Se n’è parlato tanto negli ultimi mesi, anche grazie ad un personaggio come Greta Thunberg, la giovanissima attivista green che è affetta da questo disturbo, come molti altri noti personaggi, da Susanna Tamaro a Daryl Hannah, dal surfista Clay Marzo all’economista Vernon Lomax Smith. Erroneamente, però, molti la ritengono una malattia. In realtà, la Sindrome di Asperger è un disturbo pervasivo dello sviluppo, un disturbo dello spettro autistico ad alto funzionamento, che non intacca le capacità linguistiche o intellettive ma che, piuttosto, di riflette sulle capacità di relazione e sul comportamento.

Ma cos’è, nello specifico, e come si manifesta? E come riconoscerla?

Cos’è e come riconoscere la sindrome di Asperger: il disturbo pervasivo dello sviluppo di cui sono affetti anche Greta Thunberg e Bob Dylan

La sindrome di Asperger, come dicevamo, è un disturbo pervasivo dello sviluppo che prende il nome da Hans Asperger, pediatra viennese che per primo descrisse i comportamenti delle persone con Asperger, che lui definì “piccoli professori”, perché, pur bambini, gli ricordavano i movimenti impacciati e goffi degli studiosi solitari. Le loro difficoltà, infatti, invadevano il comportamento e la comunicazione con gli altri, che portavano allo stesso tempo a concentrarsi con ardore nei loro interessi.

Insomma: la sindorme di Asperger (in linea generale) si manifesta proprio così, con una difficoltà a relazionarsi con gli altri e a comunicare, così come a muoversi quando in presenza di altri, e nella concentrazione e nella dedizione nei propri interessi, che possono essere i più vari (dalla musica all’arte, dalla matematica agli scacchi…). Ecco perché moltissime persone con Asperger diventano dei geni e dei luminari nel proprio campo.

Il linguaggio di una persona con sindrome di Asperger, inoltre, è semplice e utilizza spesso le stesse parole, parlando anche a ruota libera. A questo si accompagnano movimenti goffi e imbarazzati.

In molti ritengono dunque la Sindrome di Asperger una più lieve forma di autismo, ad alto funzionamento (come dicevamo nell’introduzione), perché come nell’autismo, spesso, le persone compiono gli stessi movimenti in maniera ripetitiva, sono schematici e si relazionano a fatica con gli altri (caratteristiche dell’autismo). Non si tratta di autismo, però, in relazione alle emozioni e alla loro espressione: le persone Asperger, infatti, esprimono bene i propri sentimenti, anche in maniera molto spiccata nei confronti di chi vogliono bene e con chi si trovano a proprio agio. E poi, non ultimo, hanno un’intelligenza e un linguaggio nella norma, senza ritardi o difficoltà, e i sintomi non peggiorano con il passare del tempo (ma, anzi, migliorano, se adeguatamente supportati).

Proprio per questi motivi per diagnosticare la sindrome di Asperger i medici (i neuropsichiatri infantili) si basano sull’osservazione di alcuni particolari comportamenti. Ad esempio, se i bambini sono usi memorizzare dati “inutili” ma che colgono la loro attenzione; se sfuggono lo sguardo e non ricambiano i sorrisi; se hanno comportamenti aggressivi o offensivi con i coetanei (senza rendersi conto del male); se son impacciati e maldestri; se non giocano spesso con gli altri… Accanto a questa osservazione, quindi, procederanno con una valutazione delle capacità cognitive.

Come dicevamo la Sindrome di Asperger non è una malattia, ma un disturbo dello sviluppo, e per questo non vi sono ritardi o difficoltà e nella maggior parte dei casi la vita, anche da adulti, può essere vissuta in maniera assolutamente normale. Tuttavia, è possibile migliorare la vita delle persone con Asperger aiutandoli a gestire meglio i comportamenti e la comunicazione, per stare meglio con gli altri, rafforzando allo stesso tempo i punti di forza individuali. Soprattutto, è durante l’adolescenza che i genitori e gli educatori dovranno supportare i ragazzi: è un periodo, infatti, nel quale l’accorgersi della propria diversità potrebbe portare a difficoltà o disagi. Ma se supportati, i pazienti Asperger possono davvero migliorare, evitando così di soffrire di conseguenti ansie e depressioni.

