Le frasi da non dire a dei genitori adottivi

Giovedì, 21 Novembre 2019 14:52

Innanzitutto i genitori adottivi sono genitori, punto. Non servono altre parole aggiuntive. E qui ci siamo. Ma sapete quante altre frasi dette a sproposito si sentono dire?

Il problema, però, non è insormontabile, perché le frasi sono dettate spesso dalla leggerezza, dall’ignoranza (in senso buono: l’ignorare l’argomento) e dal non sapere che parole utilizzare.

Le frasi da non dire a dei genitori adottivi: quali sono le domande e le frasi da evitare e cosa dire al loro posto

“Che bella cosa! Siete proprio delle brave persone”

Certo, l’adozione è una bellissima cosa. Ma non è volontariato o beneficenza. È semplicemente un altro modo di formare una famiglia, di espandere il proprio amore. Così come: “Com’è stato fortunato vostro figlio a trovare voi”. Meglio dire: “Come siete fortunati, ad avere questo bambino!”.

“Quanto l’avete pagato?”

Innanzitutto, l’adozione nazionale è completamente gratuita. Quella internazionale costa, ma sono costi necessari per i documenti, la cura dei bambini negli istituti, il lavoro che svolgono gli enti autorizzati… Certamente i genitori ve lo spiegherebbero, ma in ogni caso quella domanda è molto, molto infelice e indelicata. L’adozione non è “comprare un bambino”, tutt’altro. Al posto di questa frase, è meglio chiedere sinceramente, se siamo interessanti, com’è stato il percorso che ha portato alla formazione della famiglia. Ve lo racconteranno con il cuore in mano, se ne hanno voglia!

“Vedrete che poi quando arriva resterai incinta!”

Benissimo! Ma non è quello il punto. C’è chi ai figli biologici non ci pensa, chi ha sofferto tantissimo per non essere diventata mamma di pancia, chi ci sta ancora pensando… Ma in generale l’adozione non è un ripiego, e invece, detta così, sembra proprio che lo sia.

“Ma la sua vera mamma/vero papà dov’è?”

“Perché, non sono una vera mamma?”, viene subito da pensare. Allo stesso modo, è frustrante e doloroso, per un genitore e per un bambino, sentire: “Ma quindi lui è vostro figlio? Un figlio vero?”. Tutti i figli sono veri, tutte le mamme sono vere, tutti i papà sono veri! Ve lo diranno con il sorriso, ma rispondere ad una domanda del genere fa male. Se la curiosità non si spegne, possiamo chiedere con tatto domande relative ai genitori biologici o d’origine. Ma i termini fanno la differenza!

“Come hanno preso l’adozione i tuoi figli? Intendo quelli veri”.


Stessa cosa. Evitiamo e basta.

“Sai, ho sentito che quella famiglia si è proprio distrutta, a causa dell’adozione”

…Eccetera eccetera. Ovvero: ogni storia dell’orrore relativa all’adozione, sentita in tv o passata tra amici. Certo che ci sono i casi di famiglie che hanno sofferto, ma come ogni famiglia! Che i bimbi siano adottati o biologici. I genitori adottivi arrivano all’adozione consapevoli dei problemi e delle difficoltà specifiche.

“Ma quindi avete adottato perché non potevate avere figli?”

Beh, i figli a quanto pare hanno potuto averli, dato che adesso sono una famiglia. Ma pensare sempre e solo alla gravidanza di pancia, e sentirsi sempre ribadire la disparità tra adozione e biologia, è frustrante. E poi sono domande davvero personali, che non dovrebbero essere fatte nemmeno a chi non ha figli.

“Adotterete un bambino nero/cinese/sudamericano?”

Non è tanto la domanda in sé, quanto il modo in cui la si pone. Presuppone innanzitutto la figura del white saviour, il salvatore dalla pelle bianca che salva i poveri bambini di colore del mondo. I motivi che fanno arrivare ad una adozione transrazziale sono moltissimi, e possiamo chiederli, ma in modo diverso. Ad esempio: “State per caso pensando ad una adozione transrazziale?”. “Cosa significherà, per voi, cercare di mantenere viva la cultura d’origine del vostro bambino?”.

Chi l’avrebbe mai detto che otiti e coliche sono strettamente legate all’uso del biberon? Sono molti, infatti, gli studi che hanno dimostrato come il modello di biberon utilizzato sia fondamentale per la prevenzione di questi due fastidi tipici dei neonati e dei bambini piccoli.

Perché? Sta tutto nei vuoti del biberon e nella pressione interna dell’orecchio, e ora vi spieghiamo meglio come funziona (e quale biberon scegliere per evitare problemi!).

Prevenire otiti e coliche con un semplice biberon: con i biberon J BIMBI riduciamo il rischio di mal d’orecchio e di coliche, grazie ad una semplice valvola

I biberon per neonati spesso hanno un problema: per la loro conformazione, creano all’interno una sorta di vuoto che porta il bambino a succhiare con forza per potersi nutrire. L’elevato numero di suzioni giornaliere (pensiamo che per ogni pasto un bimbo ne esegue circa quaranta) porta alla generazione di uno sforzo innaturale, che affatica e che, soprattutto, crea una pressione negativa all’interno dell’orecchio medio. Questa pressione è spesso causa di mal di orecchie, infezioni, infiammazioni e otiti.

