Le mamme di figlie femmine lo sapranno bene (perché non ci si scappa: crescere figli maschi e figlie femmine è differente e dobbiamo mettere in campo risorse diverse). Si è praticamente sempre in bilico tra il voler essere “mamma amica” (Lorelei docet) o “mamma pressante”. E spesso, per il loro bene, tendiamo verso la seconda opzione, perché sappiamo che spingere le nostre figlie verso il meglio e fare il loro bene a volte significa dover fare la parte della mamma cattiva e rigida.
Be’, nessun problema: un recente studio mostra infatti come le mamme pressanti facciano davvero il meglio per le loro figlie. Ovvero: dare loro il tormento, essere rigide quando c’è da essere rigide e avere un polso fermo in fatto di educazione (soprattutto in adolescenza) alla lunga fa il loro bene.
Esatto, nel titolo lo diciamo: mamme fastidiose. Perché agli occhi delle nostre figlie quando siamo troppo presenti, quando ci impuntiamo, quando neghiamo una festa o un’uscita in discoteca, quando cerchiamo di spingerle sempre verso il meglio risultiamo fastidiose, pesanti, un tormento. Tant’è. Noi sappiamo che stiamo facendo loro del bene anche quando non ci comportiamo troppo da amiche.
Alzano gli occhi, rispondono male, sbattono le porte in faccia, si ribellano: arrivata l’adolescenza le figlie femmine passano inevitabilmente quel periodo nel quale lo scontro è all’ordine del giorno. L’abbiamo passato anche noi, no? Bene, questo delicato periodo è fondamentale, ed è fondamentale per noi mamme non recriminarci se ci sembra di utilizzare maniere troppo forti o severe.
A dirlo è uno studio pubblicato sulla rivista Iser. Si intitola “Dietro ad ogni donna di successo c’è una mamma fastidiosa? Le adolescenti hanno più probabilità di successo quando hanno mamme assillanti”. E questo titolo dice tutto, no? Secondo la ricerca, essere un genitore assillante dà i suoi frutti, perché prepara le figlie al successo.
Questo, innanzitutto, perché aspettarsi molto dai nostri figli significa far sì che, anche inconsciamente, vogliano renderci orgogliosi e vogliano essere orgogliosi di loro stessi. E questo, secondo lo studio, si traduce in una probabilità minore - nel caso delle figlie femmine - di restare incinte in adolescenza, ma anche di avere più possibilità di frequentare l’università e di avere poi, da grandi, un lavoro soddisfacente a livello personale ed economico.
Lo studio è stato svolto nell’Università dell’Essex e ha preso in considerazione più di 15.000 ragazze tra i 13 e i 14 anni. Per la maggior parte di queste, il genitore con più “potere assillante” era la madre. In ogni caso, lo studio ha mostrato proprio come siano i genitori “fastidiosi” (agli occhi delle ragazze), quelli più presenti nella loro vita, a fare il bene a lungo termine delle proprie figlie.
La ricercatrice Ericka Gascon-Ramirez spiega meglio le ragioni dietro ai risultati. Secondo lei, infatti, per quanto ogni adolescente e giovane adulto pensi che sia giusto fare ciò che ritiene sia meglio per lui, alla fine le reminiscenze sui consigli dei genitori prima o poi escono, influenzando le scelte, anche quelle più personali.
Questo significa che inculcare alle nostre figlie l’importanza della scuola è giusto, ad esempio. Che inculcare il valore del rispetto degli altri e di se stessi è giusto. Che spingere ad essere sempre migliori è giusto. Che insegnare a fondo il valore dell’educazione è giusto. Che, insomma, trasmettere, anche severamente, l’educazione e il rispetto è giusto. E porterà benefici sulla loro vita.
Questo non significa che l’essere mamma-amica sia fuori discussione. Anzi. Le due cose certamente non si escludono: ci sono momenti per l’uno e momenti per l’altro. Basta che non ci sentiamo troppo in colpa se in certi periodi della vita ci ritroviamo, giustamente, a propendere verso il ruolo di mamma-severa-guida-tormento, soprattutto quando le nostre bambine hanno bisogno di essere guidate, accompagnate, consigliate e seguite.
In altre parole: essere presenti, controllare, essere intransigenti sulle regole base della vita e della convivenza e spingere le nostre figlie a dare sempre il meglio di sé alla lunga darà i suoi frutti. Siamo, quindi, mamme-amiche, ma siamo soprattutto mamme-guida.