Come calcolare la massa magra

Lunedì, 05 Agosto 2019 13:08

Per massa magra intendiamo il valore della massa del nostro organismo al quale viene tolto il tessuto adiposo.

Il tessuto adiposo è composto dai grassi (o lipidi) presenti nell’organismo, ma anche dalle ossa, dai muscoli, dai denti, dalla pelle, dai capelli… Per questo, la massa magra non può essere intesa solo come la massa risultante dal peso del corpo al quale viene sottratta la massa grassa (che è la totalità dei lipidi presenti nell’organismo). Ma come si calcola la massa grassa? E quali sono i valori nei quali dovremmo rientrare per stare bene?

Come calcolare la massa magra: il calcolo per capire i valori di massa grassa e massa magra del nostro corpo

Come dicevamo, per capire la massa magra è importante anche sapere cosa sia la massa grassa. La massa grassa è il totale dei grassi (o lipidi) presenti nel nostro organismo in relazione alla massa corporea totale. I valori di riferimento variano tra uomini e donne, e, per essere in salute, gli uomini dovrebbero avere una massa grassa che non superi il 25% della massa corporea, mentre le donne che non superi il 31%. Questo per non essere obesi. Per il pesoforma, invece, i valori sono questi: per gli uomini tra il 14% e il 17% e per le donne tra il 21% e il 24%.

La massa magra sarà quindi la restante percentuale in relazione alla massa corporea totale, alla quale si dovrà però togliere anche il peso di tutto il tessuto adiposo, quello di muscoli, ossa, denti, pelle, eccetera, per arrivare a capire la massa magra alipidica.

Il calcolo della massa magra non è semplice, e spesso si deve ricorrere ad analisi specifiche, che comprendono la bioimpedenziometria, le circonferenze corporee, la Dexa, la creatinina, la risonanza magnetica, la TAC, e gli ultrasuoni). Per calcolarla in breve e in maniera più approssimativa, tuttavia, si può utilizzare una formula simile a quella che serve per calcolare l’IMC, ovvero l’indice di massa corporea, basandosi semplicemente sul peso e sull’altezza di una persona e su alcuni valori costanti di riferimento.

Naturalmente si tratta di valori approssimativi e generici, che daranno un risultato standard, che non tiene conto di molti fattori, come l’attività sportiva e la dieta. Di conseguenza, è facile capire che la massa magra che risulterà sarà più alta del reale nel caso di uno sportivo con muscoli molto sviluppati, e più bassa del reale in caso di individui sedentari o dalla dieta pesante.

Per l’uomo, la formula (Formula di James) per calcolare la massa magra è la seguente:

[1.10 x PESO(in kg)] - 128 x { PESO2 / [100 x ALTEZZA(in m)]2}

Per la donna, ecco invece la formula per calcolare la massa magra:

[1.07 x PESO(in kg)] - 148 x { PESO2 / [100 x ALTEZZA(in m)]2}

 

Mamma Pret a Porter non è una testata medica e le informazioni fornite hanno scopo puramente informativo e sono di natura generale, esse non possono sostituire in alcun modo le prescrizioni di un medico o di un pediatra (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione), o, nei casi specifici, di altri operatori sanitari (odontoiatri, infermieri, psicologi, farmacisti, fisioterapisti, ecc.) abilitati a norma di legge. Le nozioni sulle posologie, le procedure mediche e le descrizione dei prodotti presenti in questo sito hanno un fine illustrativo e non devono essere considerate come consiglio medico o legale.

I tipi di miele e come abbinarli ai formaggi

Venerdì, 02 Agosto 2019 13:29

I tipi di miele sono moltissimi e tutti diversi da loro, pur con un sapore base che li accomuna. Ce ne sono di fruttati, di zuccherini, di amari (sì, anche amari!), di chiari e di scuri, di liquidi e di densi…

Un abbinamento delizioso è quello con i formaggi. Si sa che miele e formaggi è un’abbinata vincente. Ma come abbinarli per ottenere il gusto perfetto?

