Le nostre idee di ricette per il Carnevale

Lunedì, 17 Febbraio 2020 14:59

Quando il Carnevale si avvicina, anche le regole vengono un po’ piegate. E se a Carnevale ogni scherzo vale, vale anche qualche strappo alla regola in cucina. Ed è bello concedersi i classici dolci della festa in cui i nostri bimbi si mascherano (e noi con loro!), soprattutto quando troviamo delle versioni più leggere delle classiche, dal momento che frittelle and co. sono davvero belle pesantucce e super zuccherate.

Ecco quindi una selezione di ricette per il Carnevale da cui prendere spunto per festeggiarlo golosamente ma con un po’ meno sensi di colpa!

Le nostre idee di ricette per il Carnevale: una selezione di dolci di Carnevale più leggeri del solito

Le frittelle al forno

Le frittelle forse sono il dolce più tipico e più atteso del Carnevale. E in effetti sono deliziose, per quanto pesanti! Eh sì, perché sono fritte. Ma questa ricetta prevede la cottura delle frittelle al forno, rendendole più leggere ma altrettanto gustose.

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Le chiacchiere (o lattughe)

Cenci, bugie, lattughe, frappe, maraviglias… Solitamente sono fritte e contengono burro, ma questa ricetta è leggermente più salutare, con olio di semi e zucchero di cocco.

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Il sanguinaccio dolce

Non ha niente a che vedere con il sanguinaccio, e il nome dipende solo dal colore! Si tratta di una crema dolce a base di cacao e cannella e la si prepara così: uniamo in una ciotola 200 grammi di zucchero di canna integrale con due cucchiaini di cannella, 40 grammi di maizena e 70 grammi di cacao amaro, quindi versiamo 500 grammi di latte di mandorla mescolando con una frusta il tutto. Facciamo addensare in un pentolino il composto e una volta caldo aggiungiamo 80 grammi di cioccolato fondente a pezzetti e 30 grammi di margarina, mescolando e facendo sciogliere bene. Trasferiamo in una tazza e facciamo riposare in frigorifero per un paio d’ore prima di servire.

I ravioli dolci di Carnevale

Sono irresistibili e bellissimi da vedere, e possiamo prepararli con i bambini, che si divertiranno a tirare la pasta e a tagliare i cerchi che serviranno per formare i ravioli, ripieni di marmellata o di crema di cioccolata! La ricetta è questa (e sono al forno!).

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I crostoli non fritti

Simili alle chiacchiere, i crostoli sono un dolce tipico toscano e veneto e si tratta di fragili rettangoli leggeri da mangiare proprio in questi giorni di Carnevale. La ricetta è questa, nella nostra variabile non fritta.

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I bomboloni al forno

Anche i bomboloni (simili ai krapfen) si mangiano tutto l’anno ma sono un dolce tipico del periodo di Carnevale. Anche in questo caso, per rendere la ricetta più leggera possiamo scegliere una versione al forno. La nostra ricetta vi permetterà di preparare i bomboloni al forno, e soprattutto vegan (e quindi senza burro).

Il migliaccio

A Napoli è il classico dolce di Carnevale: parliamo del migliaccio, dolce a base di semolino. Qui trovate la nostra ricetta, perfetta per la colazione e la merenda di questi giorni.

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La torta di riso

In molte regioni d’Italia la torta di riso viene preparata proprio in questi giorni. È a base di riso (sì, proprio riso!), latte, uova e scorze di agrumi, ed è buonissima (e potenzialmente farcibile con della deliziosa crema!). La ricetta? Eccola.

I corsi di formazione sulla didattica digitale

Lunedì, 17 Febbraio 2020 09:21

La didattica digitale è il futuro. E non solo perché è così che deve andare in un mondo sempre più tecnologico, ma perché ha effettivamente un sacco di vantaggi e benefici, quando sfruttata nella giusta maniera. Il digitale, infatti, permette di rendere le lezioni più coinvolgenti, più interattive e più divertenti, oltre che più concrete e pratiche. E la pratica è un elemento fondamentale quando si parla di apprendimento, poiché i bambini quando applicano i concetti li capiscono meglio.

Questo tuttavia significa che anche gli insegnati e i genitori devono aggiornarsi, apprendendo al meglio le potenzialità degli strumenti digitali applicati alla scuola e imparando a utilizzare tutte le nuove tecnologie.

Come fare? Una buona idea è partecipare ai corsi di formazione MyEdu, o organizzarli nella propria scuola.

I corsi di formazione sulla didattica digitale: con MyEdu gli insegnanti possono imparare a utilizzare le nuove tecnologie per coinvolgere gli studenti

MyEdu è una piattaforma online di apprendimento digitale che mette a disposizione di scuole, insegnanti e famiglie migliaia di materiali didattici digitali e interattivi relativi a tutte le materie scolastiche, per imparare, esercitarsi e allenarsi. Qui vi spieghiamo in dettaglio di cosa si tratta.