Allo stesso modo, questo vuoto dei biberon porta i bambini a soffrire delle famose coliche, a causa dell’aria ingerita che rimane incastrata nell’intestino. La tettarella del biberon compensa infatti la mancanza di aria con l’ingresso di altra aria, e questo non accade con il capezzolo della madre attraverso l’allattamento al seno. L’aria, insomma, si mescola con il latte, creando bollicine che restano nell’intestino, provocando il fastidio nel bambino. E oltre alle coliche il rischio è quello di incorrere in rigurgiti e reflusso.

Che fare, dunque, per evitare questi problemi? La soluzione è molto semplice: è necessario scegliere un biberon che sia pensato esattamente per evitare questi problemi, attraverso una conformazione studiata al dettaglio.

In questo senso, ottimi sono i biberon J BIMBI, pensati proprio per prevenire tanto le otiti quanto le coliche. Tutto questo è possibile grazie ad una speciale valvola a basso vuoto brevettata, che riduce il vuoto nel biberon fino a cinque volte rispetto ai classici biberon e che permette al bambino di succhiare in maniera maggiormente fisiologica, ovvero con una suzione che si avvicina molto di più a quella attraverso il capezzolo.

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Allo stesso tempo, i biberon J BIMBI riducono anche il rischio di coliche e di problemi gastrointestinali nei neonati: per annullare il problema delle bolle di aria, i biberon per neonati di J BIMBI presentano infatti una cannula molto speciale all’interno, che impedisce la formazione delle famose bolle di aria.

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Man mano il bambino cresce, questa cannula non sarà più necessaria, ma ciò non significa che sarà necessario cambiare il biberon: semplicemente, la cannula potrà essere rimossa, senza buttare il biberon, mantenendo così i benefici della tettarella J BIMBI (ortodontica extra morbida in silicone medicale) per continuare a diminuire il rischio di otiti e mal di orecchio.

Oltre a tutte queste caratteristiche inestimabili, i biberon J BIMBI sono di qualità elevatissima: possono essere puliti e igienizzati facilmente (anche la cannula, grazie allo scovolino in dotazione!), hanno un sensore che cambia colore per rilevare la temperatura (per evitare che sia eccessiva) e sono compatibili con il tiralatte J BIMBI.

Sono inoltre in vetro borosilicato termoresistente, materiale naturale che preserva le caratteristiche del latte (anche materno) quando viene scaldato. Quello di J BIMBI è l’unico biberon in vetro anticolica e anti-otite, e il vetro è notoriamente un materiale perfetto per i primi mesi di vita del bambino e per l’allattamento con il latte materno, essendo un materiale naturale che non assorbe i sapori, gli odori e i colori delle bevande contenute e non rilascia alcuna sostanza anche ad alte temperature. Resiste inoltre ai cambi di temperatura, anche bruschi, e può essere quindi riempito subito, con il latte riscaldato, senza paura di rotture o crepe.

Se preferiamo i biberon non in vetro, possiamo invece scegliere la versione in polipropilene, materiale plastico senza Bisfenolo A, PVC e Ftalati, pensato proprio per la sicurezza dei bambini, che essendo leggero, antiurto e infrangibile può essere impugnato anche dal bambino quando più grande, quando, quindi, comincia a maneggiare il biberon da solo.

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Lo svezzamento parte dai sei mesi, e fin qui ci siamo. Ma ci sono ancora molti dubbi che attanagliano i neogenitori, che non sanno esattamente come comportarsi con l’alimentazione dei neonati.

Che stiano venendo allattati al seno o al biberon, i genitori si fanno molte domande, spesso indotte anche da credenze popolari un po’ datate. Tra queste, una tra le più gettonate è: ma i neonati hanno bisogno di acqua?

Perché non dobbiamo dare acqua ai bambini sotto i sei mesi: l’OMS mette in guardia i genitori dal dare ai bambini acqua nel biberon prima dello svezzamento

La risposta è no, e a dirlo chiaro e tondo è l’OMS, o WHO, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, o World Health Organization. I bambini sotto ai sei mesi non hanno bisogno di bere acqua.

Nella sezione FAQ, domande frequenti, i medici dell’Organizzazione Mondiale della Sanità rispondono molto bene alla domanda: “Perché non possiamo dare acqua ad un lattante prima dei sei mesi di età, anche quando fa molto caldo?”.

La risposta è semplice: il latte di una mamma, o quello in formula, è composto dall’80% di acqua. Nel caso dell’allattamento al seno, la prima parte del latte che fuoriesce dal capezzolo è inoltre molto molto ricca di acqua. Di conseguenza, quando abbiamo l’impressione che il bimbo abbia sete, basta allattarlo.

Questo perché dare acqua è in realtà controproducente: l’acqua nei bambini molto piccoli aumenta infatti il rischio di diarrea, ma anche quello di malnutrizione. Nel primo caso, la diarrea potrebbe essere indotta a causa dei batteri contenuti nell’acqua.