A colazione oatmeal e porridge sono deliziosi, nutrienti e molto bilanciati (la differenza tra oatmeal e porridge la trovate qui). Con i fiocchi d’avena e i misti per porridge, tuttavia, possiamo realizzare anche altre ricette, come ad esempio i biscotti, morbidi e saporiti!
Il bello è che è possibile utilizzare sia i fiocchi d’avena semplici che quelli in vari gusti, come ad esempio quello con mela, cannella e uvetta, quello al gusto lampone o quello al cioccolato.
Di seguito, ecco qualche consiglio per preparare i biscotti con il misto per porridge e i fiocchi d’avena.
Gli ingredienti base sono questi: una tazza di margarina, una tazza e mezzo di zucchero di canna integrale (o zucchero di cocco), 2 uova, due tazze di farina integrale, una bustina di lievito, tre tazze di fiocchi d’avena o di preparato per porridge.
In una ciotola mescoliamo molto bene la margarina con lo zucchero, e in un’altra sbattiamo le uova, unendo poi i due composti. Separatamente, mischiamo la farina con il lievito e uniamoli al primo composto mescolando, unendo poi anche l’avena.
Su una teglia ricoperta da carta forno, aiutandoci con un cucchiaio di legno, formiamo delle piccole palline di impasto ben separate, lasciando che si appiattiscano formando i biscotti, quindi cuociamo in forno preriscaldato a 180 gradi per 9 minuti. Togliamo dal forno, lasciamo raffreddare e trasferiamo su una griglia a raffreddare del tutto, senza carta forno.
In base al composto che avrete utilizzato (i fiocchi d’avena semplici, il preparato per porridge ai lamponi oppure quelli alla cannella, al cioccolato, eccetera) i biscotti avranno un gusto differente.

Per variare, possiamo aggiungere nell’ultimo impasto dei pezzetti di cioccolato fondente (tagliati grossolanamente), per un gusto più saporito che piace molto ai bambini.

Altra versione è quella con l’uvetta, da aggiungere sempre all’ultimo impasto.

Infine, quella con le mandorle. In questo caso basta prendere della mandorle pelate a lamelle e schiacciarne una piccola manciata sui biscotti quando sono sulla teglia in attesa di entrare nel forno!

Siamo genitori cresciuti tra gli anni Ottanta e Novanta. Siamo genitori cresciuti con “Esplorando il corpo umano”, dunque. E se quella collana fatta di libriccini e videocassette si trasformasse in un grande, bellissimo e interessantissimo libro illustrato? Beh, noi non abbiamo resistito: appena abbiamo saputo dell’uscita di “Esplora il tuo corpo” abbiamo dovuto averlo!
Perché questo coloratissimo e sapientissimo libro per ragazzi è praticamente la versione pazzesca e “wow” del nostro caro amato “Esplorando il corpo umano”. È illustrato deliziosamente, è scritto in maniera semplice e d’effetto ed è davvero un must per la libreria dei nostri cuccioli.
L’Ippocampo Ragazzi come sempre fa centro. E stavolta lo fa con una pubblicazione scientifica per bambini, un libro sul corpo umano per conoscerlo a fondo, gettando basi e stimolando la curiosità sul nostro corpo, macchina perfetta, interessante e magica.
A metà tra le matrioske (che peraltro sono utilizzate come una metafora grafica!) e i modellini trasparenti di quando eravamo noi bambini, Lucie Streiff-Rivail e Virginie Pfeiffer illustrano il corpo umano in maniera sensazionale, semplice e d’impatto: ogni doppia pagina di “Esplora il tuo corpo” presenta un diverso sistema, un diverso organo, un diverso senso, con spiegazioni scientifiche pratiche e chiare e illustrazioni grandi, multicolor, un po’ surrealiste e un po’ costruttiviste.
La bellezza sta soprattutto nell’impostazione di questo grande libro illustrato: le nozioni sono disseminate qua e là, ordinate ma non noiose, non infilate una dietro l’altra in un testo lungo ma spezzettate per rendere la lettura più leggera e coinvolgente. Accanto alle spiegazioni ecco i grandi e bellissimi disegni, che parlano per metafore e per immagini concrete del corpo umano, semplificato ma assolutamente veritiero.
