione che non dargli da mangiare a tutte le ore sia privarli di un diritto umano imprescindibile.

Il diritto di cui in realtà non dovremmo privarli è però un altro, e cioè la salute. Anche perché i bambini non hanno bisogno di mangiare così tanto ma ingozzandoli e abituandoli a spiluccare lungo tutta la giornata non soddisfiamo un loro bisogno naturale ma semplicemente inseguiamo una dipendenza psicologica che abbiamo creato noi.

La blogger del Fatto Quotidiano per fare capire il suo punto di vista porta un interessantissimo articolo pubblicato sulla rivista Obesity, un osservatorio internazionale per capire meglio e combattere questa malattia, condotto da alcuni ricercatori dell’università di Padova. Lo studio in questione si intitola “L’amore di una madre rende cieche? Un grande studio intercontinentale sulla consapevolezza delle madri riguardo al peso dei propri figli” e vuole fare luce sulla errata percezione che le madri hanno rispetto al sovrappeso dei propri figli e su come questa percezione influisca sui provvedimenti che le madri dovrebbero prendere per correggere il peso dei propri bambini.

Lo studio parla chiaro: l’amore materno rende cieche le madri, che non sono consapevoli dell’obesità dei bambini. Non vedono o non vogliono vedere il problema. E questo ha conseguenze pericolosissime sulla salute di questi bimbi. L’89% dei bambini sovrappeso e il 52% dei bambini obesi presi in considerazione viene infatti definito dalle proprie madri come normopeso. E questo si ripercuote sulla loro salute anche perché questa sbagliata percezione non porta le madri a proporre ai bambini degli specifici e utili programmi di prevenzione dell’obesità.

Chiudere gli occhi di fronte al sovrappeso o all’obesità dei propri bambini è pericolosissimo su due fronti. Il primo è naturalmente quello fisico, dal momento che l’obesità è causa di moltissime malattie, soprattutto cardiovascolari, e trascurare i sintomi facendo finta che il proprio bambino stia bene significa lasciare che cresca in sovrappeso, non consapevole dei rischi e dipendente dal cibo. In secondo luogo c’è il fattore psicologico e sociologico: purtroppo il bullismo è ancora molto presente nella nostra società e la maggior parte delle volte i ragazzi sovrappeso vengono presi di mira e additati.

Insomma, è sbagliatissimo nascondersi dietro al “per costituzione”. Certo che la costituzione è qualcosa di reale ma è anche reale l’educazione al benessere psicofisico e l’educazione all’alimentazione sana. La soluzione è dare fin da subito gli strumenti giusti, evitando di abituare i bambini ai pasti sregolati, alle merendine come sostituti dei pasti e ai pasti troppo abbondanti (no, non resteranno “patiti”!). Bisogna educare al cibo sano, abituandoli con una cucina saporita ma equilibrata, evitando di smangiucchiare e mangiando solo quando effettivamente si ha fame.

“Hai appena mangiato, adesso aspetta tre ore prima di fare il bagno altrimenti ti prendi una congestione!”. Praticamente ce lo siamo sentiti dire tutti dalle nostre mamme, dai vicini di ombrellone, dagli zii, dai cugini, da tutte le zie Ignazie del mondo. Eppure qualche mito da sfatare c’è, perché in realtà questo rischio non è proprio così fondato!

Esatto: quest’estate al mare potremo stare un po’ più tranquilli e lasciare che i nostri bimbi si divertano prima e dopo mangiato con tuffi, nuotate e spruzzi. Basta solo prendere qualche precauzione e fare attenzione a certi piccoli gesti.

Il falso mito del non poter fare il bagno dopo mangiato: non attendere tre ore per entrare in mare dopo mangiato non aumenta il rischio di congestione e annegamento

Lo dice anche Uppa, la rivista italiana di pediatria tra le più autorevoli nel mondo dell’Internet: fare il bagno dopo mangiato non aumenta il rischio di congestione e annegamento. Anzi. Se vogliamo proprio essere precisi, la “congestione” (e cioè il blocco della digestione dovuto allo sbalzo termico) è uno di quei malanni che noi italiani abbiamo da sempre in testa ma che come il “colpo di freddo” e la “cervicale” in verità non sono così reali (o almeno non nel senso nel quale li intendiamo noi: la congestione è più facile prenderla bevendo una bevanda ghiacciata o entrando in una stanza iper condizionata quando la temperatura esterna è molto alta).