In secondo luogo, dando ai bambini l’acqua, questi potrebbero perdere l’appetito nei confronti del latte, portando, alla lunga, ad un interruzione troppo prematura dell’allattamento, e causando di conseguenza la malnutrizione, dal momento che i nutrienti contenuti nel latte non sono contenuti nell’acqua.

In terzo luogo, da non sottovalutare è lo stimolo, nel caso dell’allattamento al seno. Cosa significa? Significa che come in un circolo vizioso, se il bambino beve acqua e perde appetito, questo porta ad una frequenza ridotta delle poppate, e questo provoca una riduzione del latte nel seno della madre, alla lunga.

Ricapitolando, quando pensiamo che il bambino abbia sete possiamo semplicemente allattarlo, con la certezza che la sua sete verrà placata grazie al latte. Anche nel caso di giornate particolarmente calde.

Ricordiamoci, infatti, che lo svezzamento parte dai sei mesi, e che nei mesi precedenti il bambino è considerato un lattante, ovvero una creatura che si nutre esclusivamente di latte, senza cibi o liquidi aggiuntivi (se non nel caso di una cura specifica prescritta dal pediatra o dai medici).

Mamme, sappiate che allattando al seno o con il biberon di latte in formula state già dando tutti i liquidi necessari al vostro bambino, in maniera molto più sicura rispetto all’acqua, proteggendo il vostro bambino da dissenteria e malnutrizione.

Dipendenza da tecnologia, come riconoscerla

Martedì, 19 Novembre 2019 14:30

Uno dei mali dei nostri tempi è certamente la dipendenza da tecnologia. Che non riguarda solo i genitori, ma purtroppo anche i bambini, e in particolare i preadolescenti e gli adolescenti.

Da nativi digitali, i nostri figli sono cresciuti vivendo la tecnologia come una parte integrante della vita reale. E questo non è necessariamente un male: ci sono app educative, si imparano molte cose, i nostri bambini imparano fin da subito ad utilizzare strumenti che serviranno loro da adulti… Ma allo stesso tempo il rischio che sviluppino una dipendenza dai device è reale.


Ma come riconoscere questa dipendenza? E che fare per guarire i nostri figli?

Dipendenza da tecnologia, come riconoscerla: tutto ciò che i genitori devono sapere riguardo la dipendenza dai device tecnologici

Ciò che dobbiamo mettere in conto è che la dipendenza da tecnologia e internet è molto seria. È difficile da identificare e da misurare, ma spesso è correlata (e spesso ne è causa) di disturbi del comportamento come l’ADHD.

Questo perché la tecnologia ci porta ad essere multitasking a livello di concentrazione, a saltare di pagina in pagina, di immagine in immagine e di argomento in argomento, e questo ci porta a non essere più capaci di focalizzarci.

Quando un bambino fatica a ricordare le cose e quando fatica a concentrarsi, può essere considerato un campanello di allarme.

Altri sintomi più o meno chiari sono il bisogno di utilizzare sempre più spesso i device; la riduzione di interesse per ogni altra attività, soprattutto “reale” e non “virtuale”; depressione, ansia e stress (anche nei bambini); la difficoltà a dormire bene e a lungo.

E poi, non ultimo, una riduzione delle relazioni interpersonali e degli amici, unita a cambi repentini di umore e alterazione della percezione del tempo. 

Anche a livello fisico possono esserci dei sintomi, come il mal di schiena, il mal di collo e il tunnel carpale, a causa delle posizioni errate che i ragazzi assumono al computer, al cellulare o al tablet.

Innanzitutto, per limitare il rischio che i nostri figli sviluppino questa dipendenza dobbiamo per prima cosa dare noi l’esempio. Ciò significa limitare il tempo di utilizzo dei device in casa, evitando di portali a tavola e, soprattutto, cercando di evitare di utilizzarli quando stiamo con i bambini. Facciamoci caso: a volte lo smartphone ci cattura, è normale, ma diventa pericoloso nel momento in cui ci ipnotizza e ci troviamo a rispondere in maniera automatica e sovrappensiero a chi ci sta attorno.

Seconda regola: insegnare fin da subito il modo corretto di utilizzare la tecnologia, sottolineando i pericoli e le potenzialità, navigando insieme ai nostri figli, controllandoli e lasciando che imparino, ma sotto la nostra supervisione.

Non dimentichiamo poi di passare più tempo possibile all’aria aperta e facendo attività diverse, giocando, camminando, correndo, facendo sport… In una società nella quale le attività indoor hanno preso il sopravvento, lo spendere il tempo nella natura, insieme e facendo diverse attività è assolutamente benefico.

Femminismo: non significa lottare semplicemente e meramente per i sacrosanti diritti delle donne. Significa, soprattutto, lottare per i diritti di tutti e per l’uguaglianza di genere.

A dare l’esempio di grande femminismo, allora, è Pink, la cantante statunitense che pochi giorni fa ha fatto un annuncio davvero interessante.