Si parla delle ossa e dei muscoli, dei genitali, della voce, delle orecchie e della percezione, del cervello, degli occhi, del cuore, delle cellule, del naso, del gusto, delle fasi della crescita, del sonno… Di tutto, insomma, in poco meno di quaranta pagine. Un libro essenziale, insostituibile per introdurre i bambini allo studio del corpo umano, che è fondamentale, coinvolgendoli senza trattarli con condiscendenza ma, anzi, fornendogli tutte le informazioni più importanti in maniera diretta, semplice ed efficace.
I colori, le linee pulite, i disegni disseminati qua e là, le scritte, le citazioni, le filastrocche e le canzoncine che contestualizzano le spiegazioni… Tutto fa sì che i bimbi si appassionino al corpo umano come si trattasse di una favola, di un viaggio sotto la pelle, come se fossero piccoli esploratori che passano dalle ginocchia al cervello, dai bulbi oculari alle strade del sistema circolatorio per capire davvero come funzioniamo.
Perché non dobbiamo sottovalutare il fascino di ciò che noi ora diamo per scontato: da genitori che hanno ormai terminato la scuola da un pezzo è normale pensare al corpo umano come un macchinario rodato del quale conosciamo suppergiù il funzionamento. Ma non dimentichiamo le sensazioni di quando eravamo bambini, di quando ogni goccia di sangue impauriva o affascinava, di quando la vista ci pareva una magia, di quando i sogni non erano solo sogni e di quando anche la cacca ci faceva ridere e chiedere “ma da dove viene?”.
Sara Polotti
Da qualche anno a questa parte anche in Italia sono arrivate le bici senza pedali per bambini (chiamate anche balance bike). Una rivoluzione, una vera rivoluzione che ha cambiato il modo di imparare ad andare in bicicletta! I vantaggi delle bici senza pedali sono infatti innumerevoli (in questo articolo vi illustriamo gli 8 vantaggi delle bici senza pedali per bambini) e sono moltissimi i genitori che non tornerebbero indietro: questo ibrido tra il triciclo e la bicicletta, infatti, stimola moltissimo l’equilibrio e la motricità dei bambini (dai 18 mesi ai 3 anni circa), aiutandoli poi a imparare prima e meglio con le biciclette normali, quelle senza rotelle.
Ma dove acquistare le bici senza pedali? Ecco una selezione dei nostri marchi preferiti.
La città del sole (online o in negozio) ci piace sempre moltissimo perché propone giocattoli e strumenti interessanti, educativi, didattici e divertentissimi, spesso in legno. Se amate come noi il legno, questa bici senza pedali “minibike” è quello che fa per voi: semplice, senza molti fronzoli, svolge la sua funzione ed è bellissima da vedere. Costa 65 euro e la trovate qua.
Se i vostri bimbi sono invece più avventurosi, moderni e sportivi, ecco una bici senza pedali in metallo, sicura e leggera, perfetta per i bambini dai 18 mesi. Costa 99 euro ed è acquistabile qua.
I love bike è un negozio online dedicato al mondo della bicicletta. Qui, dunque, troverete davvero moltissimi modelli, tra i quali questo, tra i nostri preferiti: si tratta della balance bike a forma di Vespa, un classico dell’italianità che incontra la filosofia scandi della bici senza pedali! C’è in vari colori, costa 70 euro e lo potete acquistare qui..
Per gli amanti dello stile classico e vintage, invece, questa è la bici senza pedali perfetta: ricorda quelle delle gite in campagna, con i colori della terra e la semplicità di linee! Quella color crema costa 97 euro, mentre azzurra 81 euro.
Su Amazon troviamo un’ampia gamma di bici senza pedali, di tutti i prezzi e di tutte le forme. Quelle di Boppi, ad esempio, molto economiche ma comunque sicure e robuste, di tutti i colori. Costano 39.99 euro e sono acquistabili a questo link.
Anche per quanto riguarda le bici senza pedali in legno troviamo offerte convenienti. Ad esempio, questa Balance Bike VidaXL, semplicissima, con il sellino regolabile, che costa 38 euro e che troviamo con i profili rossi o blu. Possiamo acquistarla qui.
Molto amata e apprezzabile per il rapporto qualità prezzo è la bici senza pedali per bambini Banana Bike, leggera e divertente, dalla forma riconoscibile per la canna curva. È molto maneggevole e sicura! Costa 34,49 euro e la troviamo in vari colori, a questo link.
Il seitan è un ingrediente che utilizzo spesso in cucina, perché mi permette di evitare la carne rossa senza rinunciare al sapore, ottenendo i benefici di questo impasto molto proteico.