Per intenderci: la mitologia della mamma italiana in spiaggia a Ferragosto vuole che sia proibito il bagno dopo mangiato (soprattutto se il pasto era abbondante) perché pericolosissimo, perché si rischia una congestione e perché il pericolo di annegamento è dietro l’angolo, anche perché durante la digestione il flusso sanguigno aumenta nel tratto gastroenterico, diminuendo in polmoni, cervello e cuore (anche se, in realtà, non è che questi ne vengano privati…).

Ma i pediatri di Uppa, portando anche letture scientifiche (questa e questa), smentiscono questa credenza: in realtà non vi è nessuna prova scientifica che fare il bagno dopo mangiato aumenti il rischio di annegamento rispetto a farlo a stomaco vuoto e non ci sono nemmeno casi riportati di bambini annegati a causa della pancia piena. Le cause sono altre, eventualmente.

Semplicemente, bisognerà fare attenzione ad un malessere generale. O meglio: è ovvio che mangiare troppo è pericoloso, a prescindere, perché un’abbuffata si ripercuote sul fisico. Ma in questo caso solitamente non viene nemmeno voglia di fare il bagno e soprattutto il bambino nel momento in cui si sente male non si fa problemi a uscire dall’acqua. Quindi un accorgimento è quello di educare i bambini a comunicare i propri malesseri, in generale, e a farli stare un po’ all’ombra nel momento in cui non si sentono al top. E poi c’è da dire che solitamente sono gli adulti che si abbuffano, e non i bambini, che in spiaggia sono contenti del panino imbottito e del frutto dopo mangiato, impazienti di tornare a giocare. No?

In ogni caso, non è la digestione che rende il bagno pericoloso. Ciò che aumenta il rischio è semplicemente il brusco impatto del viso con l’acqua fredda, che è pericoloso sia da sazi che da digiuni. Fate caso ai nuotatori e ai tuffatori professionisti: prima di entrare in acqua d’impatto fanno una doccia fredda, o addirittura si bagnano direttamente il viso con l’acqua della piscina.

L’impatto dell’acqua fredda sul viso è pericoloso poiché provoca una reazione nervosa che rallenta il battito cardiaco e abbassa la pressione. Se questo dura per più di un secondo il cervello si blocca e il rischio è quello di affogare anche nell’acqua bassa (anche in pochi centimetri).

Tutto questo per dire: no, non è pericoloso entrare in acqua dopo mangiato. No, non serve attendere tre ore dopo il pasto. Semplicemente bisogna fare attenzione all’impatto e bagnarsi sempre prima di entrare e di tuffarsi (soprattutto il viso). Bisogna usare buon senso, evitare le abbuffate in spiaggia (evitiamo la carne: quella sì che ci impiega moltissimo a venire digerita, rispetto ai carboidrati e alla frutta e verdura), considerare la temperatura dell’acqua e sorvegliare sempre i bambini: lo sguardo vigile dei genitori è sempre, sempre necessario.

 

Mamma Pret a Porter non è una testata medica e le informazioni fornite hanno scopo puramente informativo e sono di natura generale, esse non possono sostituire in alcun modo le prescrizioni di un medico o di un pediatra (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione), o, nei casi specifici, di altri operatori sanitari (odontoiatri, infermieri, psicologi, farmacisti, fisioterapisti, ecc.) abilitati a norma di legge. Le nozioni sulle posologie, le procedure mediche e le descrizione dei prodotti presenti in questo sito hanno un fine illustrativo e non devono essere considerate come consiglio medico o legale.

Pasta fatta in casa, i benefici e le ricette

Giovedì, 19 Luglio 2018 08:26

Risparmio, salute, fantasia, soddisfazione: i benefici della pasta fatta in casa sono moltissimi ed è un bene che questa artigianalità stia tornando in voga. Lungi dall’essere difficile come si crede, infatti, fare la pasta in casa con le proprie mani è un lavoro soddisfacente e abbastanza semplice che ci permette di avere sempre pasta fresca per pranzo e cena e che ci dà la possibilità di sperimentare farine differenti risparmiando anche un po’.