Pink, mamma lavoratrice, prende una pausa a favore del marito: perché Pink dicendo “stop” alla musica per lasciare spazio al marito ci dimostra un femminismo sano

La notizia è fresca e sta già facendo il giro dei mondo e dei social: la cantante Pink ha annunciato di prendersi una pausa dalla musica. Il motivo? Dare la possibilità al marito di poter fare carriera.

L’annuncio è arrivato durante un’intervista di Pink mentre era ospite del programma Entertainment Tonight, durante la quale Pink ha dichiarato: “Il 2020 è l’anno della famiglia. Mio marito, Carey, mi aiuta moltissimo, mi segue in giro per il mondo, quindi ora è il suo turno”. E ha aggiunto: “Siamo molto fortunati a stare insieme, combattiamo l’uno per l’altra”

La cantante Pink, al secolo Alecia Beth Moore, è sposata con Carey Hart, ex pilota motociclistico. I due hanno due figli, Willow, che ha otto anni, e Jameson, due. Da qualche anno Carey gestisce un’organizzazione di beneficenza che opera nel settore motori, la Good Ride.

Dopo un tour mondiale di due anni, la popstar ha dunque deciso di lasciare spazio al marito, per far sì che anche lui insegua i sogni di carriera e si possa dedicare al lavoro che tanto ama. Dopo quattordici anni di matrimonio. “Sono rimasta in piedi anche grazie a Carey”, ha spiegato durante l’intervista, “sono passata dal sentirmi una bambina perduta ad essere una donna, capendo chi sono e trovando la mia strada”.

Il marito l’ha sempre supportata, dimostrando come gli uomini siano fondamentali per l’uguaglianza di genere in una famiglia. Ma l’uguaglianza la si raggiunge soprattutto quando entrambi i partner possono sentirsi realizzati e in equilibrio. L’aiuto deve essere reciproco, i compromessi devono essere armoniosi, e in questo caso Pink sta mostrando come anche le donne più affermate possano essere il giusto tipo di femministe, quelle che non calpestano l’altro, ma cercano il supporto vicendevole.

Ciò significa che ora, dopo anni passati in testa alle classifiche e dopo la recente tournée mondiale, Pink resterà “a casa” ad occuparsi dei due figli, supportando Carey anche in questa maniera, per far sì che entrambi siano soddisfatti non solo a livello familiare (dal momento che sono già una famiglia affamatissima), ma anche professionale.

L’intenzione, certamente, sarà quella di mettere in stand-by la sua carriera, e non di abbandonarla del tutto. Ma, in ogni caso, questa decisione potrebbe risultare davvero benefica per la sua famiglia, che sarà così composta da persone senza rimpianti, che sappiano qual è il momento giusto per brillare individualmente e quando, invece, è tempo di rallentare.

“Comandini”. Così chiamano una volta i bambini autoritari, un po' prepotenti, quelli che decidono i giochi da fare, che scelgono i ruoli quando si gioca, che non accettano altri colori rispetto ai loro preferiti… I “capetti”, insomma. Che fa sorridere, ma solo fino ad un certo punto.

Lo sanno bene i genitori di bambini autoritari, che si trovano a non sapere più cosa dire per non arrabbiarsi quando i propri figli non vogliono saperne di piegarsi alle preferenze degli altri. Certo, è bello avere una propria idea, avere sicurezza in se stessi, ma a volte si sfocia nell’antipatia e, soprattutto, nella maleducazione.

“No, adesso giochiamo a fare i cuochi”. “Tu fai quello, io faccio questo”. “Quelli sono i tuoi mattoncini, questi i miei”. “Disegna un dinosauro, io coloro la casetta”. Sono frasi comuni, ma che indicano un bambino autoritario nel momento in cui lui le snocciola come fossero ordini. Ma come fare per ammorbidire questa tendenza e per fare capire che la condivisione, i compromessi e la mediazione sono fondamentali per avere rapporti sereni con gli altri?

Le frasi positive per educare i figli autoritari: le frasi da utilizzare quando vostro figlio è “un capetto” e non vuole ascoltare le idee degli altri

“Non è molto divertente quando mi ordini cosa fare”

A volte essere diretti è la soluzione migliore. Invece che arrabbiarci e dire: “No, adesso io disegno la casetta perché ho voglia di farlo”, possiamo spiegare al bambino come ci fa sentire quando ci ordina qualcosa. In primo luogo, si stimolano il dialogo e l’espressione delle emozioni, che sono importantissimi per crescere, e in secondo luogo diamo la possibilità al bambino di mettersi nei panni dell’altro, e, soprattutto, di capire. Perché se ci poniamo come lui, ordinando cosa fare e impuntandoci, lui non capisce perché ci rifiutiamo. E, piano piano, capendo che non è divertente sentirsi comandati, capirà che c’è un tempo per tutto, per decidere e per ascoltare gli altri.

“Tu scegli cosa disegnare, io scelgo da me”

A volte il problema è che cediamo. Quando nostro figlio ci dice: “Tu adesso disegni una farfalla, io una papera”, ci troviamo a disegnare farfalle per tutto il giorno. Ma quando questa diventa l’abitudine, e quando l’atteggiamento si fa “bossy”, da “capetto”, allora cedere è controproducente, perché il bambino giustamente intuisce che i suoi ordini attecchiscono.

