Zone gialle, e poi rosse, e poi lockdown, e poi si torna a scuola: la realtà è ormai questa e probabilmente — guardiamoci in faccia — il walzer scuola-DAD durerà ancora per un po’. Ma essere ormai abituati non significa non soffrire e non provare ansia. Anzi.
La didattica a distanza di questi mesi (è passato un anno esatto dall’inizio della pandemia) ha stravolto orari, abitudini e certezze e, nonostante la consapevolezza che il distanziamento sociale sia la regola numero uno per proteggere se stessi e gli altri evitando la diffusione del virus, non sono solo i bambini e i ragazzi a subirne le conseguenze. Senza vergogna, possiamo dire che anche noi genitori la stiamo soffrendo molto. È normale, ma è giusto prendere in mano la situazione, riconoscere che è un problema, che siamo umani, e provare ad affrontare e risolvere questa ansia da DAD.
Appurato che la didattica a distanza sia necessaria (e anche la maggior parte dei genitori di questo studio hanno supportato la decisione di chiudere le scuole), ma appurato allo stesso tempo che a lungo andare sia deleteria e stressante per i bambini e i ragazzi, possiamo concentrarci su noi genitori: anche le mamme e i papà stanno soffrendo questa situazione, e nello stesso studio (intitolato “COVID-19 and Remote Learning: Experiences of Parents with Children during the Pandemic”) i genitori parlano proprio del peso della nuova responsabilità sulle loro spalle, che è enorme.
Lo stress colpisce infatti in maniera ambivalente. Prima di tutto perché il pensiero va ai figli, alla loro educazione, ai loro problemi e alle loro emozioni. E in secondo luogo perché la scuola da casa ci ha costretto, chi più chi meno, a stravolgere anche le nostre, di abitudini, lavorando da casa con un occhio sempre al computer dei ragazzi, con la baby sitter accanto a noi perché altrimenti come vai in riunione, con il nuovo ruolo di insegnanti-oltre-all-insegnante…
Non solo: a creare stress sono le nuove responsabilità tra lavoro, casa e scuola, le difficoltà tecniche che ogni giorno sembrano coinvolgere la DAD e le piattaforme utilizzate, il ridotto dialogo con gli insegnanti… Insomma, tutto si somma e l’ansia esplode.
L’ansia da didattica a distanza probabilmente non è molto diversa da quella “normale” e i sintomi sono vari, ma comuni. Si va dall’insonnia all’irrequietezza, dalla paura generalizzata ai sintomi fisici come le palpitazioni, il prurito e il dolore cervicale… Ognuno la somatizza e la esprime a suo modo, a volte nemmeno rendendosene conto.
Gli ultimi tempi, in particolare, hanno fatto esplodere l’ansia anche nelle persone che mai ne avevano sofferto (e che quindi non sanno riconoscerne i sintomi), incrementandola in chi, invece, già era ansioso.
Innanzitutto, è fondamentale riconoscere di essere stressati. Lo stress e l’ansia sono come un bollitore per il tè: si accumulano, si scaldano e ad un certo punto il fischio esplode. Se, tuttavia, guardiamo in faccia il nostro essere stressati e sopraffatti, possiamo in qualche modo attenuare la situazione e “spalmarla”, senza arrivare allo scoppio.
Dopodiché, cerchiamo — per quanto possibile in una situazione eccezionale e terribile come quella della pandemia — di prendere delle abitudini anti-stress. E la prima abitudine da prender, è prendere delle abitudini. No, non è un gioco di parole: la routine quotidiana è sempre fondamentale, ma lo è soprattutto quando i ragazzi sono a casa da scuola. Cechiamo di trovare un equilibrio e degli orari predefiniti lungo tutta la giornata. Creare delle abitudini e dei punti fermi è il primo passo contro l’ansia, sia per i bambini, sia per gli adulti.
Terza regola è concedersi delle pause. Esattamente come i bambini hanno bisogno dell’intervallo, anche noi genitori lo necessitiamo, solo che ce ne dimentichiamo. Questa pausa deve essere quotidiana e generica. Significa che ogni giorno dobbiamo ricordarci di prenderci delle piccole pause lungo la giornata (spesso lavorando da casa ce lo si dimentica!) e che ogni tanto dobbiamo concedercene di più lunghe, magari dandoci il cambio con il partner o la partner, in modo da rilassarci, rimettere in ordine i pensieri e ricaricarci.
Cerca, poi, di mantenere il contatto e il dialogo con gli insegnanti. La DAD sta mettendo a dura prova anche loro e spesso si perdono occasioni per confrontarsi. Cerca di tenere comunque questo contatto, parlando dell’educazione di tuo figlio, di ciò che risulta per lui difficile, di cosa si può migliorare e di cosa sta invece andando bene. Farà bene a te e farà bene a loro.
E, come sempre, non avere paura di chiedere aiuto: che sia professionale (uno psicologo specializzato) o informale (come l’aiuto di parenti e amici), non vergognarti di chiederlo quando sei sopraffatto o sopraffatta!
Ormai possiamo definirli “antichi”, se non “tradizionali”, perché in un mondo in cui hanno fatto capolino nomi come Chanel, Oceano e Daenerys (oltre ai più comuni Martina, Viola, Adele, Mattia o Filippo, tra i nomi più diffusi negli ultimi anni), questi nomi novecenteschi vi sembreranno semplici, passati e vintage.
Ecco dunque una carrellata di nomi vintage (con il loro significato), per capire come andava l’Italia nel secolo scorso e per prendere un po’ di ispirazione.
Ai bambini spesso, per omaggiare i regnanti, si dava il nome del re in carica. Il secolo scorso, quindi, ha visto la nascita di un sacco di Umberto ed Emanuele, nomi che tuttavia stanno tornando di moda e che paiono intramontabili. Umberto deriva da “Unno” e significa “splendido gigante”, mentre Emanuele è ebraico e vuol dire “Yahweh è con noi”.
Questo nome ha un sapore germanico, austero, e significa “comandante dell’esercito”. Deriva, guarda caso, dal tedesco.
Proprio come ricorda il suono di questo nome, significa, sia al maschile sia al femminile, “dono”, ed era molto di moda negli anni Cinquanta. Simili per suono e significato sono Donato, Donata e Donatella.