Pasta fatta in casa, i benefici: fare la pasta in casa sta tornando di moda perché è semplice e benefico

L’abitudine a comprare la pasta confezionata (che sia di farina “normale”, integrale, senza glutine, di riso, biologica, di cereali…) è ormai radicata nella nostra società. È vero, è molto comodo, ma i benefici e il sapore pieno della pasta fresca resterà sempre imbattibile. Il fatto è che se abbiamo smesso di farla con le nostre mani è semplicemente perché crediamo che sia un processo laborioso e difficoltoso, quando invece ci sono poche ricette tanto semplici quanto quella della pasta fatta in casa!

Il bello è che facendo la pasta in casa avremo sempre sotto controllo tutti gli ingredienti (genuini e sani) e l’azione del prepararla con le nostre mani (anche insieme ai bambini!) ci riempirà lo spirito e ci darà moltissima soddisfazione e tantissima carica.

A livello nutrizionale, la pasta fatta in casa contiene ogni 100 grammi circa 124 calorie (quando cotta) e gli stessi 100 grammi contengono (approssimativamente) 70 grammi di acqua, 4 di proteine, 1 di lipidi, 25 grammi di carboidrati, 19 mg di potassio, 74 di sodio, 1 di ferro, 40 di fosforo, 14 di magnesio, 6 di calcio, 0,3 di zinco, 0,18 di vitamina B1, 0,14 di vitamina B2, 1,3 di Niacina, 0,02 di B6, 61 µg di acido folico.

A livello energetico la pasta fresca è un ottimo alleato poiché il glucosio nel sangue viene rilasciato lentamente e quindi le forze durano di più. Non ha colesterolo, essendo naturale, e per questo è un’alleata del sistema cardiocircolatorio ed è indicata anche per tutti coloro che soffrono di problemi cardiovascolari.

Possiamo scegliere farine di grano, e in questo caso il glutine sarà presente, oppure farine apposite senza questo elemento, perfette anche per i celiaci. Se scegliamo poi le farine integrali e non trattate assicureremo al nostro organismo un giusto apporto di fibre che aiuterà la regolarità intestinale (e per questo motivo la farina integrale è sconsigliata a chi soffre di diverticoli in fase acuta e chi è soggetto a colite).

La buona notizia è che non serve necessariamente la macchinetta per preparare in casa la pasta fresca: se l’abbiamo tanto meglio, ma nel caso in cui questa non fosse disponibile semplicemente basterà stendere su una spianatoia la pasta e tagliarla in tante striscioline formando così delle tagliatelle, oppure tagliarla in rombi per fare i maltagliati, o, ancora, formare con le dita i cavatelli, le orecchiette, gli strozzapreti…

Se abbiamo a disposizione solo il mattarello, basterà prendere una pallina della nostra pasta e appiattirla su una spianatoia infarinata, stendendola poi con il matterello dal centro verso l’esterno, fino a quando non raggiungerà lo spessore desiderato. Con la macchinetta, invece, si partirà con i rulli aperti al massimo facendo passare una pallina di pasta, chiudendo man mano i rulli (un po’ infarinati, ma non troppo) fino ad ottenere lo spessore che volevamo.

Pasta integrale all’uovo

400 grammi di farina integrale
4 uova bio
Un pizzico di sale

Con la farina formiamo su una spianatoia una fontana e aggiungiamo un pizzico di sale. All’interno del buco della fontana (o vulcano) rompiamo le uova e iniziamo a lavorare il tutto con la punta delle dita amalgamando bene. Lavoriamo quindi la pasta con il palmo delle mani per alcuni minuti, con forza, stendendo ogni tanto la pasta con il palmo e ripiegandola su se stessa e formando alla fine una palla (quando la consistenza sarà corposa). Lasciamo riposare la palla per 15 minuti avvolta in della pellicola. Stendiamola come spiegato sopra e tagliamola nel formato che preferiamo, oppure utilizziamo la macchinetta.

Pasta integrale senza uovo

400 grammi di farina integrale
200 grammi di acqua calda
Un pizzico di sale

Il procedimento è esattamente identico a quello della pasta all’uovo e questa pasta è perfetta per le orecchiette e gli strozzapreti, così come per i maltagliati.