Quando questo accade, non cediamo: spieghiamo che in quel momento non abbiamo voglia di farlo, che sentiamo di voler disegnare altro, o di giocare ad altro, e che possiamo scegliere da noi. Dopodiché possiamo anche proporre un’alternativa, se questa scelta fa scontento il bambino, mostrando che si può scendere a compromessi.

“È bello poter comandare solo se stessi, no?”

A volte un bambino si sente dare del “comandante”. “Non è giusto che comandi gli altri, lascia che facciano quello che vogliono”. A volte questa frase può essere accolta dal bambino negativamente, che sente di aver fatto qualcosa di sbagliato, di essere sbagliato. Per fare capire che l’atteggiamento non è positivo e che è meglio comportarsi in maniera diversa, possiamo quindi sottolineare le cose positive dell’atteggiamento giusto, invece di sottolineare gli aspetti negativi dell’atteggiamento “comandino”.

“A volte è estenuante dover decidere per tutti, non credi?”. Oppure: “Mi piace che tu abbia delle idee così decise, ed è bello che tu stia prendendo una decisione per te stesso”.

“Tu fai il genitore, io faccio il bambino”

Come sempre, il gioco di ruolo può insegnare moltissimo ai bambini, perché gli permette di mettersi nei panni di tutti, traendo poi le proprie conclusioni. In questo caso, per qualche ora possiamo giocare al gioco dei ruoli opposti: il bambino farà il genitore e il genitore farà il bambino, ordinando e imponendo cosa fare. Dopodiché ci si scambierà i ruoli, e si rifletterà su come ci si è sentiti.

“Come potresti chiedere questa cosa in maniera più gentile?”

A volte gli ordini impartiti dai bambini sono legittimi e possono anche essere letti come suggerimenti o come idee su cosa fare, ma l’atteggiamento li rende pesanti da accettare, proprio perché sembrano detti in maniera aggressiva e autoritaria. Nel momento in cui sentiamo i bambini impartire un ordine, anche ai loro fratelli o amichetti, chiediamo loro come potrebbero chiedere la stessa cosa con gentilezza. È un po’ come il “Di’ grazie”: l’abitudine porta educazione.

“Mi stai comandando”

Una volta affrontato il discorso e una volta che abbiamo applicato queste frasi, ogniqualvolta si ripeterà l’atteggiamento, prima di arrabbiarci concediamo ai bambini di rendersi conto che lo stanno facendo. In altre parole: diciamolo chiaramente. “Mi sta comandando”. Basta questo per fare capire al bambino che sta di nuovo cadendo in quel meccanismo da “capetto”. Starà a lui cercare la soluzione giusta al problema, la frase giusta da dire e l’atteggiamento gentile da adottare.

Da quando mio figlio legge i libri in inglese Usborne, devo dire che ho notato moltissimi benefici: innanzitutto, l’amore aumentato per i libri, dal momento che i libri di Usborne sono davvero bellissimi tanto a livello grafico quanto per quanto riguarda l’interesse che suscitano nei bambini! Sono davvero bellissimi, intuitivi, colorati ma classici, e non stimolano solo a sfogliarli, ma anche a leggerli a fondo, scoprendo un sacco di cose nuove. In secondo luogo, grazie agli argomenti proposti (che sono moltissimi!) e grazie alla maniera in cui vengono trattati, i bambini imparano davvero moltissimo, divertendosi e diventando pian piano autonomi nella lettura. E poi, non ultimo, l’inglese migliora di giorno in giorno, perché è anche attraverso la lettura quotidiana che possiamo allenarlo!

Oggi voglio dunque parlarvi di tre titoli che in casa mia sono ormai un cult: sono lì, sulla libreria in salotto, e spesso trovo mio figlio a leggerli concentratissimo. Sono tre libri diversi tra loro, ma che insegnano tantissime cose nuove e utilissime! E sono perfetti per i bambini dai 5-6 anni, da leggere da soli o insieme a noi genitori.

Prima di leggere le mie recensioni, vi spiego una cosa importante: per acquistare i libri Usborne possiamo consultare il loro sconfinato catalogo, comprandoli dagli indipendent organizer come “Carolina, My English bookworm”, mamma ed ex insegnante di inglese, per scegliere i libri Usborne migliori e quelli più adatti al gusto dei nostri bambini. La trovate anche su Facebook!

I libri in inglese che stimolano la curiosità e insegnano moltissimo: ecco tre libri Usborne davvero favolosi per imparare l’inglese divertendosi e affezionandosi alla lettura

All the words you need to know before you start school

Questo libro di Felicity Brooks illustrato da Jean Claude è davvero bellissimo da sfogliare, ed è consigliato ai bambini dell’ultimo anno di materna (quelli che si stanno iniziando ad entusiasmare per l’inizio della scuola elementare!) e per quelli che frequentano la prima elementare. Il titolo, tradotto, significa “Tutte le parole che devi sapere prima di cominciare la scuola” ed è una sorta di catalogo illustrato che spiega ai bambini tutto, ma proprio tutto, sulla scuola, con brevi descrizioni degli ambienti e della giornata tipo e, soprattutto, un bellissimo abbecedario illustrato, stanza per stanza, classe per classe, materia per materia, con gli oggetti, le materie, le persone e compagnia bella che i bambini troveranno una volta che arriveranno alle scuole elementari.