I tipi di miele e come abbinarli ai formaggi: quale miele abbinare alle degustazioni di formaggi

Miele millefiori

Il miele millefiori, il più comune, è ideale per formaggi come il pecorino sardo e il pecorino romano, per la fontina, per il taleggio, il brie e il caprino duro, ovvero quello più stagionato.

Miele di acacia

Il miele di acacia si sposa bene con formaggi mediamente stagionati o quelli erborinati, come il provolone, la robiola, la toma e i caprini.

Miele di agrumi

Il miele di agrumi (quindi di arancia, di bergamotto, ecc…) sta molto bene con il gorgonzola, ma anche con il caciocavallo, con la ricotta di pecora e con il taleggio.

Miele di eucalipto

Questo miele balsamico e molto particolare (che non piace a tutti i palati) è ideale per accompagnare il caciocavallo, formaggio morbido vaccino. Deliziosa è anche l’abbinata con il grana o il parmigiano.

Miele di melata di bosco

Il miele di melata di bosco, meno zuccherino e meno dolce del classico miele, è ottimo, anch’esso, con il gorgonzola, ma anche con il pecorino di montagna un po’ stagionato.

Miele di lavanda

Ottimo e particolare, il miele di lavanda è consigliato con il pecorino sardo, con il pecorino siciliano e con il Montasio.

Miele di castagno

Ottimo con tutti i caprini e con il parmigiano non troppo stagionato, il miele di castagno è buonissimo anche con la caciotta toscana e il caciocavallo.

Miele di Sulla

Il miele di sulla sta benissimo con formaggi lattici, ovvero delicati e morbidi, quindi è pensato per la robiola e per la mozzarella.

Miele di Corbezzolo

Il suo sapore si sposa bene con i formaggi più decisi, dal gorgonzola al ragusano fino al fiore sardo.

Miele di tarassaco

Il tipico miele lombardo si abbina a formaggi dal sapore pronunciato, quindi con la fontina, l’asiago, il caciocavallo, il grana e il parmigiano, il provolone e il bitto.

Instagram è il regno della perfezione. Piatti perfetti e perfettamente bilanciati, fisici perfetti, abiti perfetti, figli perfetti. Care mamme, in giro c’è troppa perfezione. Ma è solo apparente: la vita sui social è inevitabilmente più edulcorata e patinata di quella reale. Soprattutto quando si parla di celebrità dello star system, che al di là della vita più agiata che vivono si mostrano sui loro profili praticamente sempre al top.

C’è però chi va controcorrente, e per questo ci piace. Soprattutto perché parla di maternità in maniera sincera. È il caso di Anne Hathaway, che recentemente ha condiviso la notizia del suo nuovo pancione con un pensiero dedicato a chi, come lei, prima di arrivare a quel pancione è passato dall’infertilità.

Anne Hathaway, la sua infertilità è quella di tutte noi: perché il pensiero di Anne Hathaway riguardo alla difficoltà di restare incinta deve essere di ispirazione a molte

“It’s not for a movie #2. All kidding aside, for everyone going through infertility and conception hell, please know it was not a straight line to either of my pregnancies. Sending you extra love”: questo ha scritto l’attrice per descrivere l’immagine del suo secondo pancione!

“Non è per un film #2. A parte gli scherzi, per tutti coloro che stanno avendo a che fare con infertilità e concepimenti impossibili, sappiate che nemmeno per me è stata una linea dritta, arrivare alle gravidanze. Vi mando un sacco di amore”.

Un pensiero semplice, diretto, e soprattutto sincero. Perché quasi nessuno, soprattutto nello star system, ammette le difficoltà. Certo, le si possono immaginare nel momento in cui per avere un figlio si affidano a madri surrogate. Ma in generale l’infertilità sembra quasi un tabù, quando invece colpisce davvero moltissime coppie.

Oltre a questo importante post su Instagram Hathaway ha anche rilasciato ad Associated Press un’intervista in merito a questa questione. Ha deciso di farlo, dice, perché la difficoltà dell’infertilità porta spesso all’isolamento e alla solitudine, e per questo è importante parlarne.