Pasta verde all’uovo

300 grammi di farina integrale
90 grammi di spinaci bio
2 uova bio

Per prima cosa laviamo gli spinaci e mettiamoli a bollire in una pentola con acqua (oppure al vapore). Scoliamoli una volta morbidi e strizziamoli bene, quindi frulliamoli. In una ciotola versiamo la farina e le uova, quindi gli spinaci frullati, e amalgamiamo molto bene con le mani come al solito, impastando bene e ottenendo una palla dalla consistenza compatta e non appiccicosa. Lasciamo riposare la palla coperta da pellicola per mezz’oretta quindi procediamo a stendere e tagliare la nostra pasta a piacimento

Pasta fatta in casa senza glutine

400 grammi di farina di grano saraceno
100 grammi di farina di riso
4 uova bio
Sale
Olio
Acqua

Il procedimento è sempre lo stesso della pasta all’uovo, ma prima di procedere dovremo setacciare molto bene le farine per amalgamarle in maniera perfetta.

Pasta di soia fatta in casa

100 grammi di farina integrale
100 grammi di farina di soia
120 ml di acqua tiepida

Setacciamo le due farine e poniamole in una ciotola. Versiamo al centro l’acqua e cominciamo a lavorare con le dita per amalgamarla. Lavoriamo molto bene ottenendo un impasto compatto e sodo. Stendiamo la nostra pasta con il matterello e tagliamo degli spaghettoni più spessi del solito per creare dei simil-udon. Lavoriamola con delicatezza: è più fragile rispetto alla pasta normale! E la cottura sarà velocissima, con un goccio d’olio nell’acqua per far sì che non si appiccichi.

Come crescere figli che amano la cultura

Mercoledì, 18 Luglio 2018 13:51

La cultura è un insieme di cose bellissime: arte, cibo, tradizioni, musica… E la cultura è qualcosa di importantissimo. È fondamentale coltivare la nostra, quella delle nostre radici, ma è altrettanto importante conoscere le culture diverse dalla nostra, per sviluppare empatia, curiosità, conoscenza e apertura mentale.

Un errore è quello di pensare che la cultura sia qualcosa di distante dai bambini e che sia qualcosa da insegnare solo quando diventano più grandi. In realtà i bambini sono il terreno più fertile in questo senso e l’unione tra la loro curiosità e il loro essere spugne di sapere li rende super propensi ad imparare la propria e le diverse culture del mondo!

Come crescere figli che amano la cultura: gli atteggiamenti per far sì che i nostri bambini crescano amanti delle culture

Visitare i musei

Tutte le città, anche le più piccole, hanno le loro gallerie e i loro musei. È importante portare i bambini fin da piccoli in questi luoghi che propongono viaggi nella cultura con le loro mostre storiche, geografiche o artistiche. Possiamo scoprire insieme moltissime cose sul nostro paese e sul mondo, sull’arte di tutte le epoche e sui mondi distanti da noi!

Visitare le città

Quando si viaggia è giusto cercare di divertirsi e di rilassarsi, magari in spiaggia o in montagna, ma è anche bellissimo visitare le città nelle quali ci si reca (per non parlare della bellezza di organizzare dei mini weekend con i bambini nelle città d’arte più belle d’Italia e d’Europa!). Abituandoli a scoprire questi luoghi in famiglia, i bambini apprezzeranno probabilmente per sempre le passeggiate nei luoghi artistici, culturali e folkloristici e conosceranno soprattutto un sacco di persone e di stili di vita diversi dal proprio.

Cucinare insieme

La cucina è cultura e da qui non ci si scappa. Un consiglio è quindi quello di cucinare spesso insieme ai bambini insegnando loro i piatti di famiglia e della tradizione (anche con i nonni!) e provando ogni tanto i cibi stranieri che più li stuzzicano. Il cucinare insieme non è solo divertente e stimolante, ma è anche molto importante per far sì che i bimbi sviluppino un palato in grado di apprezzare tutto.

Giocare con giocattoli che vengono da lontano

In molti hanno sullo scaffale quella bambola messicana o quella barchetta in legno africana portata da un viaggio da un caro amico o da un generoso parente. Non lasciamogli prendere polvere ma lasciamo che i bambini li scoprano, li tocchino e li rendano un loro giocattolo!

Chiedere ai nostri amici di raccontare delle loro origini e della loro cultura

Se abbiamo amici stranieri o che tornano da lontano, è bello farci vedere in prima persona dai bambini a chiedere loro tutto ciò che ci interessa sul paese da cui provengono. Vedrete come si acutizzerà la loro curiosità: in poco tempo saranno anche loro a porre le loro domande e in questo modo impareranno moltissime cose direttamente dalle persone che vivono quella determinata cultura.