Oggi però vogliamo parlarvi nello specifico dei corsi di formazione che propone MyEdu per gli insegnanti. Si tratta di corsi svolti in presenza di formatori qualificati, ovvero tutor FME Education, specializzati nell’uso delle tecnologie applicate alla didattica, per dare agli insegnati di tutte le scuole le giuste competenze per utilizzare concretamente la tecnologia in classe. Il tutto attraverso lezioni pratiche cucite sulle esigenze dei partecipanti, che assistono a dimostrazioni e partecipano attivamente, attraverso lezioni teorico-pratiche.

Il corso permette di acquisire le giuste competenze per sfruttare al meglio gli strumenti digitali con gli alunni, producendo anche dei contenuti personalizzati da proporre alla classe, come immagini, schede, testi, quiz e verifiche.

La scuola, quindi, può scegliere il piano di formazione che desidera in base alle sue esigenze, sempre supportata dai tutor MyEdu, scegliendo tra corsi modulari (da 4, 8, 10 o 20 ore) e personalizzabili, al termine dei quali i docenti riceveranno un attestato di partecipazione.

Il modulo base ha una durata di 4 ore ed è rivolto a tutti i docenti delle classi che aderiscono al progetto MyEdu School. I formatori, in questo caso, aiuteranno i docenti a comprendere l’uso delle tecnologie digitali applicate alla didattica e offriranno una guida di base ai contenuti digitali presenti sulla piattaforma MyEdu.

I moduli da 4, 8 o 10 ore su temi specifici riguardano invece la didattica digitale (con un’introduzione sulla tecnologia applicata alla didattica mirata ad acquisire le competenze per la creazione di lezioni multimediali), la comunicazione efficace (per capire come comunicare meglio con i nativi digitali utilizzando i device per lezioni innovative) e l’insegnare in digitale (per padroneggiare gli strumenti e migliorare la comunicazione con lezioni davvero coinvolgenti).

Infine, il modulo da 20 ore è il corso di formazione completo intitolato “Didattica digitale e comunicazione”, accreditato dal Ministero dell’Istruzione, disponibile sul portale Sofia. La didattica digitale e la comunicazione sono i due temi centrali, e i formatori guideranno i docenti su questi argomenti: l’interattività intelligente, la creazione di mappe concettuali e timeline, la didattica e i social media, la produzione e distribuzione di contenuti personalizzati e la gamification (ovvero la ludodidattica), nonché su tutto ciò che riguarda la comunicazione, la relazione, il linguaggio, l’organizzazione e la crescita personale.

Per informazioni e per organizzare un corso direttamente a scuola, vi invitiamo a contattare la responsabile del progetto, Benedetta Negri (+39 02 30076303 o Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

Questo libro è bello perché le illustrazioni sono magnifiche. È bello perché i dettagli sono infiniti, curiosissimi e precisi. Ed è bello perché con pochissime parole crea una storia semplice ma sorprendente, piccola ma alta quanto un palazzo, buffa ma profonda come il messaggio che vuole portare.

“I miei vicini”, un libro su curiosità, immaginazione e stupore: Einat Tsarfati illustra la curiosità dei bambini e la bellezza della diversità

Einat Tsarfati è una bravissima illustratrice israeliana e questo è il suo primo albo illustrato per bambini. Ma che esordio, ragazzi! (Ah, qui trovate un’intervista che le hanno fatto recentemente!).

“I miei vicini” (Editrice Il Castoro) è un libro grande, di quelli belli da sfogliare anche sul tappeto, da tenere sul tavolino in salotto e da sfoderare ogni volta che vogliamo, imparando la storia a memoria ma scoprendo nuovi dettagli ad ogni nuovo lettura. Perché le illustrazioni sono così fitte (e meravigliose) che non annoiano mai, ma, anzi, fanno venire voglia di continuare a posarci gli occhi.

La storia, dicevamo, è molto semplice, ed è questo un punto a super favore di questo libro: tutti i bambini, più o meno, possono identificarsi con la protagonista delle pagine, che semplicemente racconta di come ogni giorno si trovi a percorrere le scale che la porteranno al settimo piano del condominio in cui vive, al suo appartamento.

Di pianerottolo in pianerottolo, la bimba fa ciò che tutti i bimbi del mondo fanno: immagina. Immagina chi ci possa essere dietro ad ogni porta, affidandosi di volta in volta ad un indizio diverso. Gli odori, i rumori, gli oggetti appoggiati allo zerbino… Tutto diventa pretesto per cucire una storia diversa riguardante gli abitanti del palazzo. Che, naturalmente, sono affascinanti e straordinari: ci sono il pirata e la sirena, la famiglia di ladri, i circensi…

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La bimbetta, insomma, dà voce (e disegno!) a quello che tutti abbiamo fatto almeno una volta, ovvero tentare di indovinare cosa stiano facendo i nostri dirimpettai, o quelli che stanno al piano di sopra, o al piano di sotto, captando piccoli rumori, e profumi, e voci… Dà voce, quindi, alla curiosità, all’immaginazione e alla creatività dei bambini (e di noi adulti!), esternando la bellezza della diversità, perché, beh, che mondo piatto e noioso sarebbe se dietro alle porte fossimo tutti uguali?