Anche questi in voga fino agli anni Cinquanta, derivano da “Petronilla”, e quindi da “Nilla”, e il loro significato è “pietruzza”.
Un nome dolce e antico, diffuso all’inizio del Novecento, che ha un’origine ebraica (deriva da “Elbirah”). La traduzione è “Tempio di Dio”.
In italiano sarebbe “Agnese”: Ines è la forma spagnola di un nome diffusissimo anche da noi a inizio secolo e significa “casta e pura”.

In certe zone d’Italia (soprattutto a Roma) sono nomi che sopravvivono sempre, ma in particolare erano diffusissimi nel Novecento: parliamo dei nomi da donna derivanti dalla cultura classica e romana, proprio come Livia e Aurelia.
Grazia rientra in quella categoria di nomi detti “augurali”, in cui possiamo trovare anche “Letizia”, “Amabile”, “Amata”, “Benedetto”…
Si tratta del nome più diffuso tra i bambini proprio sul finire del secolo, ovvero nel 1999. Ed è proprio nello stesso periodo che comincia ad essere utilizzato, alla maniera anglosassone, anche per le bambine.
Insieme a tutti gli altri nomi composti con Gian- e Pier-, Gianmarco è tra i nomi più diffusi tra il 1950 e il 1994. Le possibilità sono moltissime: Pierangelo, Gianfranco, Pierfranco, Gianmaria, Gianluca, Gianpietro, Pierluca…