“Credo che ci sia una concezione troppo standard e univoca del “restare incinte””, ha spiegato al reporter. “Nella maggior parte dei casi, resti incinta e sei felicissima. Ma sono moltissime le persone che ci stanno provando, e la storia è diversa. O comunque, la storia è solo una parte della realtà. Perché per arrivare a quella storia in realtà bisogna fare passi dolorosi, isolanti e pieni di dubbi riguardo a se stesse”.

Ha quindi aggiunto: “Non avevo una bacchetta magica, non ho detto “voglio rimanere incinta” e, wow!, ha funzionato. È più complicato di così.

Ciò che l’ha portata a scrivere quel semplicissimo e ispiratore pensiero su Instagram, quindi, sono state l’esperienza e l’empatia. “Sapevo bene che nel momento in cui avessi postato la notizia della gravidanza, qualcuno si sarebbe sentito ancora più isolato. Volevo solo fare sapere che in me trovano una sorella”.

Sorellanza: una parola bellissima, che dovremmo sdoganare e utilizzare anche in questo caso. Perché l’infertilità è una brutta bestia, e lo sa bene chi ci è passato attraverso, chi ci sta passando e chi conosce le sensazioni di impotenza, perdita delle speranze e frustrazione che ne derivano. Parlarne, però, fa davvero molto bene. Prendiamo quindi esempio da Anne!

Che sia per la paura del parto, che sia apparentemente (solo apparentemente!) immotivata, che sia per il timore del cambiamento incredibile della propria vita o per quello di non essere in grado di crescere un figlio: l’ansia può colpire le donne anche durante la gravidanza. E non importa se ne si soffre già in precedenza: può capitare a tutte, e non bisogna vergognarsene per niente al mondo.

L’ansia si manifesta in ogni persona in maniera differente. A volte può manifestarsi anche come depressione post-parto, ma per altre l’ansia compare già durante la gestazione, divenendo una paura disarmante.

Le mamme ansiose, insomma, non sono sole: moltissime soffrono di ansia. E ognuna può trovare il proprio modo per sconfiggerla, gestirla e superarla. Il primo passo è conoscersi, identificare questa ansia, rivolgendosi anche ad un terapeuta. E poi ci sono piccoli gesti che possono aiutarci, gesti che hanno aiutato in precedenza molte donne in attesa, e che possono essere seguiti in base al proprio sentire.

Come combattere l’ansia durante la gravidanza: alcuni consigli per gestire l’ansia pre-natale

Tenere un diario

Tenere un diario positivo può aiutare moltissimo. Senza nascondere i propri timori, ma, anzi, svelando anche le nostre emozioni, possiamo tenere un diario a noi stesse o al nostro futuro bambino, raccontando la gravidanza, le speranze, le cose brutte che accadono e, soprattutto, quelle belle, i sogni, le persone che ci circondano. Scrivere è terapeutico, così come rileggere le parole scritte.

Stilare delle regole

L’ansia, spesso, è seguita da cattive abitudini che ci fanno sprofondare sempre più nella nostra ansia, come un circolo vizioso. Capiamo dunque quali siano queste abitudini e cerchiamo di evitarle gradualmente, fissando delle regole. Ad esempio: la tv? Solo per 30 minuti al giorno. I pisolini? Solo uno ogni due giorni. Le camminate? Ogni giorno, fissando obiettivi! Il confort food? Cerchiamolo healthy.

Leggere

Non solo i libri che ci fanno stare bene e che ci “distraggono” (viva i romanzi densi di trama!), ma anche saggi e diari che ci spiegano meglio cosa stiamo passando in gravidanza. Come “Cose che non mi aspettavo (quando stavo aspettando)”, oppure “Il volo sereno della cicogna”, o ancora “Mamma in tre ore”.

Attività fisica e yoga

Se una gravidanza è fisiologica e il medico non vieta l’attività fisica, approfittiamone, cercando uno sport che ci piaccia davvero, che ci rilassi e che ci prenda. Anche la semplice camminata va benissimo, magari ascoltando podcast interessanti o musica classica. Così come lo yoga pre-parto, indicatissimo per rilassarsi e sconfiggere l’ansia.