Dopo le mie classiche 8 ricette con il seitan ecco quindi altre 8 ricette, stavolta invernali, corpose ed energetiche e soprattutto cucinate con ingredienti di stagione.
Prendiamo del seitan e tagliamolo a striscioline, quindi impaniamolo con del sesamo e un pizzico di farina integrale. In una padella antiaderente versiamo un filo di olio e scaldiamolo, quindi gettiamo il nostro seitan impanato e cuociamolo a fiamma vivace per tre minuti. Aggiungiamo un goccio di soia, sfumiamo e abbassiamo la fiamma, lasciando cuocere per venti minuti.
Una semplice bistecca di seitan accompagnata da patate lesse e condite con prezzemolo, sale e olio! Basta tagliare il nostro seitan a fettine e scottarlo in padella con un filo d’olio e un pizzico di sale.

Verso la fine dell’inverno comincia a comparire al mercato il radicchio rosso: approfittiamone! Tritiamo il seitan a cubetti molto piccoli (possono anche sfaldarsi) e cuociamolo in padella con un filo d’olio insieme a due cespi di radicchio tagliati a striscioline (sembrano molti, ma poi riducono il volume in cottura). Mescoliamo bene e sfumiamo con della salsa di soia, lasciamo cuocere per un quarto d’ora e serviamo caldo.

Un classico della tradizione rivisitato: cuociamo il nostro seitan come per la bistecca, quindi togliamo dal fuoco e spennelliamo con della salsa tonnata, preparandola così: frulliamo 2 cucchiai di maionese vegetale fatta in casa con 250 grammi di ceci sgocciolati, mezzo cucchiaino di senape e qualche cappero.
Tagliamo il seitan a strisce molto piccole e sottili e prepariamo le verdure: tagliamo a pezzetti tre cimette di broccolo verde, tre di cavolfiore bianco, dei pomodorini, una carota a rondelle e un peperone giallo a strisce, quindi cuociamo tutto in padella con un filo d’olio e del sale. Buonissimo accompagnato con del semplice riso basmati in bianco.

Corposo, saporito e caldo, lo spezzatino è un classico invernale. Possiamo preparalo anche con il seitan, senza rinunciare praticamente a nulla! Ecco la ricetta.
Schiacciamo con una forchetta tre patate lessate e sbucciate, quindi impastiamole con 300 grammi di seitan tritato, un pizzico di sale e pepe, un cucchiaio di olio evo, e due manciate di farina di ceci. Rotoliamole quindi in un po’ di pan grattato e cuociamole in una padella antiaderente con un filo d’olio oppure in forno, a 180 gradi per 20 minuti (rigirandole). Possiamo anche farle con il sugo, cuocendole in padella insieme a 250 grammi di polpa di pomodoro, in un soffritto di cipolla e carote.
Prepariamo il seitan tagliandolo a cubetti spessi, quindi scottiamo in acqua bollente delle cimette di broccoli. Nel frattempo, mariniamo il seitan per mezz’ora in una ciotola con della salsa di soia. Una volta pronto, infiliamolo su degli stecchini lunghi alternando seitan e cima di broccolo, seitan e cima di broccolo. Prendiamo quindi una padella-griglia antiaderente e cuociamo gli spiedini finché non saranno dorati.
Le perdite bianche in gravidanza sono abbastanza frequenti, soprattutto durante i primi mesi di gestazione. In gergo tecnico, le perdite bianche vaginali si chiamano “leucorrea” e sono del tutto fisiologiche: ogni donna durante il ciclo mestruale (a seconda della fase del ciclo) può trovarle sugli slip o sulla carta igienica.
Come durante il ciclo mestruale, anche in gravidanza è possibile trovarsi di fronte a queste perdite bianche, e in quel caso si può parlare di leucorrea gravidica. Ma vediamo insieme cosa dobbiamo fare in caso di leucorrea in gravidanza.
Come accennato, le perdite bianche sono del tutto fisiologiche anche in gravidanza, ma, come di consueto, è giusto e consigliato osservarle per capire se ci troviamo di fronte ad una leucorrea gravidica fisiologica (ovvero del tutto normale) o se le perdite bianche segnalano qualche altro problema.
La leucorrea fisiologica, che sia gravidica o che la si trovi durante il ciclo mensile, serve essenzialmente a lubrificare e pulire la vagina. È composta dalle secrezioni della cervice e della vagina, da vecchie cellule delle pareti vaginali e dalla flora batterica vaginale.