Oggi sono diffusi Daniel, Daniele e Daniela, ma il Novecento ha visto moltissimi bambini con questi nomi: armaici, significano “Dio ha così giudicato”.
Deriva da “Laura”, ma è più dolce: il suo significato è legato alla pianta da cui prende il nome, il “laurus”, o alloro, e Loretta, come Laura, vuol dire quindi “colei che porta l’alloro, cinta d’alloro”, come la corona dei poeti e dei generali. Andò molto di moda dal 1950 in poi.
Insieme ad altri nomi di ispirazione straniera come Daniel, Denis, Cristian o Manuel, Omar (che deriva dall’arabo) compare tra i nomi più diffusi a partire dal 1994. Anche questo è un nome augurale, dato che significa “vivere a lungo”.
La medicina lo raccomanda: un corpo adulto in salute ha bisogno di bere almeno due litri di acqua al giorno (anche secondo le raccomandazioni del Ministero della Salute). Ma non possiamo mentire: farlo è davvero difficile e spesso ci si dimentica di bere.
Come fare quindi per evitare di avere sempre il pensiero fisso? Ecco qualche trucco, dopo quelli per aiutare i bambini a bere di più, per rendere il “bere” più piacevole e qualche abitudine assolutamente leggera per assicurare il giusto apporto di liquidi al nostro corpo durante la giornata.
L’acqua è il principale elemento del corpo umano. Negli adulti rappresenta tra il 50% e il 60% del peso corporeo (dato che varia in base al sesso) e nei neonati addirittura il 75%. Si capisce quindi che per mantenere il corpo idratato e in salute è necessario mantenere questi livelli di liquidi (dal momento che durante la giornata entrano ed escono attraverso la sudorazione, l’urina e le feci).
Perdere troppi liquidi, infatti, porta a un deterioramento delle funzioni fisiche e cognitive del corpo umano.
Le raccomandazioni variano in base alla situazione di ogni persona, ma tendenzialmente si parla di due litri di acqua al giorno, da calibrare in base allo stile di vita, all’ambiente e allo stato di salute. Se, ad esempio, ci troviamo in estate e facciamo sport, dovremo bere molto di più.
Traducendo in bicchieri, se consideriamo 200 ml a bicchiere (una media tra i bicchieri più comuni), ogni giorno dobbiamo bere dieci bicchieri belli pieni di acqua.

Spesso la sete non basta per soddisfare il fabbisogno giornaliero di acqua e ci ritroviamo a non coprire i due litri al giorno raccomandati. Ecco quindi i trucchi per bere di più:
È stato tra i primi anticoncezionali femminili in circolazione, ancor prima della pillola, e le nostre nonne e mamme, probabilmente, se lo ricordano. Fino agli anni Novanta, anzi, era ancora diffuso: ricordate quando Carrie dichiara senza imbarazzo di “averlo incastrato” (pericolo molto remoto!) o quando Monica di Friends chiede a Richard se lo ha lasciato a casa sua? Il diaframma era un metodo normalissimo di contraccezione. Perché, quindi, non ne parla più nessuno?
In realtà oggigiorno ne esistono di comodissimi: ecco dunque tutto ciò che c’è da sapere sul diaframma, il metodo contraccettivo per chi non vuole o non può affidarsi alle terapie ormonali.
Il diaframma contraccettivo è una sorta di disco o membrana sagomata che la donna può utilizzare come metodo anticoncezionale di barriera. È molto morbido e manipolabile, lo si infila nella vagina e va a posizionarsi proprio sotto la cervice, avvolgendola, e agganciandosi all’osso pubico (non scivola fuori, quindi, proprio come un disco mestruale).
Indossando il diaframma contraccettivo, quindi, si crea una sorta di barriera che impedisce agli spermatozoi di fare il loro ingresso nell’utero. Da affiancare alla barriera, tuttavia, vi è anche la crema spermicida, una pomata da spalmare sul bordo e all’interno del diaframma che, agendo sul pH dello sperma, lo immobilizza o lo uccide, impedendo di nuovo la risalita.

Fino a poco tempo fa era necessario farsi indicare (ma non prescrivere) il diaframma dal ginecologo o dalla ginecologa, che prendevano la misura del canale vaginale identificando il diaframma più adatto in base alle diverse circonferenze. Oggigiorno, tuttavia, esistono diaframmi preformati adatti a tutti i corpi (suppergiù), senza bisogno di prescrizione medica.
Il diaframma va indossato, spalmandolo di crema spermicida e infilandolo nella vagina aiutandosi con le dita, non prima di due ore dal rapporto sessuale. Dopodiché, va lasciato inserito per almeno sei ore (ma non più di ventiquattro). Questa finestra temporale è molto importante per far sì che il diaframma funzioni come metodo contraccettivo, facendo sì che il gel spermicida agisca al meglio. Dopodiché, lo si sfila "sganciandolo" dall'osso pubblico e sfilandolo fuori.