Leggere tante storie e tanti libri

Leggere è come viaggiare, leggere è vivere mille vite in una. Sembrerà un cliché ma è così e per questo la passione per la lettura è uno degli insegnamenti che possiamo regalare ai nostri bambini, che guadagneranno per tutta la vita un piacere e un’opportunità per scoprire cose sempre nuove. Iniziamo con il leggere insieme nel letto per poi lasciare che i bambini trovino la loro strada da lettori (qui trovate in nostri consigli per appassionare i bambini alla lettura).

Andare in biblioteca e sfogliare i libri del mondo

Una volta a settimana noi lo facciamo: andiamo in biblioteca, ci sediamo sui cuscini della zona bimbi e sfogliamo i libri che più acchiappano la nostra curiosità. Solitamente sono quelli che parlano del mondo, con tante illustrazioni e fotografie, oppure quelli sugli strumenti musicali, quelli sugli animali, quelli sugli abiti… Ce ne sono davvero moltissimi e ogni volta è una sorpresa ciò che scopriamo!

“Mio figlio non fa sport perché studia”

Mercoledì, 18 Luglio 2018 10:36

Conosco sempre più bambini e ragazzini che non fanno sport perché devono concentrarsi sulla scuola. È giusto insegnare la serietà e l’impegno ed è fondamentale che i bambini capiscano l’importanza dell’educazione scolastica, ma siamo sicuri che rinunciare allo sport e all’attività fisica solo per ottenere risultati scolatici impeccabili sia una buona idea?

Ne abbiamo parlato con la dottoressa Dawn Harper (che in tivù avrete visto in “Malattie imbarazzanti”). L’abbiamo conosciuta lo scorso anno ad un evento promosso da Fitbit, l’azienda creatrice di dispositivi da polso per tenere sotto controllo la nostra salute, e abbiamo chiesto direttamente a lei cosa ne pensa di questa tendenza.

“Mio figlio non fa sport perché studia”: perché è sbagliato puntare solo sulla scuola sacrificando la vita attiva

“Guardi, prima che dottoressa sono mamma e come mamma ho avuto dei momenti in cui mi assalivano i dubbi. Ma la mia scelta è sempre stata quella non solo di non eliminare lo sport ma di far sì che lo sport e la vita all’aria aperta avessero sempre un ruolo fondamentale nella vita dei miei figli”: ecco la semplice e chiara risposta della dottoressa Dawn Harper.

Il suo discorso, però, non si riferisce meramente all’attività fisica, all’attività aerobica, sportiva o alla corsa, ma in generale alla vita attiva. “Muoversi”, insomma, è la parola d’ordine. “Ogni ora dovremmo muoverci”, ci ha fatto sapere, “perché i benefici del muoversi non vanno ad influenzare positivamente solo il sistema cardiocircolatorio, ma anche il metabolismo”.

Spesso sentiamo l’esigenza di mangiucchiare qualcosina mentre lavoriamo o, per quanto riguarda i nostri figli, mentre si stanno svolgendo i compiti o si sta studiando (con la scatola di cereali sempre lì in bella vista). Ma mangiucchiare danneggia doppiamente il nostro equilibrio metabolico e il nostro benessere a livello di glicemia. Il movimento fisico è davvero una terapia per mantenere stabili gli zuccheri all’interno del nostro corpo!

Ecco perché, ad esempio, i dispositivi Fitbit (il Fitbit Ace è pensato apposta per i bambini, ve ne avevamo parlato qui, mentre il Fitbit Versa è quello per noi genitori) ogni ora segnalano attraverso una leggera vibrazione la necessità di fare qualche passo. Ogni ora dobbiamo muoverci! E lo stesso vale allo stesso modo per i nostri figli. Con i dispositivi Fitbit, quindi, abbiamo la possibilità di ricordarci e di ricordare ai bambini che ogni ora dobbiamo e devono muoversi, facendo un tot di passi. Sembra una sciocchezza, ma cambia tantissimo, e come in un circolo virtuoso il nostro organismo ne beneficerà in maniera massiccia.