Cercare un ginecologo che ci dia fiducia

Spesso crediamo di non poter cambiare ginecologo o ostetrica, ma non è così. C’è chi non ha bisogno di molto e chi, al contrario, ha bisogno di rassicurazioni costanti, spiegazioni scientifiche di ciò che accade e disponibilità più ampia. Se il medico che ci segue attualmente non soddisfa le nostre esigenze, chiediamo consiglio a chi è già passato dalla gravidanza e troviamo quello che fa al caso nostro. Senza sensi di colpa!

I tipi di miele più particolari

Giovedì, 01 Agosto 2019 09:36

I tipi di miele sono veramente moltissimi, ognuno con il suo peculiare sapore. Ma non esistono solo quello di acacia, il millefiori o quello di castagno (molto frequenti nelle nostre case e nei nostri mercati). Esistono infatti tipi di miele particolari e meno conosciuti, dalle proprietà benefiche interessantissime e dal sapore diverso dal solito.

Tutti hanno proprietà simili, comuni a tutti i tipi di miele, come quelle antinfiammatorie e antibiotiche, ma i benefici si differenziano. Così come il sapore: alcuni tipi di miele sono dolci e fruttati, altri inaspettatamente amari. Scopriamo quindi quali sono i mieli meno conosciuti, quelli più rari, tutti buonissimi e super benefici.

I tipi di miele più particolari: da quello di manuka a quello di corbezzolo, i tipi di miele meno conosciuti

Miele di Manuka

Il vero miele di Manuka è quello australiano e neozelandese. L’albero da cui deriva è infatti originario dell’Australia orientale e della Nuova Zelanda ed è da sempre conosciuto per sue proprietà lenitive, tanto da essere utilizzato per lenire le mucose arrossate e per contrastare la tosse. Ha anche proprietà antimicrobiche e il suo sapore ricorda quello del caramello.

Miele di tarassaco

Il suo sapore è molto intenso e pungente, rispetto al miele a cui siamo abituati, e la sua proprietà principale è quella diuretica, che lo rende ottimo per depurare organismo e reni. Deriva al dente di leone, fiore diffuso anche da noi, e in effetti la sua produzione si concentra in Lombardia.

Miele di sulla

Il miele di sulla deriva da una pianta foraggera che cresce in Abruzzo, Molise, Calabria e Sicilia. Ha un colore chiaro e una consistenza liquida e il suo sapore è molto delicato e floreale. Ricchissimo di vitamina A, B e C, è considerato diuretico, disintossicante e corroborante.

Miele di corbezzolo

Il corbezzolo è un arbusto poco conosciuto da cui deriva un miele altrettanto sconosciuto, molto amaro e dall’odore che ricorda i fondi di caffè. Di colore giallo e di consistenza cremosa, è antispasmodico, diuretico e antinfiammatorio.

Miele di lupinella

Anche il miele di lupinella è disintossicante e purificante, ma la sua azione non dà beneficio ai reni; piuttosto, fa bene al fegato. Chiaro e dal sapore delicato e fruttato, il miele di lupinella è abbastanza raro e prezioso e tra le sue proprietà troviamo il fatto di essere calmante, emolliente, antisettico e sedativo.

Miele di bergamotto

Se amate gli agrumi questo miele fa per voi. Lo producono soprattutto in Calabria, dove crescono rigogliose le piante di bergamotto, e il suo sapore è fruttato e acidulo come i frutti della pianta da cui deriva. Ha proprietà antibatteriche e antinfiammatorie e viene utilizzato per calmare le vie respiratorie infiammate.

Quanti sono i denti da latte

Mercoledì, 31 Luglio 2019 13:25

I denti da latte sono una delle prime preoccupazione di un genitore: a partire dai sei mesi (chi prima, chi poi) ai bimbi cominciano a spuntare i primi dentini, ed effettivamente sono guai, per il dolore che la fuoriuscita provoca e per la fatica dei bambini, che spesso non riescono nemmeno a dormire.

Questi denti da latte sono detti anche decidui, primari o temporanei, proprio perché poi, con l’avvicinarsi dell’età adulta, cadranno, per essere sostituiti da quelli definitivi. Sono spesso ritenuti meno importanti dei denti “definitivi”, ma in realtà i denti da latte sono fondamentali quanto quelli permanenti, dal momento che aiutano il bambino a parlare, a masticare e a mantenere il giusto spazio nella mandibola.