I pro? Non è ormonale, e quindi può essere utilizzato potenzialmente da tutte le persone che non possono ricorrere a metodi ormonali (per sovrappeso, problemi di salute o altri motivi). E può anche essere utilizzato per il sesso durante le mestruazioni come un disco mestruale per avere rapporti (anche penetrativi) senza sporcare.
I contro? Bisogna avere una certa dimestichezza con il proprio corpo (e a chi utilizza una coppetta mestruale o un disco mestruale probabilmente risulta un’operazione più semplice), “pianificare” i rapporti (anche se, una volta imparato, è questione di un minuto, un po’ come con il preservativo) e avere un partner stabile e fidato, poiché naturalmente questa barriera non protegge dalle malattie sessualmente trasmissibili!
La percentuale di successo naturalmente dipende (come nel caso dei preservativi o della pillola) dalla modalità di utilizzo: se lo si usa correttamente, si parla dell’84-94% (dati SIC, Società Italiana della Contraccezione). Ma questo punteggio, chiaramente, si abbassa quando non si seguono esattamente tutte le regole. Il successo, quindi, dipenderà anche dalla dimestichezza con la quale si utilizzano diaframma e gel e aumenterà con il passare dei mesi, utilizzandolo ad ogni rapporto.

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Tenere la dispensa e il frigorifero ordinati non ha una valenza solo estetica (e calmante: l'ordine tende ad avere questo effetto!): tenere i cibi secondo una disposizione elegante e aggraziata e conservarli nei giusti contenitori è una scelta anti-spreco, e quindi ecologica, perché permette di conservare più a lungo gli ingredienti, di averli meglio sott'occhio (consumando prima quelli in scadenza) e di evitare così di buttare via i cibi andati a male.
Come fare, quindi, per sistemare al meglio gli armadietti, gli scaffali e gli scomparti? Ecco qualche idea. Le parole d'ordine sono "vetro", "etichette", "istruzioni del frigorifero" e "cestini".
Utilizzare i barattioli di vetro è la svolta: prima di tutto resta tutto più ordinato ed elegante, e in secondo luogo ci restano davanti agli occhi tutti i cibi che abbiamo a disposizione. La regola è quella di utilizzare dei barattoli di vetro di recupero (da marmellate, sughi, legumi...) e trasferire tutto lì dopo avere acquistato gli ingredienti. In questo modo sarà possibile anche fare una spesa più sfusa.

Soprattutto quando si tratta di riso e spezie (ma lo possiamo fare con tutto il resto), affidiamoci alle etichette. E sì, queste "antiche" sono le più belle: potete realizzarle con una semplice macchinetta.

È vero, tendenzialmente le istruzioni del frigorifero le si leggono quando lo si installa, per poi dimenticarle per sempre. In realtà sono molto utili per non sprecare cibo, perché sul manuale è sempre indicata la zona migliore in cui conservare le verdure, i latticini, i liquidi, in base al modello di frigo.

Spesso i biscotti, una volta aperti, perdono la loro croccantezza a causa dell'errata chiusura dei sacchetti. Inoltre, gli stessi sacchetti sono davvero scomodi e poco pratici. Acquistate quindi una scatola di biscotti come quelle dell'Ikea (in latta) e non buttatela una volta terminati i biscotti: servirà per conservare quelli che aprirete in seguito. E occuperà meno spazio nell'armadietto.

Per quanto riguarda la frutta, acquistate dei cestini impilabili: quando sarà poca, potranno restare impilati (occupando meno spazio), mentre quando serviranno potrete sfilarli da sotto. L'importante è che siano traspiranti, in modo che la frutta non marcisca.