Per concludere? La dottoressa Harper sconsiglia vivamente ai genitori di sacrificare ed eliminare lo sport e il movimento dalla vita dei bambini per inseguire semplicemente gli obiettivi accademici. Alle elementari i bambini dovrebbero svolgere almeno quattro ore di attività fisica alla settimana (due a scuola e almeno due fuori casa). Ore che dovrebbero aumentare poi durante le scuole medie (5/6 ore di sport ogni settimana): il corpo mentre cresce ha bisogno di una muscolatura forte!

E poi non dimentichiamo che lo sport è aggregazione, è concentrazione, è tenacia. È una scuola di vita. La dottoressa Harper lo dice chiaro e tondo: come genitori non dobbiamo investire solo nella scuola, ma anche nello sport, sia per una questione di salute fisica sia per quanto riguarda l’educazione e la preparazione alla vita e al mondo del lavoro.

La tinteggiatura della stanza dei bambini è spesso una fase sottovalutata. Quando prepari la cameretta, ogni dettaglio va adattato all’età dei più piccoli. Non scegliere con attenzione, quindi, solamente i mobili o gli accessori, ma assicurati di usare il colore giusto per le pareti.

Imbiancare la camera dei più piccoli, consigli utili: come tinteggiare le pareti della cameretta dei bimbi in arrivo

Ci sono diversi modi per scegliere il colore giusto. Puoi utilizzare il classico blu e rosa per un bambino o una bambina. In questo caso, meglio scegliere tonalità tenui, oppure optare per una imbiancatura originale: scegli un blu o rosa acceso per una parete lasciando il resto bianco.

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(http://drabtofabdesign.com/baby-boy-room-ideas/unique-baby-boy-nursery-themes-and-designs-ideas-little-clouds-infant-ideas-for-room-decor/)

Un altro modo per selezionare il colore giusto è considerare la cromoterapia. Ogni colore, infatti, ha effetti diversi sul sistema nervoso e stimola sensazioni diverse. Secondo questo pensiero, quindi, il blu e il verde sono colori che favoriscono il sonno, il riposo e riducono lo stress. Il giallo e il rosa, ma in generale tutti i colori caldi, favoriscono il buon umore. In questo modo, potrai adattare il colore delle pareti al bambino: ad esempio, scegliere il verde per quando è appena nato, e optare per colori caldi quando inizia ad andare a scuola, per favorire la creatività.

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(https://projectnursery.com/2015/04/rooms-and-parties-we-love-this-week-108/)

Per una cameretta più particolare, puoi optare per una vernice lavagna, magari da applicare su una delle quattro pareti della stanza. In questo modo, i piccoli potranno colorare i muri, senza rovinarli. Un’altra opzione creativa e originale sono gli stickers o la carta da parati che ti permetteranno di realizzare facilmente decorazioni come foreste e alberi, il tutto senza rovinare le pareti. Questi stickers, infatti, sono delicati sullo strato di pittura, e possono essere rimossi in qualsiasi momento.

Puoi anche utilizzare diversi colori e forme geometriche per imbiancare la stanza in modo creativo.

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(https://sticker.satu.site/green-trees-wall-stickers/)

Realizzare questi lavori è spesso facile e il fai da te può essere la scelta giusta se hai abbastanza tempo a disposizione. Con bambini più grandi, al di sopra dei 5 anni, potrai anche chiedere una piccola mano e trasformare la tinteggiatura in un gioco divertente anche per loro.

Se, invece, vuoi realizzare il lavoro velocemente e senza fastidi, assumi un imbianchino della tua zona e inizia subito a decorare la cameretta!.

Predichiamo tanto la parità dei sessi e poi ci fossilizziamo (senza nemmeno accorgercene) in abitudini che di paritario non hanno assolutamente nulla. Ad esempio? Prima di questa notizia probabilmente in pochi ci avevano pensato: perché il fasciatoio, nei luoghi pubblici, è (il 99% delle volte) nel bagno delle donne? Non ci sono forse papà che devono cambiare i propri bambini quando sono fuori casa?

La notizia è recente e fresca e già sta suscitando commenti (super positivi) e iniziative stupende: è bastato che un papà trovasse il fasciatoio in un bagno degli uomini in un paese nel quale solitamente questo fatto è inusuale per aprire gli occhi sulla parità di genere nella genitorialità.