Ma quanti sono i denti da latte? E quando spuntano?

Quanti sono i denti da latte: i dentini dei bambini dai 6 ai 33 mesi

Fisiologicamente, i denti da latte sono venti. Sono presenti nella mandibola e nella mascella fin dalla nascita, ma spunteranno solo in prossimità dello svezzamento. Il primo dentino, infatti, inizia a crescere suppergiù attorno ai sei mesi, e via via tutti e venti spunteranno entro i 33 mesi di vita. Al raggiungimento dei sei anni di età, quindi, cominceranno a cadere (più o meno nello stesso ordine di crescita) per essere sostituiti dai denti permanenti.

I primi denti da latte che crescono sono gli incisivi, ovvero i due denti “davanti” superiori e i due inferiori. Il primo a spuntare solitamente è un incisivo inferiore. Questi quattro denti da latte dovrebbero spuntare nel giro di due mesi.

Tra i nove e i dodici mesi ad arrivare saranno quindi gli incisivi laterali, di nuovo sopra e sotto, ovvero i denti accanto ai primi incisivi, attorno ai 9-16 mesi.

Prima dei canini (che stanno accanto agli incisivi) arriveranno quindi i primi molari inferiori e superiori, attorno ai 13-19 mesi.

I canini spunteranno invece tra i 17 e i 23 mesi di età del bambino.

Ultimi ad arrivare saranno quindi i molari, quelli che si trovano più in profondità, terminando il processo di crescita dei denti da latte, dai 23 ai 33 mesi di età.

Quindi, ricapitolando, i denti da latte sono venti: due incisivi superiori e due incisivi inferiori; due incisivi laterale superiori e due incisivi laterali inferiori; due canini inferiori e due canini inferiori; due primi molari superiori e due primi molari inferiori; e infine due molari superiori e due molari inferiori.

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La scelta del seggiolino auto è tra le più importanti e delicate di un genitore: deve essere a norma (qui la nuova normativa), deve essere adeguato al peso e all’età del bambino (se vi interessa, qui l’articolo dedicato alla scelta del seggiolino auto) e deve essere sempre, sempre, sempre usato.

Detto questo, per aumentare l’efficacia e garantire ai bambini la sicurezza più totale, negli ultimi anni le aziende hanno sviluppato sia seggiolini auto dotati di sensori per evitare di lasciare i bimbi in macchina, sia applicazioni per smartphone e piccoli dispositivi che se utilizzati in abbinamento ai seggiolini “normali” permettono di evitare il rischio di abbandono in auto. Tutto questo in risposta ai troppi casi di cronaca che negli ultimi anni hanno riempito le pagine dei giornali.

Ecco dunque le app consigliate per evitare l’abbandono dei bimbi in auto per distrazione.

Le migliori app per evitare di dimenticare i bimbi in automobile: le app anti-abbandono per ridurre i rischio di abbandono dei bimbi in macchina

Tippy

Tippy è un dispositivo antiabbandono semplice, sicuro e leggero. Si tratta di un cuscinetto Bluetooth che va applicato sopra il seggiolino auto del bambino. Quando il bambino si trova nel seggiolino, Tippy - grazie a degli speciali sensori - ne rivela la presenza e consente, quindi, di scongiurare il rischio di dimenticare i bimbi in automobile. Nel momento in cui il bimbo è nel seggiolino e il genitore si allontana dall’auto un allarme sonoro indica che il bimbo è ancora in auto, dopodiché invia un SMS ai numeri di emergenza con le coordinate del luogo in cui la macchina si trova.

Remmy

Remmy è, come Tippy, un dispositivo universale, che può essere utilizzato con qualsiasi marca e modello di seggiolino e su qualsiasi auto. Viene venduto in settanta Paesi e segnala al genitore, quando spegne la macchina estraendo la chiave dal cruscotto, la presenza di un bambino sul seggiolino tramite un segnale sonoro. Ha poi una utilissima seconda funzione, che segnala al genitore un eventuale spostamento del bambino dal seggiolino.