Ormai, tutti sono sempre più interessati ad alternative naturali per accompagnare i farmaci tradizionali e per mitigare gli effetti di moltissime malattie. Questo, senza dover riempire il proprio corpo di sostanze chimiche artificiali.
Oggi, anche se non è considerato una cura vera e propria, sembrerebbe che il CBD offra un aiuto reale a chi, mentre si cura, desidera ridurre le conseguenze negative di malattie, anche serie. Ciò ha provocato un accrescimento della quantità di ricerche condotte sul CBD e sui suoi presumibili vantaggi per la salute. È universalmente accettato che il CBD sia positivo per il sistema immunitario. Tuttavia, c'è ancora molta titubanza quando si tratta di condizioni più serie.
Il CBD è conosciuto ed apprezzato, anche dalla comunità scientifica e accademica, per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti, per via dei suoi benefici indubitabili. Questi sono stati corroborati da numerosi studi, come quello realizzato da Nagarkatti per il Journal of Future Medicinal Chemistry.
Però, altri studi sono stati capaci di dimostrare che il CBD, somministrato a roditori affetti da Alzheimer, è in grado di frenare il declino della memoria e delle funzioni cognitive. Inoltre, si è rivelato utile come trattamento contro l'ansia e lo stress, due condizioni comunemente osservate nei malati di Alzheimer. Sebbene ciò non abbia un impatto diretto sul modo in cui la malattia chiamata Alzheimer evolve nel tempo, il venir meno di questi sintomi può rendere la vita un po' più facile per una persona che ne è affetta.
Può il CBD essere utile in caso di amnesia?
Parrebbe di sì. Le perdite di memoria possono avere molti moventi, ma quasi sempre sono legate ad un rilascio di ossigeno, che può causare un rilascio di O2 e, di conseguenza, dei connessi sintomi di deterioramento a livello cerebrale. Poiché il CBD è un antiossidante capace di far indietreggiare i problemi da mancanza di ossigeno, le mansioni cerebrali condizionate sfavorevolmente possono migliorare. Inoltre, è di giovamento ed efficace nel prevenire la amnesia, se questa è una conseguenza dello stress ossidativo come sintomatologia da infermità distinte.
Sai che l'olio di CBD può aiutare con la fibromialgia? Purtroppo è una bella gatta da pelare perché i sintomi più diffusi sono emicrania, disordini del sonno, cistite interstiziale, depressione e ansia, assopimento inguaribile e sofferenza incredibile, riconducibile alla colonna vertebrale e all'apparato articolatorio delle zone periferiche. Anche se non è una terapia, e va assunto sotto stretto controllo di uno specialista di medicina, il CBD aiuta a gestire i disagi associati alla malattia. Per esempio, la percezione di fitte e spasmi di dolore, i turbamenti nel dormire, l'affaticamento, il nervosismo e l'apprensione.
Un peggioramento nella sintomatologia psicotica potrebbe avere luogo in soggetti affetti da un quadro patologico schizofrenico quando si assume la cannabis, ma nonostante ciò è anche comprovato che il CBD abbia il potenziale sufficiente per poter rendere più sopportabili i sintomi peggiori.
Alcuni esperimenti, come quelli condotti da Osborne e Co. (2017) hanno acceso i riflettori sulla abilità appena citata del CBD oltre a far emergere il potenziale negli annessi stati cognitivamente significanti. Eppure in seguito non è stato sfortunatamente possibile rilevare alcun esito positivo nel tentativo di tenere sotto controllo i sintomi della patologia (tra cui le allucinazioni auditive e visive), che è nota con l'appellativo di schizofrenia.
Tuttavia, un team di luminari composto dal dottor McGuire e dai suoi compagni della prestigiosa Royal University di Londra, smentendo tale congettura ha stabilito che sia gli esperimenti realizzati e condotti sull'essere umano, ma anche su altri mammiferi, hanno riportato che il CBD gode di doti antipsicotiche.
Per poter portare a termine lo screening ,lo studio è proceduto così: divisione dei pazienti schizofrenici in due gruppi distinti, uno trattato con CBD e uno con un farmaco inerte (placebo), sempre in complemento (quindi senza dover rinunciare) a antipsicotici di uso corrente e previamente assunti. Sono stati poi sottoposti ad esami, adoperando dissimili scale di valore. Unendo i dati pre e post trattamento, in 42 giorni il gruppo a cui era stato somministrato CBD presentava una livello inferiore di sintomi, a differenza di quello che solo aveva assunto un placebo.
Insomma, non esiste una opinione ed una risposta univoca.
Riassumendo, il CBD si è rivelato un valido aiuto nel gestire e controllare i sintomi di molte malattie serie, pur non essendo un farmaco valido per curarle.
Si tratta di un composto non psicoattivo legale nella gran parte dei paesi, e che ha dimostrato di poter agire come antischizofrenico e anti-ansia. Nonostante questo, non si tratta di un medicamento!
Prima di assumerlo, chiedi consiglio al tuo medico curante. Inoltre, il CBD è un calmante, e può ridurre la consapevolezza o l'attenzione.
I libri per bambini non sono utili solo perché trasmettono ai bambini il piacere della lettura (passatempo che potranno mantenere una volta cresciuti), ma anche e soprattutto perché mostrano le differenze, le vite, i mondi... Sono quindi fondamentali per sviluppare empatia (la capacità di mettersi nei panni dell'altro) e ci vengono in aiuto quando vogliamo parlare di argomenti delicati ma importanti. Come ad esempio la disabilità.
Ecco dunque una selezione dei migliori libri per bambini sulla disabilità, per imparare l'inclusione, il linguaggio da utilizzare e la normalità dell'essere tutti diversi.
Prima arriva il coniglio, secondo cui la cosa più importante è avere orecchie lunghe per sentire. Poi arrivano tutti gli altri animali, che impongono la loro "cosa più importante". Ma ce n'è davvero una che supera le altre? Beh, ognuno ha la propria particolarità che lo rende unico, e le differenze sono la cosa più importante! A partire dai due anni.

