Crescere figlie gentili è più semplice di quel crediamo

Oggi parliamo di figlie femmine. Perché? Perché ci siamo rese conto che uno degli stereotipi più diffusi, anche tra i media d’intrattenimento, è quello della ragazzina stronza e bulletta. Un esempio su tutti? Il film “Mean Girls”, che ci ha fatto sorridere e per molte di noi è un cult (anche noi lo amiamo!); e che, per quanto simpatico, nasconde effettivamente qualche nota reale che non ci piace proprio.

Sono molti, insomma, i film e le serie tv che portano sullo schermo il cliché della ragazzina cattivella e insolente, preadolescente o adolescente, e anche se alla fine i messaggi nella finzione sono sempre positivi (fortunatamente sono la bontà e la gentilezza a vincere quasi sempre), qualche vena di verità c’è: il bullismo a scuola sembra dilagare, cyber o reale, e in effetti l’adolescenza è un periodo delicato, nel quale le nostre figlie, quando insicure o non abituate alla gentilezza, rischiano di scivolare prendendo una discesa difficile da risalire. Quella della cattiveria e della non empatia.

Crescere figlie gentili è più semplice di quanto crediamo: iniziamo fin da subito a insegnare empatia, gratitudine e gentilezza, per far sì che non diventino le bullette cattivelle che tutti temiamo


Durante le scuole medie e superiori le insidie in questo senso sono dietro l’angolo: molti di noi durante l’adolescenza hanno subìto episodi di violenza (più o meno forti, più o meno importanti, più o meno ripetuti). Bastava avere qualche brufolo in più, qualche chilo in più o qualche vestito alla moda in meno, no? È ancora così. Il bullismo purtroppo non sembra diminuire, ma, anzi, con i social e i mezzi di comunicazione che i ragazzi si ritrovano è ancor più semplice oggi nascondersi continuando a fare del male.

E il bullismo non è solo una prerogativa dei maschi. Per niente. Tra di noi c’è chi ricorda ancora la pressione psicologica buttata addosso da quella ragazzina alla moda che tutti seguivano, che ti metteva tutti contro se quel giorno non le andavi a genio e che dopo averti puntato il dito contro, ridendo, ti faceva vergognare davanti a tutta la scuola. Il bullismo purtroppo non ha sesso. E quest’età è pericolosa, perché se le nostre figlie non si sono fatte una corazza abbastanza forte rischiano non solo di soccombere davanti alle azioni malvagie, ma soprattutto rischiano di trovarsi dall’altra parte del dito, quello accusatore, per nascondere la propria insicurezza e diventando così loro stesse delle bullette (anche perché, lo dicono molti psicologi, il bullismo deriva dalla sofferenza: solitamente i bulli sono stati per primi bullizzati, anche a casa).

Gli strumenti per scegliere la strada giusta, quella della gentilezza e della consapevolezza di cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, non dobbiamo però fornirglieli il primo giorno delle medie. Dobbiamo iniziare molto prima, sin dai primi anni di vita (se non giorni). Perché la gentilezza è qualcosa che si vive, e che non si insegna solo.

Attraverso l’esempio e l’esperienza, dunque, dobbiamo prima di tutto insegnare l’inclusione. L’inclusione sociale, certo, ma anche quella emotiva. L’inclusione emotiva la si pratica abbracciando tutte le nostre emozioni, anche quelle negative, vivendole e non reprimendole. L’inclusione sociale, invece, la si vive cercando di entrare in empatia con tutti. Prima di tutto, quindi, con i nostri figli.

Se noi ascoltiamo i nostri figli, davvero e fino in fondo, allora loro per primi sapranno esprimersi. Ma soprattutto sapranno ascoltare gli altri, perché vedranno noi che prima di tutto siamo ascoltatori.

Cerchiamo di esprimere sempre ciò che proviamo, sia quando siamo felici sia quando siamo tristi o arrabbiati. In questo modo lo faranno anche i nostri bambini, con il tempo, e impareranno a riconoscere le emozioni e le situazioni.

Soprattutto, poi, pratichiamo sempre la gentilezza e la gratitudine. La gentilezza non significa solo essere educati (il “grazie” e il “per favore” sono solo la base), ma significa esserci davvero per l’altro, supportando e aiutando. E la gratitudine vuol dire cercare sempre di trovare il positivo della vita, esprimendo a parole e a gesti ciò che ci rende felici.

Quando le emozioni sono lì, davanti agli occhi di tutti, noi e i nostri figli diventiamo più consapevoli. Consapevoli delle cose belle, ma soprattutto consapevoli delle cose brutte, di ciò che ci fa soffrire e di ciò che fa soffrire gli altri. Crescendo, quindi, i nostri bambini sapranno riconoscere ciò che ferisce gli altri, e in qualche modo sentiranno il bisogno di arginare tutto ciò, di aiutare, o almeno di non infierire. Perché sanno riconoscere quando qualcosa fa male, perché sanno cosa ferisce loro stessi.

Quando le nostre bambine ci diranno cosa non va, o quando ci faranno sapere che qualche bambino le sta trattando male, non andiamo in panico. Non arrabbiamoci. Non facciamo sentire la paura. Cerchiamo solo di fare esprimere loro ciò che sentono, cercando una soluzione insieme. È così che regaliamo loro la forza che servirà loro nella vita. Non risolvendo per loro le cose, ma facendo sì che usino la loro voce per parlare forte e chiaro.

Insegnando anche il girl power, quando necessario. Perché non possiamo nasconderci, il maschilismo esiste ancora e il bullismo lo riceveranno anche in quel senso, a scuola e sul lavoro da adulte. Ma la consapevolezza aiuta anche in questo senso!

Questa è la forza. Questa è l’empatia. Ed è questa che aiuterà a rendere gentili, inclusive e non cattive le nostre bambine.

Giulia Mandrino

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