Waze

Waze è la famosa App per smartphone di navigazione per monitorare traffico e strade. Molto utilizzata in Italia, pochi sanno che Waze ha anche una piccola ma utile funzione anti abbandono: si chiama “Promemoria bimbo in auto” e, semplicemente, avvisa chi sta guidando di controllare i sedili ogni volta che si arriva a destinazione.

BebèCare di Chicco e Samsung

BebèCare di Chicco e Samsung è una partnership che ha permesso di sviluppare nuovi prodotti che dialoghino tra loro e con i genitori, in modo da rilevare e monitorare, dentro e fuori casa, i movimenti del bambino, inviando notifiche ai genitori attraverso i device dell’ecosistema Samsung.

AGGIORNAMENTO ALL'8 OTTOBRE 2019:

Da ieri sera è passato l'obbligo di installazione dei dispositivi antiabbandono sui seggiolini per i bambini di età inferiore ai 4 anni. A firmare il decreto attuativo dell'articolo 172 del Nuovo Codice della Strada per prevenire l'abbandono dei bambini nei veicoli è stata la ministra Paola De Micheli.

Questo obbligo prevede che sul seggiolino ci sia un sistema di allarme che, connesso allo smartphone, ricorderà al guidatore tramite un avviso sonoro della presenza del bambino ancora a bordo, ancor prima che il guidatore scenda dal veicolo.

Questo importantissimo decreto sarà operativo non appena legge sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale nei prossimi giorni.

I genitori sono una risorsa per le aziende

Martedì, 30 Luglio 2019 13:48

…E a dirlo non è una persona qualsiasi, ma Katia Beauchamp, CEO di Birchbox, un’azienda americana di abbonamento di prodotti cosmetici che va davvero alla grande.

Durante una puntata del podcast Motherly l’imprenditrice ha parlato con la conduttrice riguardo alla sua esperienza con la maternità e il lavoro, chiacchierando non solo della sua esperienza come CEO e madre ma, soprattutto, come datrice di lavoro, notando come la maternità e la paternità rendano i lavoratori più focalizzati, determinati e aperti.

I genitori sono una risorsa per le aziende: perché i lavoratori che diventano genitori acquisiscono competenze uniche e non sono un peso, ma una ricchezza

Come dicevamo, Birchbox è un servizio di abbonamento mensile online offerto da un’azienda con base a New York, che invia ai propri abbonati una confezione con diversi campioni selezionati di trucco o altri prodotti cosmetici. La sua fondatrice Katia Beauchamp ha avuto l’idea nel 2010 e da allora ha rivoluzionato questo tipo di servizi, ideando l’azienda mentre frequentava la Harvard Business School. Le sue competenze, dunque, si basano tanto sullo studio quanto sull’esperienza.

In un episodio della seconda stagione di The Motherly podcast (podcast sulla maternità moderna che potete ascoltare, in inglese, sulle principali piattaforme, come iTunes e Spotify) Katia Beauchamp ha chiacchierato quindi con la co-fondatrice di Motherly Liz Tenety riguardo ad un argomento che conosce davvero bene: il lavoro e la maternità (dal momento che la maternità l’ha vissuta anche in prima persona, e non solo come datrice di lavoro).

Per prima cosa, Beauchamp ha dichiarato che la maternità è la cosa più bella che potesse accadere alla sua vita professionale, ricordando come, tornata al lavoro dopo i mesi a casa con i figli (ne ha avuti quattro), si fosse trovata più fresca, grazie al fatto di avere avuto del tempo lontano dalla scrivania senza davvero, per una volta, pensare al lavoro. Questo ha fatto sì, in prospettiva, che si trovasse con una nuova prospettiva, un nuovo sguardo sul suo lavoro, scoprendosi, allo stesso tempo, più rilassata, più creativa e più focalizzata.

Al di là della sua esperienza personale, che le ha permesso di sperimentare in prima persona i benefici mentali del parental-leave (il congedo parentale), Beauchamp ha raccontato durante il podcast che, in ogni caso, sapeva da sempre per esperienza che i genitori sono un assetto fondamentale per un’azienda, raccontando si come i suoi dipendenti si siano sempre dimostrati, dopo il congedo parentale, più efficienti nel gestire il loro tempo, più aperti, con più prospettive e più consapevoli delle emergenze e di come affrontarle.