A partire dai 3 anni è consigliato "Martino Piccolo Lupo", libro che racconta la storia del piccolo lupacchiotto tacciato di non essere un vero lupo.

Per i bambini dai cinque anni ecco un libro illustrato che parla di cinque strambi personaggi (uno tutto bucato; uno piegato in due; uno tutto molle; uno capovolto; e uno sbagliato dalla testa ai piedi) che un giorno si trovano ad avere a che fare con il Perfetto. Con ironia si parla delle qualità che ognuno ha! Lo trovate qui.

Sempre per i bambini dai cinque anni "Vi stupiremo con effetti speciali", un libro che parla di disabilità attraverso storie e illustrazioni speciali. Lo ha pensato Luca Trapanese, il papà single di Alba, presidente di una Onlus dedicata alla disabilità infantile e all'inclusione.

Questo libro è davvero bello e commuovente, e parla di autismo ai bambini a partire dai 6 anni, seguendo la magica storia di Tobias e della sua mamma.

Un romanzo per i ragazzi che cominciano a leggere storie più corpose e che si interessano delle vite diverse dalla propria: "Cento passi per volare" racconta la storia di Lucio, che ha quattordici anni e che da piccolo ha perso la vista. La sua vita è avvolta dal buio, ma la montagna è la sua passione. Sulle Dolomiti incontrerà Chiara e, durante una passeggiata sul Picco del Diavolo, incontreranno l'aquilotto Zefiro, rapito dai bracconieri. Lo potete acquistare qui.

Anche la depressione è una malattia e spesso, quando diventa invalidante, una disabilità. Conoscerla fin da piccoli è possibile, con le giuste parole. Come quelle di questo libro a partire dai 5 anni.