Alla fine la bimba giunge alla sua casa, alla sua famiglia “normale”, “noiosa” e “piatta”. Ma non importa: perché l’amore aleggia anche lì! E poi nessuno è normale. E un esercizio di immaginazione con i bimbi potrebbe essere quello di provare a immaginare come potrebbero immaginarci i vicini ascoltando i rumori e i profumi che produciamo noi!

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Ah, e poi in ogni pagina si nasconde il criceto Bennie: un piccolo giochino in stile “dov’è Wally?” che ai bambini piace sempre da matti!

Il mondo sta cambiando e il progresso tecnologico a cavallo dei due secoli è stato gigantesco, è vero. Ma il cambiamento non è solo digitale. È anche umano.

A dimostrarlo è il tempo che i papà millennial trascorrono con i loro figli, così come i pannolini che cambiano: le statistiche parlano chiaro e ci informano che rispetto al passato i padri sono davvero molto più coinvolti e presenti nella vita dei loro bambini.

I papà millennial trascorrono molto più tempo con i figli: come i padri nati tra il 1980 e il 1996 passano più tempo con i bambini rispetto alla Generazione X

La tecnologia ha cambiato il mondo, insomma, ma anche la società stessa lo sta modificando. In meglio, si spera. E questi dati sembrano darci un po’ di speranza. Perché il succo è semplice: questa generazione di papà spende molto più tempo insieme ai propri figli rispetto alla generazione precedente.


Un dato molto semplice a conferma di questo? Riguarda il pannolino. Secondo una ricerca del 1982, infatti, i padri che mai avevano cambiato un pannolino erano il 43% degli intervistati. Nel 2000, solo il 3% dichiarò invece di non averlo mai fatto.

Questa tendenza in realtà è frutto di un lentissimo ma sostanziale cambiamento nella relazione padri-figli che sta avvenendo da secoli. Se pensiamo all’epoca vittoriana, o al rinascimento, o addirittura ala preistoria, il ruolo del padre era molto autoritario e distaccato. Dal Novecento, invece, i padri pian piano hanno cercato di farsi coinvolgere sempre di più nella vita dei propri figli, prima in maniera decisionale e, dagli anni Sessanta e Settanta (anche se molto, molto lentamente) anche a livello pratico.

Ed è così che si arriva a noi. Anche se la parità di genere non è ancora raggiunta (anzi!), i padri millennial, ovvero quelli nati suppergiù tra il 1981 e il 1996, mostrano come le cose stiano cambiando.

Una ricerca pubblicata qui mostra non solo come i padri che scelgono di prendere un congedo dopo la nascita dei figli siano aumentati quattro volte dal 1990 al 2017, ma anche come questi stessi padri siano tre volte più presenti nella vita dei loro figli rispetto ai padri del passato. E, è bene sottolinearlo, la maggior parte di loro considera una priorità essere un buon padre come parte integrante della propria identità.

Questo atteggiamento è certamente positivo, ed è fondamentale per il benessere della famiglia, come spiega questo studio effettuato dalla Cornell University, secondo cui i padri che prendono un congedo di paternità più lungo del consueto tendono poi ad essere più coinvolti nella vita dei loro figli a lungo andare.

Oltre a questo, è evidente che i nuovi padri siano molto più consapevoli - tendenzialmente! - dell’importanza dell’uguaglianza di genere in famiglia. Sono molti i papà che cercano di dividere equamente i compiti domestici e parentali con le madri (e anche se queste ultime sono ancora quelle con più compiti, oggi gli uomini trascorrono in media trenta minuti in più al giorno intenti nelle faccende domestiche, cosa che non accadeva assolutamente trent’anni fa).

Questo crea certamente un ambiente familiare più sereno e armonioso, dando allo stesso tempo l’opportunità ai figli di crescere con un esempio positivo di collaborazione equa, etica e positiva a livello di uguaglianza.

Perché il Coronavirus colpisce meno i bambini

Martedì, 11 Febbraio 2020 10:16

I casi ci sono (come quello del bambino in Germania), ma sono davvero pochi: il CoronaVirus (o Covid-19) sembra colpire pochissimo i bambini. Ma per capire il perché e ipotizzare gli sviluppi, dobbiamo fare un passo indietro e capire di cosa parliamo quando parliamo del nuovo 2019-nCoV.

Il 2019-nCoV o COVID-19 è il nuovo Coronavirus che ha causato un focolaio epidemico a fine 2019 e inizio 2020 nella città di Wuhan, della stessa famiglia della Sars, della Mers e - pochi lo sanno - del comune raffreddore. Questo virus provoca tosse, febbre e difficoltà respiratorie, e nel caso di persone vulnerabili, come gli anziani, le complicanze possono essere molto dure, portando anche al decesso.