La convinzione comune è però un’altra, ovvero che una persona senza figli sia più efficiente sul lavoro, perché ha meno pensieri e più tempo libero. Soprattutto quando si parla di mamme: si crede erroneamente che la maternità rallenti, che ridimensioni le ambizioni, ma, anche nelle parole della CEO, la realtà è un’altra: spesso e volentieri, infatti, le persone con figli sono più ambiziose (in senso positivo), più determinate, perché ci tengono a dare un futuro ai propri figli.

Ecco perché Beauchamp ci tiene a dire a tutti i datori di lavoro di non penalizzare i dipendenti (e soprattutto le dipendenti) che divengono genitori: i genitori sono una risorsa, un assetto, e supportarli significa non solo essere più giusti in termini di uguaglianza, ma, se vogliamo, significa portare beneficio alla propria azienda.

E come possono fare i datori di lavoro per supportare in maniera giusta i propri dipendenti genitori? Primo: non penalizzarli rispetto agli altri, trattandoli alla stessa maniera in termini di premi, richieste e paghe. Secondo: offrire, al momento della nascita, un congedo parentale rispettoso, lungo, anche nel caso dei papà, per permettere loro di connettere al meglio con i figli, godersi il momento e tornare ricaricati e con le nuove skill che in maniera così naturale acquisiranno. Terzo: niente mobbing. Ma qui è un altro discorso, che nemmeno dovremmo più fare…

3 ricette di pappa dolce

Martedì, 30 Luglio 2019 08:12

La pappa dolce è la soluzione ideale per cominciare ad introdurre il sapore dolce durante lo svezzamento, evitando invece i classici biscotti e dolcetti per bambini, pienissimi di zucchero e dunque non esattamente sani. Al contrario, la pappa dolce è naturale e delicata e per trovare la dolcezza si affida semplicemente al sapore naturalmente zuccherino degli ingredienti, come la frutta o le spezie più dolci, senza aggiungere zuccheri.

Ecco dunque tre ricette di pappa dolce per cominciare ad abituare i bambini al sapore dolce durante lo svezzamento.

3 ricette di pappa dolce: come preparare al bambino una pappa dolce durante lo svezzamento

Pappa alla mela

Scaldiamo in un pentolino 150 ml di latte di riso o avena, quindi aggiungiamo un po’ di farina di riso o di semolino a pioggia, regolando la densità della pappa (deve risultare un po’ densa, non liquida). Alla fine aggiungiamo anche 100 grammi di mela cotta frullata, mescolando molto bene. Serviamo tiepida, non troppo calda.

Pappa con crema di mais e tapioca

La crema di mais e tapioca è un ingrediente che si utilizza moltissimo durante i primi periodi dello svezzamento e, successivamente, può essere utilizzata anche per la pappa dolce.

In un pentolino scaldiamo 150 ml di latte di riso o di avena, dopodiché, mescolando bene e versandola a pioggia, versiamo la farina di mais e tapioca, come prima, ottenendo una crema densa e senza grumi. Alla fine aggiungiamo un frutto grattugiato o frullato (ottime le mele e le pere, ma in base alla stagione possiamo usare la prugna, la banana, la fragola…).

Pappa dolce alla banana, pera e cannella

Come dicevamo anche le spezie sono utili a inserire nello svezzamento il sapore dolce, e la cannella fa davvero al caso nostro.

Per preparare la pappa dolce banana, pera e cannella scaldiamo in un pentolino 70 ml di latte di riso insieme a 80 grammi di banana tagliata a pezzetti e a 80 grammi di pera sbucciata e sminuzzata. Scaldiamo a fuoco basso per un quarto d’ora, mescolando ogni tanto, quindi aggiungiamo un po’ di farina di riso mescolando bene (dovrebbero bastare 30 grammi) e un pizzico di cannella (facoltativa). Frulliamo tutto con un frullatore a immersione e serviamo!

Possiamo naturalmente sostituire la pera con la mela. Assicuriamoci sempre che la frutta sia biologica e di stagione!

 

Cecilia

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