Un discorso delicato, intenso e pieno di sentimento, da cui non si può scappare: quando una coppia con figli si separa o divorzia, parlarne con i bambini (quando hanno già una certa età) è inevitabile. Come comunicare il divorzio ai propri figli, quindi?
Non c’è naturalmente un metodo uguale per tutti, o una modalità “giusta”; detto questo, ci sono piccole sfumature e piccoli metodi che possono davvero aiutare tanto i genitori nella comunicazione quanto i bambini nell’affrontare la situazione.
Prima regola: usare parole semplici. Sembra scontato ma non lo è. La chiarezza deve essere sempre la chiave di lettura con cui proporre il discorso ai bambini. Spieghiamo quindi ai nostri figli cosa accadrà, perché si è arrivati a questo, ma soprattutto che, anche se cambierà l’amore tra i genitori, mai cambierà l’amore che mamma o papà hanno nei loro confronti. Essere una coppia, infatti, può cessare di esistere, ma non si può smettere di essere genitori.
Anche per questo motivo, per mostrare ai bambini che genitori lo si sarà sempre (e soprattutto che la genitorialità sarà sempre condivisa) il consiglio è quello di dare la notizia insieme, e non uno alla volta, sia per non dare pesi diversi alle due persone, sia per mostrare questa unione quando si tratta dei figli. Altro motivo per dirlo insieme è fare capire subito ai figli che la decisione è condivisa, e non presa da uno dei due. I bambini, altrimenti, si farebbero l’idea che mamma o papà potrebbero ancora cambiare idea. Ma se la decisione è bilaterale, i figli capirebbero in maniera più realistica la situazione.
“Non siamo più una coppia e purtroppo non c’è niente che tu possa fare, ma è giusto così!” è una frase che possiamo utilizzare proprio per fare capire che la responsabilità non è loro e che è giusto che non stia a loro risolvere i problemi di mamma e papà.
Non dilunghiamoci poi sulle spiegazioni troppo dettagliate: soprattutto all’inizio i bambini non ascolteranno altro, ma si concentreranno sulla macro notizia. Ciò che devono elaborare è già grosso di per sé e li ha già scombussolati parecchio. I dettagli, quindi, arriveranno dopo, anche e soprattutto quando saranno loro a fare domande. Domande che starà a noi stimolare e incoraggiare. A queste domande, quindi, rispondiamo con sincerità, sottolineando sempre che la colpa non è loro.
Una tendenza dei bambini, infatti, è quella di colpevolizzarsi, perché magari ci hanno fatto arrabbiare scatenando il circolo di eventi che hanno portato ai litigi. È importantissimo quindi continuare a rassicurare i bambini: loro non c’entrano, anzi!
Per quanto riguarda la quotidianità, è utile fin dai primi giorni chiarire che le abitudini cambieranno, così come i momenti che si passeranno con l’uno o con l’altro genitore. Esponiamo bene ai bambini cosa accadrà, con le case che diventeranno due, i giorni di scuola che saranno affidati alla mamma o al papà e i weekend viceversa. E per far sì che la transizione non sia troppo dura e repentina, cerchiamo di coinvolgerli: il genitore che lascia la casa, ad esempio, può cercare casa insieme al bambino (se è già abbastanza grande) oppure chiedergli cosa gli piacerebbe ci fosse nella nuova casa.
Un oggetto di transizione è poi molto consigliato: che sia un peluche al quale il bambino è particolarmente legato, o il libro che apprezza di più gli venga letto la sera, oppure il tappeto della camera che tanto ama, possiamo portarlo nella nuova casa.
Infine, cerchiamo comunque di non stravolgere le abitudini: anche spostandosi da una casa all’altra, proviamo a mantenere dei punti e degli orari fermi, come l’ora della nanna, il momento dei giochi, la passeggiata… Sono baluardi in una situazione di incertezza e fanno benissimo ai bambini.
Infine, esistono libri davvero belli e utili che possono venirci incontro: ecco le letture per parlare ai bambini del divorzio.