Al momento in cui stiamo scrivendo, 11 febbraio 2020, questo nuovo coronavirus ha finora contagiato più di 40.000 persone e più di 1000 ne sono morte, ma di queste i soggetti in età infantile sono davvero pochissimi. O, almeno, solo pochissimi mostrano sintomi riconoscibili.

Perché il Corona Virus colpisce meno i bambini: le ipotesi riguardo al Coronavirus in relazione ai pazienti infantili

Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine ha subito messo in luce un fatto: dei primi 425 casi di contagi da Coronavirus, nessun infettato aveva meno di 15 anni.

E in effetti l’età media dei pazienti infetti da Coronavirus Covid-19 sta tra i 49 e i 56 anni, come fanno sapere da un articolo pubblicato sulla rivista Jama, sottolineando come i casi di bambini affetti dal virus siano davvero molto rari. Ma perché, dunque, così pochi bambini vengono infettati?

Il dottor Malik Peiris, capo di virologia dell’Università di Hong Kong, ha ipotizzato in un’intervista sul New York Times che i bambini potrebbero non essere immuni da quest’infezione come pensiamo, sviluppando, invece, dei sintomi molto ma molto più lievi e meno pericolosi rispetto agli adulti. In quel caso, scoprire i casi relativi ai bambini sarebbe molto più complicato, dal momento che la maggior parte non si accorgerebbe nemmeno di essere in presenza di coronavirus, scambiando la malattia magari per un banale raffreddore e non recandosi nemmeno in ospedale.

Lo stesso accadde con la SARS e la MERS: la MERS, scoppiata in Arabia Saudita nel 2012, fece 800 morti, ma come in questo caso la maggior parte dei bambini infettati non sviluppò nemmeno i sintomi. Idem la SARS: nessun bambino morì durante l’epidemia del 2003, e di tutti gli 8000 casi di contagio, solo 135 furono identificati come bambini.

Le altre ipotesi del perché i bambini non vengano contagiati dal coronavirus riguardano principalmente le cause del contagio. Ovvero: i bambini, frequentando meno i mercati di animali vivi (dove, a Wuhan, è partito il focolaio, con il contagio di un umano da parte di un pipistrello - probabilmente) avrebbero meno possibilità di venire infettati. Oppure, potrebbero addirittura essere “protetti” dagli adulti, che lavandosi più spesso le mani e proteggendosi molto meglio rispetto a loro (che non hanno il senso della sicurezza), creano in qualche modo una barriera, uno scudo.


In ogni caso, non è raro per i virus colpire i bambini in maniera più leggera rispetto agli adulti. Pensiamo a come la varicella sia più pericolosa in età adulta e innocua in età pediatrica, o alla semplice influenza, che negli adulti può addirittura provocare la morte, mentre nei bambini è rarissimo che ciò avvenga.

Detto questo, ipotesi o supposizioni che siano, il fatto è certo: la popolazione pediatrica viene colpita meno e meno duramente rispetto agli adulti dal coronavirus. E non può che essere una buona notizia.

Qui sotto vi lasciamo un interessantissimo e molto utile video nel quale il direttore della S.C. Malattie Infettive presso l’Ospedale Niguarda, il professor Massimo Puoti, spiega in maniera semplice e seria tutto ciò che dobbiamo sapere sul Coronavirus Covid-19 e le misure precauzionali da adottare per evitare il contagio.

 

Mamma Pret a Porter non è una testata medica e le informazioni fornite hanno scopo puramente informativo e sono di natura generale, esse non possono sostituire in alcun modo le prescrizioni di un medico o di un pediatra (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione), o, nei casi specifici, di altri operatori sanitari (odontoiatri, infermieri, psicologi, farmacisti, fisioterapisti, ecc.) abilitati a norma di legge. Le nozioni sulle posologie, le procedure mediche e le descrizione dei prodotti presenti in questo sito hanno un fine illustrativo e non devono essere considerate come consiglio medico o legale.

La maggior parte di noi crede che “taglio cesareo” derivi da Giulio Cesare e dal fatto che lo stesso imperatore nacque attraverso un taglio. In realtà, semplicemente deriva dal latino (come specifica l’enciclopedia Treccani), dal termine “caesareus” e dal verbo “caedo, is, cecīdi, caesum, ĕre”, ovvero “tagliare”.

In ogni caso, il parto cesareo è quel parto che avviene tramite intervento chirurgico per estrarre il feto dalla parete addominale e uterina della partoriente, e non dal canale vaginale come durante il parto naturale.

Il taglio cesareo può essere programmato o eseguito urgentemente in fase di parto, e pur non privo di rischi, è sempre più diffuso, tanto che nel nostro paese una donna su tre lo subisce.

Ecco quindi tutto ciò che c’è da sapere sul parto cesareo, che sia programmato o urgente.