Le illustrazioni sono semplici e bellissime, e il tutto è organizzato in schemi intuitivi e graficamente utili, perché permettono ai bambini di memorizzare meglio tutto in maniera educativa, coinvolgente e divertente.

Troviamo gli oggetti di cancelleria, le forme geometriche, i cibi in mensa, le parole che si trovano più spesso nei libri per bambini in inglese… Non è scontato come un classico abbecedario: è molto, molto più completo e divertente!

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Big Picture Book - outdoors

Questo secondo libro fa parte della collana Big Picture Book di Usborne, che propone grandi libri illustrati su vari argomenti. Questo, in particolare, è dedicato agli “Outdoors”, ovvero agli spazi all’aperto e alla natura.

Ogni doppia pagina presenta una grande e bellissima illustrazione di un diverso spazio all’aperto, e, nel mezzo, tutti i dettagli sono nominati e spiegati. Troviamo quindi il fiume, con gli animali e le piante che lo circondano; le scogliere, con i loro uccelli e i fiori; i pesci che si trovano negli stagni; gli alberi (che possiamo riconoscere dalle foglie)…

Anche in questo caso il punto forte del libro è la capacità di coinvolgimento, grazie alle illustrazioni bellissime, alla semplicità e ai fatti curiosi che sottolinea.

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Living in space

Infine, un libro che ameranno i bambini amanti di astronauti, spazio e viaggi spaziali: “Living in space” è davvero super interessante. Diviso in capitoli, parte dalla scuola per astronauti arrivando alla discesa in Terra dopo i viaggi, passando per il decollo e la vita nella stazione spaziale. E, alla fine, dà un sacco di informazioni utili per tenersi aggiornati, con u glossario, una bibliografia e dei siti internet da tenere d’occhio.

È un libro che mio figlio adora proprio per la sua struttura per capitoli. Ogni sera ne leggiamo uno, imparando un sacco di cose nuove, e, grazie al fatto che la lettura proposta incontra un suo vero interesse, sta capendo la bellezza della lettura come passatempo e non come obbligo!

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No, le visite guidate non sono solo per gli adulti. Anzi! Visitare una città, un museo o una qualsiasi realtà guidati da personale qualificato è una buonissima idea, soprattutto quando viaggiamo in famiglia. E anche quando, semplicemente, vogliamo guardare la nostra stessa città con nuovi occhi, con una nuova prospettiva.

Conoscete Milanoguida? Si tratta di un’azienda che con passione propone visite guidate a Milano e in Lombardia anche per bambini, per una gita o una passeggiata diversa dal solito, per passare una giornata in famiglia davvero unica!

Le visite guidate per bambini per scoprire un’altra Milano: con Milanoguida ecco le visite guidate per bambini e famiglie per scoprire la città in maniera divertente e coinvolgente

Ci sono le visite alla Pinacoteca di Brera, al Museo del Novecento (che è bellissimo per scoprire l’arte del secolo scorso, quella contemporanea!), alla Pinacoteca Ambrosiana… E poi quelle al Duomo e a Sant’Ambrogio, alla Scala, alla Galleria d’Arte Moderna… Ma non solo! Milanoguida propone infatti passeggiate in città giocose e divertenti, a tema (come la guida speciale ad Halloween, “Piccoli brividi”, o quella al Parco di Monza per Piccoli Botanici).

Insomma: Milanoguida è davvero una realtà che ci piace, perché permette di organizzare delle gite in famiglia guidati da un personale qualificato che sa portarci nei meandri dei luoghi più conosciuti, facendoci scoprire cose nuove e facendo allo stesso tempo divertire i nostri bambini.

Le loro visite guidate sono infatti pensate apposta per i più piccoli, per parlargli nella lingua più consona a loro, con l’obiettivo di fargli scoprire la bellezza dell’arte fin dai primi anni.

La cultura, insomma, non dovrebbe essere vista dai bambini come qualcosa di lontano, noioso o adulto, ma come un aspetto della vita che parla a tutti. Tutti, infatti, possiamo trovare spunti, emozioni e curiosità che acchiappano il nostro interesse, soprattutto quando siamo bambini!

Le visite guidate di Milanoguida possono dunque diventare l’occasione perfetta per trasmettere ai bambini l’importanza della storia, la bellezza dei racconti antichi, il fascino dell’arte in tutte le sue forme. E, allo stesso tempo, le visite guidate stimolano i bambini, che trovano, ognuno a proprio modo, i propri interessi, stimolando la propria creatività, l’immaginazione e la curiosità, ma anche la memoria e la concentrazione, grazie a delle visite guidate davvero coinvolgenti, semplici e freschissime.

Il tutto diventa poi perfetto pretesto per passare una giornata in famiglia diversa dal solito!

