Dare il cognome della madre ai figli e alle figlie: come funziona in Italia?

Se ci pensiamo, dare il cognome del padre ai propri figli e alle proprie figlie perché così si fa non ha senso. Anzi, un senso ce l’ha, ma è un senso esclusivamente patriarcale. Una consuetudine maschilista (perché così è, e non possiamo negarlo!) che andrebbe superata e guardata per quello che è: sessismo. Disparità di genere. E a dirlo non siamo noi, ma la Consulta e la Corte Costituzionale.

Anche se una vera legge non c’è, le recenti dichiarazioni delle istituzioni fanno ben sperare. Perché, vien da chiedersi, per quale motivo una famiglia non potrebbe decidere diversamente? Perché non si può dare il solo cognome della madre anche quando il padre riconosce i figli e le figlie?

La risposta è semplice, per quanto sbagliata. Perché il cognome del padre è ritenuto superiore. Perché il cognome paterno pesa di più. È giusto? Secondo noi (e secondo gli organi che ci rappresentano) no.

Il doppio cognome

In Italia, in realtà, il cognome della madre ai figli e alle figlie può essere dato (grazie ad una sentenza della Corte Costituzionale di qualche anno fa). Ma solo in alcuni casi: quando il padre non riconosce i figli o le figlie, quando non è presente nella situazione familiare o quando diamo il doppio cognome. In quest’ultimo caso, tuttavia, il cognome materno è sempre inserito come secondo. Il primo, insomma, quello di default è sempre quello paterno.

Così come nel caso del cognome unico. Quando si tratta di figli e figlie riconosciuti, il cognome che viene attribuito è quello patronimico, ovvero quello della famiglia paterna.

A dirlo non è una legge specifica, ma una serie di consuetudini attuate in seguito alla lettura e all’interpretazione di alcune disposizioni legislative del codice civile. Come spiegano da diritto.it: “Il Codice civile (art. 262 c.c.) sul cognome del figlio nato fuori del matrimonio, dice che assume il cognome del genitore che per primo lo ha riconosciuto. Se il riconoscimento viene effettuato nello stesso istante da entrambi i genitori il figlio assume il cognome del padre. Da un lato sociale, il cognome è la parte del nome che indica quale sia la famiglia di appartenenza. Siccome la maternità è sempre sicura, l’attribuzione del cognome paterno rappresenta il riconoscimento formale della paternità. Secondo la legge, siccome per i figli nati in costanza di matrimonio c’è la presunzione di paternità a favore del marito della madre, il bambino nato da coppia sposata porterà il cognome del padre”.

Anche nel caso del doppio cognome c’è sessismo

A ben vedere, il sessismo è presente anche nella possibilità di dare il doppio cognome (così com’è prevista oggi dalla legge italiana). I genitori, infatti, possono aggiungere il cognome della madre solo dopo quello del padre, e solo con una dichiarazione scritta del padre che deve dirsi d’accordo. Deve, insomma, “dare il permesso”.

La legge sul cognome non è più legittima

La questione, che è già stata discussa più volte, è tornata alla luce recentemente quando una coppia di Bolzano ha chiesto di poter dare al figlio solo il cognome della madre. Per legge, questo non è possibile. Ma i giudici del Tribunale di Bolzano hanno ripreso in mano una sentenza del 2016 in cui si erano già espressi a questo proposito, sottolineando nuovamente come l’articolo 262 (quello che regola l’assegnazione del cognome ai figli, intendendo quello paterno come regola primaria) sia “retaggio di una concezione patriarcale della famiglia” di “una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna”. Addirittura, la Consulta dubita della legittimità di tale legge riguardo al patronimico, sollevando questioni di parità, dignità ed equilibrio.

La legge, in altre parole, contiene disparità e squilibri, in quanto ritiene di regola il cognome maritale come quello più importante.

Anche la ministra alle Pari Opportunità Elena Bonetti è d’accordo: “Penso sia venuto il momento che il legislatore si faccia pienamente carico e porti a compimento il percorso necessario sul tema del cognome materno, e quindi della possibilità della scelta di consegnare alla storia in qualche modo il nome delle donne”. In una recente dichiarazione ha continuato: “A febbraio la Corte Costituzionale aveva sottolineato come ormai il cognome del padre fosse un retaggio patriarcale”. Non solo: la ministra ha ricordato come siano stati già effettivamente depositati alcuni DDL (Disegni di Legge) su questo tema, DDL che si impegnerà a sostenere, accelerandone anche la discussione in Parlamento.

Un piccolo passo, che fa sperare in una direzione davvero paritaria. Che non tenga in conto i desideri e i bisogni delle sole coppie eterosessuali, ma anche di tutte le famiglie arcobaleno i cui figli e figlie, mamme e papà, putroppo, non si vedono riconosciuti gli stessi diritti di tutte le altre famiglie. A partire dal cognome e dal riconoscimento della genitorialità.

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Cecilia

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