In gravidanza sono frequenti durante i primi mesi di gestazione e sono spesso inodori e dalla consistenza vischiosa, lattiginose. Con l’avvicinarsi del parto, invece, possono diventare più abbondanti e più liquide.
Quando ci troviamo quindi di fronte a perdite bianche che non odorano, significa che ci troviamo di fronte ad una reazione del corpo assolutamente normale e fisiologica. Durante la gravidanza, infatti, all’impianto dell’embrione segue un’alterazione degli ormoni (aumentano gli estrogeni) e della mucosa vaginale, che diventa più densa per formare il tappo mucoso. Il tappo mucoso serve a proteggere l’utero e il feto dagli agenti esterni durante la gravidanza. È normale, quindi, che durante questo assestamento le donne in attesa facciano esperienza di perdite bianche vaginali.
Se, tuttavia, le perdite si presentano maleodoranti e se associate ad esse si prova dolore, bruciore o fastidio, allora è necessaria una visita dal ginecologo. Potrebbe essere, infatti, che queste perdite bianche abbondanti e dal cattivo odore indichino un’infezione in corso. Le infezioni in cui ci si potrebbe imbattere sono diverse: ci sono quelle da lieviti, che fanno sì che il muco diventi bianco e dalla consistenza del formaggio cremoso (e che provocano dolori durante la pipì e durante i rapporti); quelle da vaginosi batterica, asintomatica ma che causa perdite grigie e dall’odore sgradevole, oltre che prurito e bruciore; e infine ci sono le malattie sessualmente trasmissibili, ognuna con i propri sintomi.
Anche quando queste perdite si presentano striate di sangue (rosa o marrone) o gelatinose è meglio consultare il medico: potrebbe darsi, infatti, che si tratti della perdita del tappo mucoso, che solitamente avviene a ridosso del parto ma che se invece accade prima della trentasettesima settimana di gravidanza potrebbe risultare pericolosa.
In ogni caso, il consiglio è quello di consultare il ginecologo o il medico curante ogni qualvolta non siamo sicure che le nostre perdite bianche siano fisiologiche, e nel caso in cui queste siano invece normali è bene curare la propria igiene intima (lavandosi non più di una volta al giorno per non uccidere la flora batterica), preferire la biancheria intima bianca in cotone organico ed evitare detergenti profumati o troppo aggressivi.
Mamma Pret a Porter non è una testata medica e le informazioni fornite hanno scopo puramente informativo e sono di natura generale, esse non possono sostituire in alcun modo le prescrizioni di un medico o di un pediatra (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione), o, nei casi specifici, di altri operatori sanitari (odontoiatri, infermieri, psicologi, farmacisti, fisioterapisti, ecc.) abilitati a norma di legge. Le nozioni sulle posologie, le procedure mediche e le descrizione dei prodotti presenti in questo sito hanno un fine illustrativo e non devono essere considerate come consiglio medico o legale.
Le donne forti non sono solo quelle più conosciute. Noi amiamo alla follia Frida Kahlo, Patti Smith, Marie Curie, Beyoncé, Anna Magnani, Simone de Beauvoir... Ma le donne che hanno cambiato la storia, che stanno rendendo il mondo un posto migliore e che diventano modelli per tutte le bambine e i bambini sono moltissime.
Conoscerle tutte è impossibile, è vero. Ma questo libro edito da Elekta Junior è già un grande passo. Perché "La forza delle donne" è una piccola enciclopedia illustrata da Sarah Papworth e narrata divinamente da Kate Hodges che presenta le donne del mondo che hanno cambiato la società, mettendole in relazione tra loro.
Sono tantissime, le donne forti che hanno fatto la storia, nel grande o nel piccolo. In questo libro, "La forza delle donne", ce ne sono circa novanta. E non solo le più conosciute! Ogni pagina racconta la storia di ognuna, da quella di Emma Watson (non sono attrice, ma sostenitrice dei diritti umani e femministi) a quella di Marie Curie, da Chimamanda Ngozi Adichie (scrittrice nigeriana autrice di "Americanah" - libro che consigliamo vivamente! - nota per il suo discorso "Perché tutti dovremmo essere femministi") a Amelia Earhart (aviatrice), da Mae Jeminson (la prima austronauta afroamericana) a Anna Magnani, da Chien-Shiung Wu (fisica nucleare) a Gypsy Rose Lee.