Nei prossimi mesi, dunque, non lasciamoci sfuggire le visite guidate per bambini e famiglie proposte da Milanoguida. Ci sono, ad esempio, Brera per bambini, per scoprire le meraviglie dell’Accademia di Brera; la visita al Duomo, per scoprire insieme ai bambini un cantiere durato seicento anni, le curiosità architettoniche e i segreti delle sculture e i dipinti; il Giocotour per bambini, un gioco a premi per scovare i dettagli più curiosi che si nascondono nel centro di Milano, passeggiando per il Duomo, la Galleria, piazza Scala e piazza Mercanti.

E poi, bellissimo, è il “Giorno da antichi Romani”, una visita al Museo Archeologico di Milano che farà viaggiare i bambini indietro nel tempo per scoprire luoghi e tradizioni della Milano romana, svelando la cultura, la vita quotidiana e la religione degli antichi abitanti di Milano.

Un mio consiglio, infine, è la visita guidata per bambini al Museo del Novecento, un tour divertente e coinvolgente per introdurre i bambini all’arte contemporanea, più astratta e meno figurativa, attraverso una spiegazione delle opere del museo pensata proprio per i più piccoli.

“Corri come una femmina”. “Sei proprio una femminuccia”. Frasi che un tempo erano normali, e che anche adesso, purtroppo, continuiamo a sentire. Nonostante la ricerca della parità dei sessi, nonostante la lotta al sessismo, si sentono ancora bambini (e adulti) pronunciare queste parole. Perché? Perché le sentono a casa, in televisione, in giro…

E qual è la peggiore? “Piangi come una femminuccia”. Già. Come se piangere fosse un diritto solo del genere femminile. Come se solo le donne e le bambine fossero autorizzate a provare emozioni.

Per fortuna il mondo sta cambiando, ma il cambiamento deve partire da noi genitori. Che per colmare il gap tra maschi e femmine possiamo partire dall’esempio e dall’educazione, modificando la percezione culturale partendo dalle parole che offriamo ai nostri figli maschi.

Dobbiamo insegnare le emozioni ai nostri figli maschi: perché l’educazione emotiva deve essere di tutti, non solo delle femmine

L’educazione emotiva, fortunatamente, sta cominciando a prendere il posto che merita, sia a casa che a scuola. Ma ciò non significa che siamo arrivati al traguardo, anzi. Ancora oggi troppo spesso si ritiene l’emotività come una caratteristica prettamente femminile. Ma questo è deleterio, non tanto per le femmine, ma soprattutto per i maschi, che, per colpa del retaggio del machismo dei secoli precedenti, si ritrovano a dover nascondere le proprie emozioni per la paura di essere tacciati come “femminucce”.

Molti bambini maschi si vergognano ancora a piangere. Certo, in generale il pianto è ancora visto come qualcosa di privato, come se dovessimo nascondere le nostre emozioni. Ma, in generale, il vento sta cambiando. Solo che per i maschi questo è ancora un tabù. Alle femmine, quindi, il pianto viene “perdonato” (anche se non è nulla di cui vergognarsi!). I maschi, invece, vengono ancora indicati come deboli.

Ma le emozioni non sono debolezza. Sono forza. Perché i sentimenti fanno parte dell’essere umano, e riconoscerli è fondamentale per essere persone equilibrate, sicure di sé, capaci di stare al mondo. Lasciando che la società tacci i maschi di essere “femminucce” quando esprimono le proprie emozioni significa dunque precludere loro la possibilità di crescere in maniera sana e armoniosa, come uomini completi, forti e deboli allo stesso tempo, sicuri e insicuri a seconda della situazione (perché la vita è fatta di questo!). Perché nascondere le proprie emozioni ha conseguenze deleterie: aggressività, chiusura, paura…

Che fare per cambiare questa cosa? Semplice. Lasciare che anche i nostri figli maschi leggano i propri sentimenti, cerchino di interpretare le proprie emozioni e che, soprattutto, le esprimano nella maniera che ritengono più opportuna.

Il dialogo, come sempre, è la prima chiave per aprire questa porta importante. Ogni qualvolta i nostri figli maschi sembrano voler esprimere qualcosa o sembrano sul punto di piangere, lasciamo che lo facciano. Coccoliamoli. Evitiamo come la peste le frasi fatte del tipo “I maschi non piangono”, “Sii forte”, “Fai l’ometto”, “Non piangere, altrimenti sembri una femmina”. Lasciamo che parlino di ciò che sentono, e che, soprattutto, sfoghino le emozioni come vogliono.

E poi, non ultimo, cerchiamo di evitare gli stereotipi di contorno. Ovvero, non solo nel momento del pianto e dell’emozione, ma anche nella vita quotidiana. Prima di tutto, a partire dai giocattoli, non imponendo le armi e le jeep arroganti quando i bambini vorrebbero invece, che so, l’aspirapolvere giocattolo.

E tutto questo non è un qualcosa a favore delle donne e delle bambine. Non è femminismo inteso come “diritti alle donne”, ma come uguaglianza per tutti. Perché il diritto alle emozioni è di tutti, maschi e femmine, ed essere femministi significa volere una vera e sincera parità di diritti.