Tutto ciò che c’è da sapere sul parto cesareo: un vademecum sul taglio cesareo

Innanzitutto, il taglio cesareo solitamente viene deciso preventivamente per problemi pregressi della partoriente, e solo in rari casi viene eseguito per assecondare la paura e l’ansia delle future mamme, che non vogliono assolutamente un parto naturale perché terrorizzate dal dolore. Anche perché il taglio cesareo non è privo di rischi. Anzi.

Come fanno sapere i medici di Un Pediatra per Amico, il parto cesareo quando eseguito senza valido motivo aumenta il rischio di morte per la mamma e per il bambino. E nemmeno quando viene eseguito d’urgenza in fase di parto naturale è sicuro.

Ecco perché è bene essere informati e chiedere al proprio ginecologo tutto ciò che riguarda il parto cesareo, soprattutto quando programmato per prevenire altri problemi. Ciò che dobbiamo chiedere al medico è: quali sono i rischi di un parto naturale? E quali sono quelli di un parto cesareo? Perché spesso i medici si concentrano sui pericoli del parto, glissando sui pericoli del taglio chirurgico che si apprestano a fare.

La prima cosa da avere ben presente quando si parla di parto cesareo, infatti, è che si tratta di un vero e proprio intervento chirurgico, a differenza del parto naturale (qui le fasi del parto naturale). E come tutti gli interventi chirurgici presenta dei rischi (come il rischio di infezione o di emorragia). E per il bambino, il pericolo è quello di non riuscire ad adattarsi a livello respiratorio: rispetto al parto naturale, infatti, aumenta il rischio di “polmone bagnato”, dal momento che gli alveoli polmonari non vengono “spremuti” come durante il passaggio naturale dal canale vaginale.

Ecco perché solitamente anche quando il cesareo è programmato i medici consigliano di eseguirlo comunque a travaglio cominciato, in modo che le contrazioni agiscano e contribuiscano a questa spremitura.

Detto questo, la programmazione del parto cesareo avviene (o dovrebbe avvenire) solo in caso di comprovati problemi e rischi. E quando viene eseguito urgentemente, e quindi in fase di parto e non in maniera programmata, avviene sempre in comprovata presenza di problemi e complicanze che potrebbero mettere in pericolo di vita la mamma e il bambino.

Le situazioni che portano i medici a optare per il parto cesareo al posto di quello vaginale possono essere la sofferenza fetale, il distacco della placenta, la gestosi, il diabete, alcune nefropatie della mamma…

Dopo il taglio cesareo, il tempo di recupero della mamma è più lungo rispetto al parto naturale, e i giorni in ospedale saranno pertanto maggiori. Detto questo, i tempi si accorciano un pochino quando il cesareo è stato programmato. La ripresa sarà invece più lenta nel caso in cui la madre abbia subito un parto cesareo d’urgenza.

E la cicatrice? Molte mamme si preoccupano del “poi”, ovvero di ciò che resterà visibile, la cicatrice. Ogni donna è a sé e ogni taglio è a se, ma la visibilità dipenderà dall’entità del taglio, dai tessuti della mamma (più sono elastici, meno visibile sarà la cicatrice), da eventuali complicazioni (come alcune infezioni del taglio) e dal luogo dell’incisione, così come dalla tecnica utilizzata dal chirurgo.

I tagli eseguiti tra ombelico e pube sono quelli che restano solitamente più visibili. Quelli eseguiti appena sopra la linea dei peli, invece, rimarranno più nascosti.

Detto questo, un'incisione chirurgica non rende una mamma meno mamma. Un parto cesareo non è meno importante di un parto naturale. E il corpo di una mamma che partorisce con un taglio cesareo non ha sbagliato nulla. 

 

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Il perfetto kit per il post-parto

Venerdì, 07 Febbraio 2020 09:19

La valigia per l’ospedale: fatta. Il corredino: preparato. Ok, siamo tranquille. Ma perché non concentrarci anche sul dopo-parto? E non parliamo di ciò di cui ha bisogno il bambino, perché quello siamo certe sia già tutto bell’e che pronto.

Parliamo di ciò che servirà a noi future mamme. Perché il post-parto non è solo un momento meraviglioso dal punto di vista delle emozioni e scombussolante dal punto di vista delle abitudini. È anche un momento molto delicato, nel quale prenderci cura di noi sarà difficile, ma necessario per il nostro benessere e per quello del nostro bambino.

Ecco quindi qualche consiglio per arrivare al dopo parto preparate, con un kit che ci verrà in aiuto nel momento in cui avremo bisogno di prenderci cura di noi.

Il perfetto kit per il post-parto: cosa preparare per arrivare al parto preparate, per prenderci cura di noi una volta a casa

Partiamo dagli accessori più pratici e necessari, anche se poco glamour: gli assorbenti. Meglio prepararci già con grandi quantità di assorbenti apposta per il post-parto. Meglio se in cotone, dal momento che li useremo per un po’, come questi.

Il nostro corpo in questo momento avrà bisogno di molte più cure e di più delicatezza. E per aiutarlo a superare, anche esteticamente, la fatica della gravidanza e del parto, e per rilassarci un momento facendoci un auto-massaggio, prepariamo della crema antismagliature, da utilizzare tutte le sere o tutte le mattina dopo la doccia, prendendoci un momento per noi.

