I pericoli dell'insegnamento precoce

Ogni età ha la sua peculiarità, e questo lo sappiamo. Un bambino di un anno comincia a camminare, mentre a quattro corre. Un bimbo di tre anni inonda casa di “perché” e non sa stare fermo, mentre a sei anni comincia a capire di doversi concentrare, stare fermo e ascoltare. Un bambino di due anni non saprebbe mai fare una moltiplicazione, mentre a otto è normale. E allora perché sembra che le aspettative nei loro confronti siano sempre più alte?

Ciò che intendiamo dire è che pare che ormai la società ponga sulle spalle dei nostri bambini dei macigni. I nostri figli devono imparare in fretta a camminare (altrimenti sembra che “stiano rimanendo indietro”), devono cominciare a imparare l’alfabeto a quattro anni (“così arrivano più preparati a scuola!), devono imparare a parlare il prima possibile (per non sembrare “stupidi”). Ma non stiamo forse dimenticando che sono bambini? Che c’è un’età per ogni cosa? E che soprattutto ogni bambino ha i suoi tempi senza che noi li incalziamo?

Questa tendenza si manifesta soprattutto in un ambito, che è quello scolastico. Sono infatti moltissimi, da qualche anno, i genitori che decidono di mandare i bimbi in prima elementare un anno prima del consueto. Una ricerca di Harvard, tuttavia, mostra come questa decisione possa rivelarsi controproducente, se non addirittura pericolosa. Vediamo perché.

I pericoli dell'insegnamento precoce: i bambini hanno i loro tempi e iscriverli alle elementari un anno prima potrebbe essere controproducente

Si dice “fare la primina”. Ovvero: iniziare le scuole elementari un anno prima rispetto al consueto. Quindi, a cinque anni. Questa tendenza è ormai consuetudine (anche se non è la regola), ma ciò non vuol dire che sia efficace o benefica, o che, in ogni caso, sia la migliore scelta che possiamo fare.

Ogni bambino, naturalmente, è a sé, ma tendenzialmente far fare la primina significa non seguire lo sviluppo naturale di nostro figlio. Così come lo spingerli a imparare a leggere già dalla scuola materna (come sta accadendo sempre di più). Perché? Perché in realtà pare che questa scelta rischi di nuocere, invece che aiutare i bambini.

Nello studio “Leggere all’asilo: poco da guadagnare, molto da perdere” la professoressa Nancy Carlsson Paige spiega come i bambini che ricevono insegnamenti non in linea con il loro sviluppo del momento possa essere pericoloso. In primis perché, facendo più fatica (non essendo per loro arrivato il naturale momento per leggere, ad esempio), si sentono inadeguati e provano così stress, confusione e ansia.

Ma non è colpa dei bambini. Non sono loro ad essere indietro. Sono le nostre aspettative ad essere irrealistiche e irrispettose nei loro confronti. No, se un bambino a cinque anni non sa (e non riesce a) leggere, non è colpa sua. Lui è un bambino, e come tale ha i suoi tempi. Imponendo, quindi, un insegnamento troppo precoce, instilliamo nei bambini prima di tutto il senso di inadeguatezza, e in secondo luogo non diamo loro gli strumenti giusti per imparare.

Un altro rischio, poi, è quello relativo ai disturbi dell’attenzione, ed è direttamente collegato con questo discorso degli strumenti per imparare (che dovrebbero essere commisurati in base all’età e allo sviluppo). Come dicevamo, i bambini piccoli non starebbero mai fermi. Iniziano a tranquillizzarsi verso i 6-7 anni. Mandandoli quindi a scuola prima, impediamo loro di sfogarsi fisicamente come natura vorrebbe. E questo porta quasi inevitabilmente allo sviluppo dei disturbi dell’attenzione, poiché un bambino di 5 anni costretto a stare ore e ore su una sedia non può stare bene. È naturale, no?

Uno studio di Harvard ha svelato proprio questa correlazione: nell’articolo “La differenza che può fare un anno” i ricercatori spiegano come abbiano notato la correlazione tra l’inizio anticipato della scuola elementare e le diagnosi di ADHD. Ovvero: nelle singole classi, i bambini più piccoli d’età hanno maggiore probabilità di sviluppare un disturbo dell’attenzione, e i bimbi che cominciano la scuola ad un’età minore hanno il 30% di probabilità in più di sviluppare questi disturbi rispetto a chi la comincia normalmente a 6 anni.

Il problema, tuttavia, è anche un altro. Spesso a questi bambini vengono diagnosticati i disturbi dell’attenzione in età davvero piccola, intorno ai 5-6-7 anni. E se ci pensiamo è proprio il periodo nel quale cominciano la scuola. È normale che un bambino di 5 anni faccia più fatica a stare composto e attento in classe rispetto ad uno di 7 anni. Ma tutto questo si trasforma poi in un circolo vizioso, dal quale il bimbo faticherà ad uscire poiché sprovvisto degli strumenti necessari (quelli che dovrebbe utilizzare in relazione alla sua età, quelli che non ha proprio perché sta in una classe di bimbi più grandi che hanno altri bisogni).

In altre parole: ciò che dobbiamo sempre seguire è lo sviluppo naturale di nostro figlio. Questo non significa negargli un insegnamento perché “non è il momento”. Se un bambino esprime realmente, a parole e con i fatti, il desiderio di imparare a leggere a quattro anni, allora è giusto assecondarlo. Non è giusto, invece, quando siamo noi ad imporlo.

Lo stesso discorso vale per la scuola. Pensiamoci davvero fino in fondo, prima di fargli cominciare le elementari un anno prima: è il momento giusto per il nostro bimbo? Magari sì, e allora male non fa. Ma se ci fosse anche solo un minimo dubbio, allora sarebbe giusto seguire quella vocina che ci dice che, beh, forse non è ancora arrivato il momento.

Giulia Mandrino

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