Donne, queste, che hanno fatto grandi cose nel loro campo, che non hanno cambiato solo la storia ma hanno anche dato ad ogni bambina e ad ogni bambino la possibilità di sognare: tutti possiamo diventare ciò che vogliamo, anche quando le avversità sembrano insormontabili, anche quando sembra che la società ci remi contro o non ci permetta di essere ciò che siamo e che speriamo di essere.
Ma il bello di questo libro non sono solo le storie raccontate (ognuna prende un paio di pagine ed è raccontata con semplicità e minuzia). La particolarità del libro sta nelle relazioni che mette in luce: ogni donna ritratta è infatti in qualche modo stata influenzata dalle altre, oppure è stata amica di un'altra grande donna, o nemica, o conoscente. Oppure hanno calcato gli stessi palchi, sono comparse negli stessi dipinti, lottarono insieme per i diritti... Accanto ad ogni illustrazione, quindi, troviamo dei mini ritratti delle altre donne con le quali si sono relazionate.
È come una piccola mappa di un grande paese nel quale queste donne si sono conosciute, si sono scambiate favori e amicizie, si sono incrociate. Sembra banale, ma queste relazioni sono fondamentali per la storia, perché è anche e soprattutto grazie allo scambio e all'unione che si fanno grandi cose.
Ad esempio, ci sono Coco Chanel ed Elsa Schiapparelli, rivali. La regina Vittoria e Florence Nightindale, che ricevette una medaglia dalla prima per il suo lavoro in guerra. Greta Garbo che faceva jogging con Katherine Hepburn. Getrude Stein che fece parte della società parigina insieme a Colette, Claude Chaun e Coco Chanel. Maryl Streep che si è ispirata moltissimo ad Anna Magnani. Elsa Schiapparelli che disegnò un'intera linea di abiti ispirandosi ad un incontro con l'aviatrice Amelia Earhart. Sylvia Beach che era grande amica di Simone de Beauvoir... Sono tutte relazioni inaspettate, strane, buffe, importanti, e tutte mostrano in maniera concreta i legami e l'importanza del sodalizio femminile, della solidarietà, dell'amicizia.
Questo Colosso è un po’ tutti noi. Perché tutti siamo diversi, tutti siamo unici. Ma a volte, purtroppo, nella nostra società la diversità è ancora stigmatizzata. Non è accettata. È derisa, è scansata, è denigrata. “Ma perché?”, verrebbe da dire. Perché la diversità è qualcosa di negativo quando ognuno di noi è diverso?
Coccole Books, casa editrice che propone sempre titoli deliziosi, positivi e arricchenti, se ne è uscita con un nuovo libro con poche parole, disegni semplici e densità incredibile di significato. “Il colosso”, scritto e illustrato da Riccardo Francaviglia, è un piccolo scrigno che contiene l’antidoto al razzismo, alle discriminazioni e all’ignoranza, e ci piace tantissimo.
La storia raccontata dalla penna e dalla matita di Riccardo Francaviglia è semplice, per disegni e per parole: il tratto delle illustrazioni è pulito e immediato, con sfondi ampi che rilassano gli occhi, e le parole sono poche, pochissime. Ed è giusto così, perché non servono molte parole per raccontare la storia di questo Colosso: i bambini possono immaginare il viaggio osservando i disegni e possono così fare correre la fantasia e, soprattutto, le proprie riflessioni.
La vicenda parla di un Colosso, nato piccino come tutti e cresciuto a dismisura. È cresciuto tantissimo, in maniera pazzesca, diventando un “problema”.
“Un colosso mangia più di chiunque altro, un Colosso ha bisogno di molto spazio per muoversi e di più acqua per lavarsi. Insomma, un Colosso è un problema e nessuno vuole avere problemi”, scrive l’autore. Qui è facile lavorare di empatia e vestire i panni del nostro amico Colosso: tutti noi abbiamo provato sulla nostra pelle sensazioni di disagio quando qualcuno ci ha fatto sentire diversi, esclusi, ingombranti o inadeguati, e tutti abbiamo purtroppo assistito a discriminazioni. La sensazione, quindi, è solo una: un senso di ingiustizia per questa emarginazione inutile e ridicola da parte dei suoi compaesani, che lo escludono e gli puntano il dito contro.
Il Colosso, dunque, si trova costretto a partire. Ma la sua mamma non si dà pace: “Per le mamme nessun figlio è un problema”, e così parte alla ricerca del suo piccolo e grande Colosso, trovandolo infine in una grande, immensa città abitata da altri Colossi.