Nel kit non potrà poi mancare la biancheria intima comoda e abbondante, per sentirci comode e non costrette in elastici e guaine fastidiose.

Lo stesso vale per l’abbigliamento. Nei primi giorni concediamoci tessuti morbidi e abbondanti e abiti dalle forme non costrittive. E non significa stare tutto il giorno in pigiama o in tuta (non tutte lo amano!), ma semplicemente scegliere abiti più comodi, come vestitoni abbondanti, pantaloni larghi, camicie morbide…

Per le mamme che allattano, nel kit non potrà mancare una crema seno (come la crema seno Clemulina), per lenire e addolcire la zona del capezzolo e del seno (e per idratare labbra e mani in inverno!).

L’allattamento prevede anche la preparazione, se vogliamo essere comode e sempre preparate, di abiti e abbigliamento smart, intelligente, che ci permetta di sfoderare il seno in facilità. Compriamo quindi dei reggiseni fatti apposta per l’allattamento, e prepariamo nel guardaroba, a portata di mano, le camicie (che possono essere sbottonate velocemente), le magliette scollate elasticizzate, i cardigan e i capi più “semplici”, accantonando per un attimo i dolcevita e i capi più difficili.

Per le notti passate in piedi, possiamo poi preparare qualche lettura che ci faccia compagnia e che ci concili il sonno. È vero che leggere diviene più difficile, una volta nato il bambino, ma possiamo sfruttare questo hobby proprio per dormire meglio. Anche solo qualche pagina a sera o a notte fa molto bene. Prepariamo quindi i romanzi che più amiamo, oppure approfittiamone e leggiamone qualcuno dedicato proprio a gravidanza e postparto, come “Un post parto senza segreti”, “Mamme pret a porter - il primo anno insieme” o il famosissimo “Il linguaggio segreto dei neonati” di Tracy Hogg.

Benedetti ormoni, che ci rendono la chioma meravigliosa e che ci fanno emozionare. Ma maledetti ormoni allo stesso tempo, che ci fanno piangere anche davanti alle pubblicità, che ci fanno provare un senso di nausea per mesi e che ci stravolgono il corpo. Sì, certo, ci dicono che siamo “raggianti”. Ma è sempre così?

In realtà non bisogna vergognarsi a dire che la gravidanza scombussola. E scombussola anche la pelle. E la nostra bellezza. E la nostra autostima. Insomma: non è sempre rose e fiori. E, anzi, l’acqua di rose a volte potrebbe venire in nostro aiuto…

Pelle secca e acne, ad esempio, sono solo alcuni dei problemi cutanei che la gravidanza porta con sé. E sono comuni a molte donne. Ecco perché è bene parlarne! Anche perché, sì, scompariranno dopo il parto. Ma nel frattempo è bene prendersi cura della propria pelle. Cercando sempre di utilizzare prodotti delicati e naturali.

I problemi della pelle più frequenti in gravidanza: dalla pelle secca all’acne, i disturbi cutanei comuni alle donne incinte

Durante la gravidanza, innanzitutto, è normale trovarsi a volte più disidratate. Questo influenza anche la salute della pelle, che potrebbe risultare a tratti molto secca e pruriginosa. In questo caso, solitamente si tratta proprio di pelle secca. Ma se il prurito è molto forte, meglio chiedere consiglio al ginecologo: potrebbe trattarsi del sintomo di una condizione chiamata colestasi gravidica, e in quel caso è necessario fare analisi più approfondite.

Altro problema comune a molte gestanti è la pelle grassa e molto oleosa, che pare fare tornare ai tempi dell’adolescenza. In questo caso da additare come colpevoli sono gli ormoni ballerini! Per contrastarla, puntiamo su una crema idratante leggera e mat, sfruttando anche della cipria quando ci trucchiamo per uscire.

Accanto alla pelle grassa, beh, ovvio: arrivano anche i brufoli e l’acne! Eh già. Proprio come quelli che avevamo a sedici anni. Di nuovo, la colpa è degli ormoni. In questo caso è consigliato sfruttare il potere delle maschere purificanti (come quelle all’argilla rosa), e di utilizzare prodotti delicati che puntino alla purificazione della pelle con azione antinfiammatoria allo stesso tempo.

Anche la pelle opaca può essere un problema riscontrabile in gravidanza, insieme alle occhiaie. Nel primo caso, scegliamo un illuminante con ingredienti naturali per dare un colorito più splendente alla pelle. Nel secondo caso, dovuto al continuo rigirarsi nel letto a causa dei calci del bambino o al non dormire perché troppo scombussolate, dobbiamo cercare di rallentare i ritmi, rilassarci, dormire meglio e bere molta acqua. Affidandoci a qualche buon correttore naturale per coprire quei fastidiosi cerchi neri sotto gli occhi!

