“Io non sono nero, e tu non sei bianco”: il bellissimo video di Pince EA per combattere il razzismo

Il video è di circa un anno fa, ma le parole di questo artista americano sono così attuali e colpiscono così profondamente al cuore che è bene riascoltarle sempre. Ogni giorno. “I am not black, you are not white” è semplicissimo: con poche parole, lette da Prince EA e lette da una schiera di persone normali, è possibile smontare il razzismo, ma soprattutto le barriere create dalle etichette imposte dalla società.

“Io non sono nero, e tu non sei bianco”: il bellissimo video di Pince EA per combattere il razzismo parlando al cuore con semplici parole

Prince EA, al secolo Richard Williams, è un rapper americano, noto anche per le sue opere d’arte a parole e per i suoi video musicali. Viene da Saint Louis, in Missouri, una delle più multietniche città del mondo, e probabilmente ha provato sulla sua pelle il razzismo di certe ignoranti persone. 

Nel suo canale YouTube posta un sacco di video, un po’ musicali, un po’ personali, un po’ per fare ridere la gente, un po’ per mostrare la sua musica e un po’ per fare riflettere. Tra questi ultimi spicca “I am NOT black, you are NOT white”.

A narrare è la sua voce, ma a partecipare al video sono una miriade di persone: donne, uomini, bambini, asiatici, messicani, bianchi, neri, famiglie, single, coppie… Ma non è questo a distinguerli. Come vorrebbe EA, nessuna etichetta: sono semplicemente esseri umani che condividono la semplice e bellissima idea di EA: sono le etichette a creare i conflitti, e sono i conflitti a generare le guerre. Quindi gettiamole via, e cerchiamo di vedere l’altro per quello che davvero è, e cioè semplicemente se stesso.

Ecco le magnifiche parole del video. E voi, cosa vi sentite essere?

“Io non sono nero. Voglio dire. E’ così che mi chiama il mondo, ma non sono io. Non sono uscito dall’utero di mia madre dicendo: “Hey, gente, ciao! Io sono… nero!”. No. Mi hanno detto di essere nero, e a te hanno detto di chiamarmi così. Nonostante ciò che pensi di te stesso, questa è un’etichetta. Vedete, sin dalla nascita il mondo ci forza ad etichettare, e noi le accettiamo, queste etichette, le digeriamo, non ne dubitiamo mai. Ma c’è un problema. Le etichette non sono te, e non sono me. Le etichette sono solo etichette. Ciò che noi siamo non è la nostra pelle. Vedete, quando guido la mia macchina, nessuno confonderebbe la mia macchina con me. E quando guido il mio corpo, perché mi confondono con il mio corpo? E’ il “mio corpo”, non “me”. Chiariamoci. I nostri corpi sono come macchine che guidiamo per spostarci. E la concessionaria che chiamiamo società ha deciso di chiamare la mente “accessorio nero”. Oppure “accessorio irlandese”, o “accessorio bianco”. E senza nemmeno un test di guida siamo stati forzati a guidare queste macchine per il resto della nostra vita”. Scusate ma non vedo logica né orgoglio nel sentire me stesso o nel giudicare un’altra persona per la macchina che guida. Perché ciò che siamo davvero è in realtà dentro di noi. 

Non sto qui a dirvi come la scienza abbia dimostrato che siamo tutti un mix, che le razze o le specie umane non esistano, o che il concetto di razza fu inventato nel quindicesimo secolo per dividere le persone. No, non sto qui a farvi una lezione. Voglio farvi solo una domanda. Chi saresti se il mondo non ti avesse etichettato? Se non ti avessero dato una casella da barrare. Saresti bianco, nero, messicano, nativo americano, asiatico, orientale, indiano? No. Saremmo uno, saremmo insieme, e non vivremmo più nell’errore di chiamare gli esseri umani “persone nere” o “persone bianche”. 

Queste etichette accecheranno tutti dal vedere chi sono veramente le persone, guardandole invece attraverso la lente del pregiudizio e del filtro di chi pensiamo esse siano. E quando tu lasci che un’etichetta artificiale dica chi sei, allora amico hai scelto di minimizzare te stesso, di dividerti dagli altri. Ed è innegabile che questa visione generi conflitto, e che il conflitto generi guerre. Ogni guerra è nata in seguito ad etichette, in seguito ad un “noi contro loro”. Ma la risposta alla guerra, al classismo, al razzismo, e ad ogni altro -ismo è così semplice che nessun politico c’è mai arrivato. Sono le etichette. Dobbiamo strapparle. 

Non è buffo che nessun bambino nasca razzista? Tutti i bambini piangono quando ne sentono un altro piangere, indipendentemente dal sesso, dalla cultura o dal colore, e questo è una prova di come nel profondo noi siamo fatti per curarci dell’altro, per connetterci. E’ questa la nostra missione. Non è la mia opinione, è la verità. Per favore, ascoltatemi: le etichette distruggono la nostra visione, ed è per questo che la metà di chi guarderà questo video lo stopperà, o si sentirà in conflitto e proverà a resistere alle mie parole. Ma ricordate solo che è esattamente così che si sentiva il bruco prima di diventare una magnifica farfalla. Le etichette sono il nostro bozzolo, e dobbiamo romperle per ottenere le nostre ali. Gli esseri umani non sono stati fatti per essere classificati con etichette come al supermercato. Siamo fatti per essere liberi, e finché non rinunceremo a queste etichette e non smetteremo di vivremo in questa piccolezza, non lo saremo davvero, e non vedremo davvero chi siamo e chi sono gli altri realmente. Chi. Siamo. Davvero.”

Sara Polotti

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