Prima di inoltrarci in questo discorso, c’è da chiarire una cosa (che confermano anche i pediatri di Uppa): in inverno è sempre e comunque meglio stare all’aria aperta, rispetto agli ambienti chiusi. Perché se la preoccupazione maggiore dei genitori durante la stagione fredda sono i malanni dei bambini, dobbiamo sapere che in realtà è molto più probabile buscare qualche influenza infettiva al chiuso, negli ambienti piccoli e poco areati, caldi a causa del riscaldamento (che secca le mucose).

“L’aria aperta è il posto migliore per proteggere i bambini”, dicono da Uppa. Anche perché all’aperto il rischio di incappare nelle goccioline degli starnuti della gente si riduce moltissimo! Basta, come diciamo sempre, vestirsi adeguatamente! “Non esiste cattivo tempo, solo cattivo abbigliamento”, come dicono nei paesi nordici.

Bene, detto questo, quando il freddo è davvero gelido, è giusto domandarsi se sia “troppo freddo” per i bambini. Parliamo di quando le temperature raggiungono lo zero, o addirittura scendono al di sotto dello zero. Quando nevica, quando c’è ghiaccio, quando anche noi adulti facciamo fatica a sopportare le temperature così basse.

Quando fa davvero troppo freddo per uscire con i bambini: come regolarsi quando le temperature scendono per non rinunciare alle passeggiate e alle attività outdoor

Come dicevamo, l’aria aperta, anche e soprattutto in inverno, è un toccasana, tanto per gli adulti quanto per i bambini, che stimolano il sistema immunitario e soprattutto allontanano i rischi dei contagi che si verificano quasi sempre negli ambienti chiusi, caldi e poco areati.

Ma quando fa super super super freddo, possiamo portare i bambini all’aria aperta? Dipende.

Ciò che dobbiamo tenere a mente è che i bambini hanno una capacità di auto-regolazione della temperatura corporea ridotta, rispetto a noi adulti. I neonati, soprattutto, hanno meno grasso sottocutaneo, e, non ultimo, non hanno ancora sviluppato la capacità di “tremare dal freddo”, un’azione involontaria del nostro corpo che permette di produrre un po’ di calore. Di conseguenza, i bambini, specialmente quelli più piccoli, soffrono le temperature basse più degli adulti. E il rischio, a livelli estremi, è l’ipotermia.

Ma stare all’aria aperta è un’attività meravigliosa, benefica e insostituibile, quindi basta sapere bene quando possiamo o non possiamo uscire, e come riconoscere i segnali del corpo dei nostri bambini.

In generale, il freddo può cominciare ad essere considerato “troppo” quando scende sotto allo zero. Non è vietato uscire, ma è bene non fermarsi fuori troppo a lungo. Mentre dovrebbe essere bene stare in casa quando i gradi cominciano a scendere sotto i -6.

Quando usciamo al freddo, in ogni caso, basta qualche accorgimento, partendo dall’abbigliamento.

Come per gli adulti e per i bambini più grandi, l’abbigliamento fa moltissimo. Vestirsi a strati per stare bene al caldo anche all’esterno è la chiave, ma allo stesso tempo non dobbiamo incorrere nella situazione opposta, ovvero surriscaldare troppo i nostri bambini (che è pericoloso quanto l’ipotermia). La regola-base è questa: possiamo vestire i nostri bambini con uno strato in più rispetto a quello che indossiamo noi. E, una volta fuori, se abbiamo freddo e aggiungiamo strati li aggiungiamo anche a loro, se abbiamo troppo caldo e sudiamo li togliamo anche a loro.

Se il bambino è nel passeggino, poi, possiamo aggiungere una coperta di lana sopra al sacco termico.


Importantissimi sono anche il cappellino e le manopole, ovvero i guanti senza dita: le estremità del corpo sono quelle più sensibili, e averle al caldo è fondamentale.

Infine, ecco una guida importantissima per riconoscere nei nostri bambini i segnali di ipotermia. In questo caso, ci troviamo in una situazione pericolosa, ed è necessario recarsi al pronto soccorso più vicino.

I segnali di ipotermia nei bambini sono il tremare dal freddo (dal momento che i neonati non tremano, normalmente!), un respiro lento, i suoni strascicati, le azioni goffe e maldestre, energia azzerata, sonno eccessivo, confusione, perdita dei sensi e pelle molto arrossata e fredda (soprattutto nei bambini più piccoli). Se la pelle diventa bluastra o giallastra, la situazione è ancora più grave, e parliamo di congelamento.

Questi segnali non vogliono essere assolutamente un deterrente alle uscite in inverno, anzi. Conoscerli serve per essere più consapevoli, e per essere preparati. Fino agli zero gradi usciamo tranquillamente, vestiti adeguatamente a strati, aggiustandoli in base alle sensazioni. Fino ai -6 facciamo attenzione, stando fuori il meno possibile ma godendoci l’aria fredda e frizzante. E oltre i -6, beh, godiamoci il calore degli ambienti interni!

 

Cecilia

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