Sì, le mestruazioni sono ancora un tabù, ed è assurdo

Tabù: “In etnologia e in storia delle religioni, interdizione o divieto sacrale di avere contatto con determinate persone, di frequentare certi luoghi, di cibarsi di alcuni alimenti, di pronunciare determinate parole, e sim., imposti per motivi di rispetto, per ragioni rituali, igieniche, di decenza o per altri motivi”. Così si legge sul vocabolario Treccani. E basta applicare questo concetto alle mestruazioni per vedere che calza a pennello: del ciclo mestruale non si parla, non lo si nomina senza sentirsi provocatori, non si spiega apertamente cosa sia se non in un contesto rigido di educazione sessuale.

Ma perché dobbiamo continuare a vivere in equilibrio su un filo inutile? Perché non possiamo parlare tranquillamente, apertamente e senza vergogna di una condizione naturale, sana e (per quanto fastidiosa) necessaria che vive il 50% della popolazione mondiale?

Sì, le mestruazioni sono ancora un tabù, ed è assurdo: per cambiare rotta servono sicurezza, nuove terminologie e la sfrontatezza di non avere vergogna di parlare di qualcosa che vergognoso non è

Le mestruazioni sono un tabù da sempre. Già dal vocabolario: le mie cose, il barone rosso, le rosse, i parenti dall’America… Per non parlare delle assurde credenze che circolano attorno alle donne con il mestruo: la maionese che non monta, le piante che, se toccate, muoiono. O anche solo il non poter fare sesso o il non poter rimanere incinte durante le mestruazioni (entrambi falsissimi miti). Questa percezione di certo arriva da secoli e secoli di religioni (quelle monoteiste) che hanno sempre marchiato le donne mestruate e da credenze popolari radicate e assurde.

Nell’Antico Testamento si parla del sangue mestruale come capace di deteriorare i cibi e di sterilizzare i campi; Plinio il Vecchio addirittura proponeva di portare una donna mestruata nei campi per eliminare i parassiti. E sono molte le culture che tenevano le donne segregate in casa durante le mestruazioni.

Addirittura, nei libri di medicina su cui i dottori studiavano fino al secolo scorso si leggeva che le mestruazioni servivano per eliminare le sostanze tossiche accumulate nel corpo femminile, le menotossine, e fino a sessant’anni fa la legge italiana impediva alle donne di avere accesso alla magistratura perché “fisiologicamente tra un uomo e una donna ci sono differenze nella funzione intellettuale, e questo specie in determinati periodi della vita femminile”.

Perché quindi chiamarle fiori, zii, rosse e compagnia bella? Il primo passo per togliere il marchio a qualcosa che di marchio non ha bisogno è chiamarlo con il proprio nome (proprio come insegnano J.K.Rowling ed Hermione Granger: “La paura di un nome non fa altro che incrementare la paura della cosa stessa”). D’ora in poi, quindi, chiamiamole con il loro nome: mestruazioni. Ciclo mestruale. E impegniamoci a farlo con le nostre figlie sin dal momento in cui compare il menarca.

Perché dobbiamo fare attenzione e ragionare: probabilmente ci sentiamo avanti, femministe, all’avanguardia, al passo con i tempi. Ma quando diciamo “mestruo” sentiamo ancora una vocina in fondo alla testa che ridacchia, che ci dice che stiamo dicendo qualcosa di proibito e provocatorio, e la nostra voce, inconsciamente, s’abbassa impercettibilmente. Eppure siamo tranquille, no? No. Perché la società ci ha portato a provare vergogna di qualcosa che di vergognoso non ha assolutamente nulla.

È naturale: per 2.400 giorni circa in una vita una donna sanguina dalla vagina. In età fertile, ogni 28 giorni, per quattro o cinque giorni, a una donna arrivano le mestruazioni. È naturale e necessario: sono gli ormoni che regolano la produzione delle cellule uovo ed è l’endometrio che, pronto per accogliere il feto, non trovandolo si sfalda. Punto. Tutti lo sappiamo, perché tutti abbiamo fatto educazione sessuale. E allora perché pare sempre qualcosa di cui ridere, vergognarsi o nascondersi?

Eppure i segnali di una “ripresa” ci sono. È di questi giorni la notizia degli assorbenti gratuiti in Scozia per tutte le studentesse, dalle scuole medie all’università; non molto tempo fa qualche parlamentare italiano aveva proposto una legge per eliminare l’IVA dagli assorbenti (nominata, in maniera ridicola, sminuente e irrispettosa, Tampon Tax, come se fosse qualcosa di irrisorio o inutile: ma ci pensate a quanto una donna spende in una vita tra assorbenti e tamponi?); e poi si vedono sempre più spesso mariti e fidanzati al super davanti al reparto assorbenti. Magari al telefono che chiedono “di che colore mi hai detto?”. Ma, in ogni caso, chapeau.

Giulia Mandrino

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