Infine, problema comune a molte gestanti sono i capillari e le vene visibili. Durante la gravidanza, infatti, le vene sono molto più visibili e il corpo sembra diventare una cartina stradale! Non è un problema (ma, anzi, è il sintomo del funzionamento della circolazione, che in questo periodo è accentuata!), ma per molte donne può essere un fastidio estetico. In alcune occasioni, quindi, possiamo coprirle con del fondotinta naturale multivitaminico, che copra l’inestetismo e nutra allo stesso tempo la pelle.

Il consiglio, in ogni caso e per ogni situazione cutanea, è quello di comprare creme specifiche in base al proprio disturbo, stando tuttavia attente agli ingredienti. In gravidanza è meglio sempre puntare su ingredienti naturali e delicati, evitando retin-a, idrochinone, formaldeide, diidrossiacetone, perossido di benzoile e acidi salicilici.

Impossibile spostare lo sguardo. Doveroso non chiudere gli occhi. Perché il bullismo riguarda tutti, non solo le vittime. Riguarda la società, la scuola, i genitori. Riguarda i bulli. E riguarda i ragazzi che assistono ogni giorno agli atti di bullismo e cyber bullismo.

Ma quali sono i dati esatti? Difficile dirlo, ma da un recente studio dell’Osservatorio Indifesa escono numeri davvero paurosi. La fotografia è allarmante: più di 4 ragazzi su 10 hanno subìto atti di bullismo. E le brutte notizie non finiscono qua.

È doveroso dunque diffondere questi dati e queste infografiche, perché parlarne è il primo passo per debellare questo fenomeno sconcertante e pericoloso. Il secondo? Agire.

4 ragazzi su 10 hanno subìto atti di bullismo, i dati allarmanti dell’Osservatorio Indifesa: un recente studio mostra come il bullismo, purtroppo, sia una realtà estremamente presente nelle scuole

Il 7 febbraio ricorre la Giornata Nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo, nonché il Safer Internet Day. Per l’occasione, Terre des Hommes e Scuola Zoo stanno diffondendo i dati raccolti dal loro Osservatorio Indifesa, che ha chiesto le opinioni a più di 8000 ragazzi italiani delle scuole superiori su violenza, discriminazioni e stereotipi di genere, bullismo, cyberbullismo e sexting. Questi dati sono preoccupanti, e mostrano come purtroppo il bullismo e il cyberbullismo siano i fenomeni più temuti e presenti tra gli adolescenti, dopo la violenza sessuale e le droghe.

Il dato che più balza all’occhio è quello del bullismo subìto, perché se pensiamo che il bullismo non riguardi i nostri figli (dal punto di vista delle vittime e dei carnefici), ci sbagliamo. Più di 4 ragazzi su 10 hanno subito angherie da parte di ragazzi più o meno della loro età. 6 su 10 hanno assistito a fenomeni di violenza online o offline. Il cyberbullismo è temuto dal 40% dei ragazzi. E 1 ragazzo su 10 dichiara di essere stato “bullo”.

Le più prese di mira in rete sono le ragazze (il 12,4% delle giovani ammette di esserne state vittima, contro il 10,4% dei ragazzi), con commenti a sfondo sessuale (subìti dal 32% delle intervistate) e questo dimostra come le differenze di genere e il sessismo siano purtroppo fenomeni già presenti tra i giovanissimi. Ma i più colpiti fisicamente sono i maschi.

“Chi vive queste esperienze sviluppa sentimenti di vergogna, ansia e malessere - anche fisico - e le conseguenze, come la bassa autostima, si possono protrarre fino all'età adulta se l'adolescente non viene correttamente aiutato a superare il trauma”: a farlo sapere è proprio l’Osservatorio Indifesa, che non ha raccolto le testimonianze solo delle vittime, ma anche dei carnefici. Al questionario hanno infatti risposto tutti, e 1 ragazzo su 10 ha ammesso di avere compiuto atti di bullismo. Nel caso delle ragazze, 1 su 20.

"La violenza tra pari, online e offline, è una realtà con cui i nostri ragazzi e ragazze devono fare i conti. Realmente subìta, o soltanto percepita, entra nelle loro vite, probabilmente li agita e li condiziona e lascia dei segni sulla loro personalità”, dichiara Paolo Ferrara, Direttore di Terre des Hommes. "È una violenza fatta di contatto fisico, ma ancora più spesso è un attacco alle proprie insicurezze, a quella identità che va formandosi, in modo sempre più marcato, proprio negli anni dell'adolescenza. Questo ci dice l'Osservatorio indifesa, diventato ormai un punto di riferimento unico, per contenuti e numero di ragazzi coinvolti, nel panorama italiano. Un luogo di ascolto fondamentale che ha permesso a Terre des Hommes e ai suoi partner di costruire percorsi di partecipazione giovanile sempre più innovativi e coinvolgenti, quali il Network indifesa o il ProteggiMI Tour”.