A volte diamo ai nostri figli nomi che, semplicemente, ci piacciono. Altre volte, invece, perché amiamo il significato e l’etimologia. Altre ancora perché ci ricordano qualcuno che amiamo, o perché amiamo i personaggi della letteratura che portano quel nome. E se amiamo l’arte? Sono moltissimi i nomi di artiste e artisti a cui possiamo ispirarci. Ecco una carrellata dei più bei nomi per femmine e per maschi che prendono spunto dai più grandi artisti della storia.
Proprio come Frida Kahlo, la pittrice messicana nota al grande pubblico per i suoi autoritratti e per le sue opere dense di significato e di emozione.
Pittrice italiana caravaggesca, è tra le artiste non contemporanee più conosciute e amate.
Il nome si ispira a Tamara De Lempitcka, artista polacca Art Decò affascinante, misteriosa e bravissima.
L’arte non è solo figurativa, e l’esponente di spicco dell’arte performativa si chiama Marina, Marina Abramovic.
Un nome che prende spunto da quello di Georgia O’Keeffe: americana, è nota per i bellissimi dipinti di fiori e teschi.
Altra artista performativa ma stavolta italiana: si tratta di Vanessa Beecroft, famosa per i suoi tableau vivant.
Come Pablo Picasso, che quando diciamo “arte” viene subito in mente.
Un nome impegnativo ma bellissimo che ricorda subito l’oro dei dipinti di Gustav Klimt.
Classico e tradizionale, proprio come Leonardo.
Se tra i nomi femminili citiamo Frida Kahlo, non può mancare Diego tra quelli maschili: era il nome del suo amante, compagno e collega Diego Rivera.
Van Gogh rimarrà sempre tra gli artisti più amati e il nome “Vincenzo”, classico e intramontabile, anche.
Amedeo
L’Italia non annovera solo i grandi classici, tra gli artisti più amati e conosciuti. Anche i pittori contemporanei sono importantissimi, proprio come Amedeo Modigliani.
Consapevoli di tutte le difficoltà (da quelle del concepimento, che non è così immediato, a quelle lavorative, dal momento che le donne in Italia ancora oggi sono tutelate pochissimo — quando hanno un lavoro…), questo articolo vuole rendervi le cose un po’ più facili, cercando di capire quali siano gli aspetti lavorativi da analizzare quando stiamo cercando un bambino, per arrivare al momento del “sono incinta!” con più serenità e sicurezza.
La prima cosa da fare è parlare con le mamme e i papà presenti in azienda. A volte non lo sappiamo, ma sono presenti bonus maternità di cui non siamo a conoscenza, oppure opportunità di lavoro più flessibile che non conosceremmo se non ne parleremmo con gli altri. Addirittura, ci sono rami dell’azienda più flessibili, o più adatti alle mamme lavoratrici, e potrebbe quindi essere questo un buon momento per chiedere il trasferimento. Al contrario, parlando con i colleghi riguardo alle questioni legate alla maternità e alla paternità, potremmo anche scoprire che l’azienda non è così flessibile e aperta. A quel punto potremo fare le nostre valutazioni (tenendo comunque sempre presente che siamo tutelate dalla legge!).
Se prima di essere mamme e papà ci ritroviamo a fare orari assurdi al lavoro senza battere ciglio, una volta arrivati i pargoli sarà diverso, perché volenti o nolenti a casa ci sarà qualcuno che avrà bisogno di noi. Iniziamo, quindi, a fissare gli orari, a non dire “sì” a tutto, a dire “facciamo alle 15” invece di “dimmi tu l’orario!”, in modo da stabilire una routine e cominciare a proteggere quegli orari che sai già saranno preziosi una volta diventati mamma o papà.
Ci sono asili vicini a casa? Oppure è meglio cercarne uno accanto all’ufficio? C’è addirittura un nido aziendale ma non lo sapevi? Oppure i nonni sono già disponibili a tenere i bambini? Sono domande da farsi, prima di cercare un bambino! Perché la risposta influenzerà moltissimo la quotidianità.
Gli ultimi anni, e in particolare il 2020, sono stati caratterizzati dalla flessibilità e dallo smart working o work from home: una bella notizia per chi cerca un bambino perché si tratta di modalità di lavoro che spesso vanno incontro ai neogenitori. Non puntare per forza allo smartworking: quello può essere altrettanto difficile, con un bambino a casa! Ma cerca piuttosto di capire bene la tua modalità di lavoro, i giorni in cui puoi lavorare da casa, gli orari migliori per dedicarti alla famiglia… Grazie alle nuove modalità potrai trovarti più alleggerita.