Mio fratello si chiama Jessica: il libro per ragazzi per conoscere la transessualità

Jason non diventa Jessica. Jason è sempre stata Jessica.

Parlare della transessualità è quantomai necessario ed è giusto rispondere alle domande dei bambini e delle bambine fin da quando sono piccoli. Con una doppia valenza: prima di tutto, in questo modo si rende meno pauroso un argomento ancora (senza buoni motivi) tabù, puntando sulla conoscenza; in secondo luogo, tutti i ragazzine e ragazzine transgender possono trovare nel mondo un alleato, con piccoli strumenti di comprensione che possono rendere l’accettazione di sé più armoniosa e meno difficoltosa.

Mio fratello si chiama Jessica è quindi un romanzo davvero molto importante. Forte — per alcune persone — ma necessario.

I libri e i romanzi sono sempre una fonte di conoscenza e di empatia e permettono di conoscere il mondo mettendosi nei panni di qualcun altro, insegnando così l’importanza del rispetto. Non solo: leggere molti libri porta ad avere la tendenza ad informarsi e ad ascoltare gli altri, senza mai dare per scontato il proprio punto di vista e considerando sempre che dall’altra parte c’è una persona con sentimenti e pensieri, e non un concetto. Mettersi in discussione è infatti la base di una società rispettosa, varia e serena.

John Boyde, autore de Il bambino con il pigiama a righe, ha scritto Mio fratello si chiama Jessica (Rizzoli) perché gli interessava raccontare le difficoltà di un ragazzo alle prese con questioni di genere e sessualità “vissute non in prima persona, ma attraverso l’esperienza di una persona amata”, come si legge in quarta di copertina. Un po’ ciò che intendevo, quindi: imparare ad ascoltare è un atto d’amore verso chi ci sta accanto e verso il mondo.

Il romanzo è la storia di Sam e della sua famiglia della borghesia inglese, che si trova a dover affrontare la transizione della sorella. Jessica, infatti, fino a poco tempo prima era Jason, il ragazzo più bravo a calcio della scuola, quello la cui fidanzatina era la più ambita dagli studenti. Il libro accompagna quindi il lettore e la lettrice nel percorso di consapevolezza di Jessica, osservata da Sam. Che fatica ad accettare la cosa. Così come i genitori.

La non accettazione è uno dei problemi attorno alla transessualità: sono molti i ragazze e le ragazze transgender non accettati dalle famiglie. È quindi normale e giusto portare il punto di vista della diffidenza, che si trasforma in conoscenza grazie all’ascolto e alla curiosità.

Nel libro sono presenti tanti piccoli dettagli inclusivi che fanno la differenza e che non riguardano solo l’argomento della transessualità, perché normalizzano situazioni ancora ritenute eccezionali. Il papà che ha in carico la cura della casa e dei figli, ad esempio; la madre con una carriera politica… Il tutto senza stereotipi. Anche la mamma e il papà non sono figure positive o negative al 100%, e a volte certe frasi fanno innervosire moltissimo chi legge (ma anche questo sanno fare i libri ben scritti!).

E se anche ci sono alcuni difetti per quanto riguarda il modo in cui viene affrontato il tema della transessualità, questi sono un po’ inevitabili. Sam parla spesso della sorella al maschile, in maniera naturale, quando dovrebbe parlarne al femminile (ma è normale: Sam è un ragazzino che sta scoprendo la transessualità della sorella piano piano, imparando di conseguenza le parole e i gesti adatti); si fa spesso riferimento al deadname, ovvero al “nome di prima”, ma anche in questo caso è la storia che porta a farlo.

In altre parole, gli errori che potrebbero esserci nel testo possono essere giustificati e accettati: si tratta di un approccio all’argomento delicato e pensato proprio per arrivare ai ragazzini e alle ragazzine senza rischiare di essere saccenti o pesanti.

Un libro necessario, potente e coinvolgente, che tutti dovremmo avere in libreria. Non solo in quella dei ragazzi.

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Cecilia

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