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Oltre a queste infografiche, Terre des Hommes presenta anche il video @pri gli Occhi# del regista Stefano Girardi (visibile in fondo all'articolo), realizzato dalla casa di produzione Moovie On. Il corto parla dei due diversi tipi di carnefici, o “bulli”, ovvero quelli che fisicamente fanno del male agli altri e quelli che osservano girandosi dall’altra parte, o addirittura ridono, mostrando ai ragazzi come nel caso del cyberbullismo questo sia ancora più accentuato e quanto i bulli indiretti siano quasi i più pericolosi.

Ormai è una legge: i dispositivi anti-abbandono per i seggiolini sono obbligatori. E in un mare di prodotti, quale scegliere? Semplicità e sicurezza devono essere caratteristiche imprescindibili, ed è per questo che iSave è un dispositivo anti-abbandono consigliatissimo.

A norma di legge, Made in Italy e con connessione via cavo (molto sicura!), iSave è pensato per la sicurezza dei nostri bambini, finalmente protetti dalla “Legge Salva Bebè” o “Legge Anti Abbandono”.

iSave, il dispositivo antiabbandono semplice e sicuro: con iSave i nostri bambini sono protetti contro l’abbandono in automobile

Purtroppo, abbandonare i propri bambini in automobile non è impossibile. Può capitare a tutti, a causa dello stress, della stanchezza, delle distrazioni… E anche se in molti vogliono chiudere le orecchie, la sicurezza non è mai troppa. Ecco perché un dispositivo anti-abbandono, piccolo e sicuro, non invasivo e per niente ingombrante, è la soluzione.

Il dispositivo di cui vi parliamo oggi si chiama iSave, è ideato e fabbricato in Italia ed è piccolo, sicuro e semplicissimo da utilizzare. Si tratta di un device stand-alone, ovvero applicabile su tutti i seggiolini e su tutti gli ovetti auto, composto da una centralina, da un cuscino con sensore di pressione (che rileva la presenza del bambino) e un cavo di controllo che si alimenta attraverso la presa 12V dell’auto.

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Rispetto agli altri dispositivi anti abbandono in commercio, iSave è molto più comodo per due motivi principali: è l’unico stand-alone, ovvero “indipendente” da altri dispositivi, e inoltre non si collega tramite Bluetooth al cellulare o allo smartphone (con l’obbligo, quindi, di scaricare le applicazioni e di avere sempre a portata di mano il cellulare per utilizzarlo), ma si attiva automaticamente con un allarme sonoro e invia, in caso di emergenza, un sms a 3/5 numeri di telefono (cellulari e fissi), con le coordinate in cui si trova l’automobile e con la temperatura dell’abitacolo (<7° e >37°). 
Inoltre funziona, al contrario degli altri dispositivo, anche nel caso in cui la vettura a motore spento continuasse ad alimentare l’accendisigari.

Come si utilizza? È molto semplice. Si prende il cuscino e lo si posiziona sotto la seduta del bambino nel seggiolino, dopodiché si posiziona la centralina iSave (il device vero e proprio) sotto al sedile del passeggero o del guidatore o nel baule (dipende da dove è presente la presa 12V). Infine, basta collegare l’alimentazione, collegando il cavo alla presa dell’accendisigari.

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Una volta installata una SIM all’interno di iSave, il device permetterà di inviare un SMS al numero dell’utenza per registrare i numeri che verranno contattati in caso di emergenza (da tre a cinque contatti).

Una volta installato, iSave ci permetterà di non avere più pensieri. Una volta che il bimbo sarà legato nel seggiolino, all’accensione dell’automobile il device si accenderà con un piccolo segnale acustico. A veicolo fermo e spento, la modalità allarme si attiverà. In quel caso, se il dispositivo rileverà la presenza del bambino nel seggiolino, prima con un allarme immediato allo spegnimento del motore dell’auto, poi con l’SMS ai contatti in cui riporterà anche le coordinate GPS, la temperatura interna del veicolo e lo stato della batteria (che, in caso di allarme, ha una autonomia fino a 9 ore). A quel punto, trascorsi 5minuti, iSave chiamerà uno ad uno i contatti, permettendo loro di ascoltare l’audio di ciò che sta accadendo all’interno del veicolo fermo grazie al microfono incorporato.

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Questo allarme (che potrà essere sentito anche nei pressi dell’automobile, dal momento che continuerà a suonare a 95 db) continuerà ad essere attivato ciclicamente, fino a che il bambino non verrà tolto dal seggiolino.

Per chi ha più bimbi, iSave è il device antiabbandono più consigliato: permette infatti di aggiungere per ogni device sino a 3 cuscini per 3 bambini in una vettura, evitando di comprare più dispositivi e, quindi, risparmiando. E si può collegare anche al trasportino dei nostri animali domestici!

Insomma, un dispositivo sicurissimo, tecnologico, semplice e affidabile, che può davvero salvare la vita di un bambino. Per tutte le novità e le informazioni potete seguire iSave anche sulla pagina Facebook, acquistando il device direttamente online, su Amazon.

 

Cecilia

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