La metafora ha molteplici sfumature: possiamo semplicemente pensare che il luogo trovato dal Colosso e dalla sua mamma sia una terra nella quale la mentalità è più aperta, più “grande” rispetto alle menti “piccole” di chi non guarda al di là del proprio naso. Perché là “tutto era più bello, tutto era enorme”. O semplicemente possiamo pensare al posto nel mondo che ognuno di noi ha, e che può essere nel cuore o in un luogo fisico.
C’è poi il discorso sull’accettazione di sé e sul rifiuto del pregiudizio: nel paese dei Colossi i Colossi sono eroi. Sono loro a rendere meraviglioso il paese, malgrado il giudizio degli altri all’inizio del libro, che non davano loro nemmeno la possibilità di potersi esprimere e di mostrare le proprie potenzialità.
“Un paese che sa amare come amano le mamme”: la ricchezza di questo libro sta tutta qua. I bambini capiscono subito il valore dell’amore, dell’empatia, della diversità che rende ricche le relazioni. E se tutti amassero l’altro come amano le mamme, beh, sarebbe un mondo migliore, no?
Un libro perfetto per bambini dai 3 anni, quindi, che fa capire con semplicità l’assurdità del rifiuto nei confronti di chi troviamo “diverso”, di chi non ci piace solo perché non somiglia a noi o a ciò a cui siamo abituati.
Che c’entrano apprendimento digitale e sostenibilità? C’entrano moltissimo quando a scendere in campo è MyEdu, che a Fieramilanocity dall’8 al 10 marzo porterà il suo sapere e la sua esperienza per parlare della scuola di domani.
All’interno di “Fa’ la cosa giusta” (la prima e più grande fiera italiana dedicata al consumo critico e agli stili di vita sostenibili) e della sezione dedicata alla scuola (SFIDE - Scuola, Formazione, Inclusione, Didattica, Educazione) organizzata da Officine Scuola, MyEdu scenderà in campo per genitori ed insegnanti per portare un esempio di scuola aperta, inclusiva, sostenibile e innovativa.
MyEdu è un mondo digitale di risorse formative divertenti e coinvolgenti nato con l’obiettivo di facilitare l’apprendimento dei bambini e dei ragazzi migliorando la didattica e rendendo più semplice lo studio. MyEdu, insomma, offre strumenti digitali come giochi, compiti e progetti che stimolano i ragazzi sfruttando i benefici dell’apprendimento digitale interattivo.
La didattica e l’apprendimento digitale sono fondamentali per la nostra società: ai nostri bambini, nativi digitali, non bastano più gli strumenti di una volta. Una volta nel mondo dovranno cavarsela da soli in una società che ha fatto dei computer, del coding, dell’informatica e del digitale la propria base. Non solo: il digitale permette anche di avere a disposizione strumenti nuovi, più efficienti, più semplici e più efficaci, da affiancare perfettamente alla didattica tradizionale. E in questo senso MyEdu si inserisce benissimo in questo panorama, offrendo alle scuole e alle famiglie i propri strumenti innovativi.
Da venerdì 8 marzo a domenica 10 marzo 2019 la scuola digitale di MyEdu sarà quindi al salone nazionale del consumo critico e sostenibile a Fieramilanocity (presso lo stand LB7 del padiglione 4), partecipando ai panel, ai workshop e ai seminari organizzati da Officine Scuola insieme a “Fa’ la cosa giusta”, nell’ambito di SFIDE.
All’interno di SFIDE esperti del settore mostreranno ai visitatori il futuro della scuola, che d’ora in poi dovrà fare della sostenibilità, della giustizia sociale, della parità di genere e della didattica museale i suoi pilastri. Proprio come quelli di MyEdu, che alla base ha da sempre l’idea di una scuola aperta, innovativa, inclusiva e sostenibile.
Sabato 9 marzo alle 11 ecco quindi un workshop formativo per gli insegnanti della scuola primaria, “Tecnologia e web collaborativo possono migliorare la vita in classe?”, per indagare come la tecnologia digitale debba essere affiancata ad una comunicazione efficace e consapevole, per sfruttare al meglio gli strumenti del web ottimizzando le relazioni con il singolo e con la classe.