“IoCambio”, perché il fasciatoio nei bagni degli uomini sia la normalità: dalla scoperta di un fasciatoio in una toilette maschile alla campagna si sensibilizzazione per cambiare la nostra società

In alcune strutture ci sono fasciatoi all’ingresso. In altre la stanza-fasciatoio è separata dai bagni di uomini e donne, oppure è nei bagni per famiglie. Ma guardiamo in faccia la realtà: la maggior parte delle volte la zona per il cambio pannolino è piazzata semplicemente nel bagno delle donne. Ok, sarà un discorso femminista. Ma è anche da questi dettagli che passa il cambiamento della società, il suo miglioramento. E poi, diciamocelo, femministi o meno, è un dato di fatto: ormai i papà che girano da soli con i bimbi sono tantissimi, quindi perché metterli in difficoltà nel momento in cui devono cambiare il pannolino al proprio figlio?

La notizia parte dunque da un locale milanese, Hug Milano. Recentemente, un papà si è trovato piacevolmente meravigliato nel trovare il fasciatoio anche nel suo bagno, quello degli uomini. Questo papà si chiama Roberto e ha condiviso la sua storia su vari siti d’informazione. In particolare, su onalim.it, che racconta una “Milano al contrario”.

Da papà di famiglia abituato a girare con moglie e figli, e giustamente abituato a dividere i compiti, è stato per lui strano (piacevolmente strano!) trovare in questo locale il fasciatoio nel bagno degli uomini. E la particolarità è che Hug Milano ha scelto di mettere il fasciatoio solo lì, per invertire i ruoli: se prima erano i papà a sentirsi a disagio nel bagno delle donne, ora sono nel loro habitat e le mamme possono finalmente riposarsi e scegliere per una buona volta di rinunciare a quel compito affidato sempre e solo a loro (non da parte dei papà, sia chiaro, ma da regole della società esattamente come questa del fasciatoio nel bagno delle donne).

La notizia s’è diffusa, ed è naturale: praticità e civiltà sono i concetti alla base di questa scelta e di questa scoperta che potrebbe fare da traino e spronare tutti gli ambienti pubblici a dotarsi dei fasciatoi nei bagni degli uomini. Per questo l’associazione Onalim ha lanciato anche una campagna, #iocambio: i papà che passeranno da Hug dovranno fotografarsi mentre cambiano il pannolino ai propri figli diffondendo l’immagine online e sensibilizzando così sull’argomento.

In particolare, per tutti i papà che vogliono partecipare all’iniziativa Hug Milano ha pensato ad un evento (nel quale ci saranno birre gratis per chi cambierà pannolini!): si terrà mercoledì 25 luglio e qui trovate tutte le informazioni.

Ma proviamo a spostare per un attimo lo sguardo. Siamo sicuri che nel mondo non siano già un po’ più avanti rispetto a noi? In effetti in USA è (o dovrebbe essere) così. È infatti del 2016 la legge (il Babies Act) firmata da Barack Obama che impone di installare i fasciatoi in tutti i bagni degli uomini e delle donne all’interno degli edifici federali pubblici (votata praticamente all’unanimità tranne che da 34 congressmen repubblicani).

E vogliamo parlare di Ashton Kutcher? Nel 2015, dopo essere diventato papà, lanciò una petizione per dotare tutti i luoghi pubblici di fasciatoi nei bagni degli uomini. In più di 100.000 hanno firmato a sostegno di questa proposta, corredata da un bellissimo discorso che qui di seguito riportiamo:

“Da neo papà, ho recentemente notato che esiste una sfortunata realtà attorno al cambio pannolino nei luoghi pubblici. Quasi tutti i fasciatoi pubblici sono infatti nei bagni delle donne e questo rende praticamente impossibile trovarne uno che sia accessibile ai papà. Per quanto suoni assurdo, molti negozi non danno ai papà la possibilità di cambiare i propri figli.

Siamo nel 2015, le famiglie sono diverse ed è un'ingiustizia pensare che cambiare pannolini sia solo un lavoro da donne. Questa supposizione è uno stereotipo di genere e le aziende dovrebbero invece supportare tutti i genitori mentre fanno shopping nei loro negozi, equamente, al di là del genere.

I fasciatoi nei bagni degli uomini saranno solo un piccolo passo nel lungo processo di eliminazione della discriminazione di genere, ma è un passo che dobbiamo compiere. I padri, come me, vogliono partecipare equamente alla cura dei propri bambini e la nostra società dovrebbe supportarli”.

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