Durante il workshop gli insegnanti vedranno quindi concretamente i benefici della scuola digitale e potranno assistere alla presentazione del nuovo corso di formazione accreditato dal MIUR per fornire ai docenti le competenze per la creazione di lezioni multimediali interattive (anche attraverso l’utilizzo di MyEdu Plus, il nuovo strumento creato da FME Education per la scuola).
Per partecipare al workshop di MyEdu è necessario registrarsi precedentemente, a questo link.
Per info e dettagli si rimanda alla mail di MyEdu, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..
#FMEEducation
Ormai i parchi gioco attorno al mondo sono un po’ tutti uguali: coloratissimi, dai pavimenti morbidi, grandi… E sicuri. “Sicuro” è una parola che troviamo spesso associata ai luoghi di gioco per i bambini. “Puliti” un po’ meno, perché ancora troppo spesso vengono abbandonati a loro stessi, questi parchi gioco.
Ma il parco gioco per eccellenza è essenzialmente “sicuro”, sì. Lo deve essere, perché ad utilizzarlo sono i bambini, e le amministrazioni di tutto il mondo ormai sanno come progettarlo per far sì che i piccoli possano giocare in tutta sicurezza. In realtà, però, recenti studi stanno portando alla luce un problema: a quanto pare il design e l’architettura del parco gioco per come lo intendiamo non sembra essere la migliore scelta per i bambini.
Guardiamo in faccia la realtà: certo, i parchi gioco sono sicuri, ma perché? Prima di tutto per la sicurezza dei nostri bambini, ma in un certo senso anche per la sicurezza delle amministrazioni, che non possono permettersi denunce nel caso in cui un bimbo di faccia male giocando proprio in quel parco. Negli anni, quindi, il design e l’architettura dei nostri parchi gioco si sono modellati e definiti per ridurre ogni rischio, riducendo le altezze dei giochi, ammorbidendo le superfici, togliendo gli spigoli, eliminando le piccole parti che potrebbero staccarsi e venire ingerite…
Tempo fa, però, vi avevamo parlato di un fatto essenziale per la crescita dei bambini: i nostri figli hanno bisogno del rischio. Hanno bisogno del pericolo. La loro crescita si definisce in maniera armonica anche grazie ai pericoli.
Conoscere il pericolo e saperlo affrontare, anche sperimentandolo di prima mano cadendo, facendosi male e provando sulla propria pelle cosa significa spingersi troppo oltre i limiti, è una parte essenziale della crescita e della salute. In primis perché conoscendo il rischio il bambino saprà da solo quando fermarsi, che fare, fin dove spingersi e cosa fare in caso di - ad esempio - una caduta. In secondo luogo perché è parte fondamentale anche per le interazioni sociali, la creatività, la resilienza e la capacità di problem-solving.
Questo non significa abbandonarli a loro stessi o spingerli verso il pericolo. Significa però lasciargli la possibilità di crescere in maniera più armoniosa, di prepararsi alla vita adulta provando davvero tutto ciò di cui c’è bisogno. Perché, ad esempio, se un bambino sarà sempre abituato a saltare su un tappeto morbido e gommoso, non saprà come piegare le ginocchia per attutire il colpo per non farsi male su una superficie reale, come il cemento.
Le posizioni sono svariate: c’è chi dice che, no, i parchi gioco vanno bene così come sono e c’è chi invece spinge in una direzione di maggiore rischio (che non significa mettere a repentaglio la vita dei bambini, sia chiaro!). E poi c’è chi porta esempi, come quello della Danimarca, paese nel quale sono comuni i parchi-giochi “spazzatura”, o junk playgrounds, parchi gioco realizzati con materiali di scarto non esattamente da bambini ma che sono piazzati lì apposta per stimolare la creatività dei bambini e per sviluppare il loro senso del rischio: ci sono corde, chiodi, pneumatici, padelle, casette di legno realizzate con materiali di riciclo…

Sì, siamo ai due estremi della questione, ma effettivamente ci sono punti a favore e a sfavore di ognuna. Dunque il dibattito è quanto mai aperto.
Quindi, in conclusione, sì, i nostri parchi gioco sono sicuri. Ma forse lo sono troppo. Perché fare crescere nella bambagia i bambini, arrotolarli nel pluriball e tenerli al sicuro da tutto ciò che potrebbe ferirli non è necessariamente la scelta migliore per loro. Cerchiamo quindi una via di mezzo, e ricordiamo sempre che il parco giochi migliore, quello più sicuro, eccitante e stimolante, ce l’abbiamo dappertutto: è la natura.