Un settembre da dimenticare

Il primo di settembre riesco a legare la nena sul passeggino dopo il consueto round di wrestling (ma i terrible two cominciano all’anno e mezzo?) e sfrecciamo fino all’asilo nido che abbiamo accuratamente selezionato per la nostra erede. Uno privato, perché a giugno nel pubblico ci hanno rimbalzato.

Lei giá conosce il posto per esserci stata a luglio con noi a giocare un paio di pomeriggi e quando arriviamo saltella e non si lascia per niente intimorire da alcuni bimbi che stanno piangendo. Dopo averne accarezzato uno, e dato una pacca sulla spalla al’altra, si fionda sulle bambole che stipano le mensoline della classe ed io sparisco dalla sua mente. E cosí pure i 3 giorni successivi, quando comincio a lasciarla sola per un po’ e quando rientro la trovo tranquilla, indaffarata e senza nessuna intenzione di andarsene.

Sono un po’ perplessa, lo ammetto. Trascorro questi primi giorni in uno stato di bipolarismo totale: in alcuni momenti gongolo soddisfatta pensando che, cribbio, l’attachment parenting funziona! e che effettivamente ha reso la nena una bimba indipendente e sicura; il secondo dopo penso timorosa che é tutto troppo bello per essere vero. Ed infatti non lo é. Al cuarto giorno, mentre io putroppo volo lontano per lavoro, il papá mi racconta di pianti disperati giá davanti al portone dell’asilo. Nei video che la maestra manda al gruppo di whatsapp della classe dei coniglietti, la bimba che i giorni prima sfasciava sorridente la casetta di plastica del patio si é convertita in una nena dalla faccina spaurita, con gli occhi cerchiati dal pianto, che non fa che ripetere “mama, mami”.

Lo vedo in hotel a mezzanotte, a giornata lavorativa finalmente conclusa, e chiamo il mio compagno piangendo come un vitello perché ho davvero bisogno che mi rassicuri sul fatto stiamo facendo la cosa giusta. Non prima peró di aver maledetto le nuove tecnologie. Il giorno dopo stessa storia ed io sempre lontana. Sulla strada del rientro ricevo una chiamata dall’asilo nido pubblico: mi avvisano che si é liberato un posto. Se vogliamo, la nena puó iniziare lunedí. Siamo a giovedí e abbiamo giá fatto una settimana di inserimento nell’asilo pirvato.

Dicevamo della madre di Murphy...? Io e papá ci riserviamo il fine settimana per pensarci. Intanto la situazione peggiora e il venerdí la lascio disperata alla maestra mentre a me si spezza il cuore. Vedo peró il sole quando nel consueto video di fine mattina, la mia coniglietta sorride facendo il giro giro tondo catalano con gli altri bimbi. Che cominci ad assimilare la nuova situazione? Forse. Ed é a questo punto che arriviamo noi, i suoi genitori, a darle il colpo di grazia: da lunedí cominciamo l’asilo pubblico perché nel lungo periodo é senz’altro la decisione migliore. La struttura é meravigliosa, il patio enorme, con tante piante e l’orto; la classe e gli spazi comuni sono organizzati e pulitissimi e, con mia grande sorpresa e gaudio, le educatrici seguono il metodo Reggio Emilia. E, come se fosse poco, costa parecchio meno.

Queste sono le cose che mi ripeto come un mantra per non sentirmi una infame. Il bilancio dei nostri primi giorni nel nuovo asilo sembra preso direttamente da una di quelle liste che tanto piacciono alla rete: i possibili sintomi del malaessere da inserimento nell’infante. Non ci siamo fatti mancare niente:

• Inappetenza: la bimba conosciuta da tutti per la sua fame da camionista, adesso spizzica come un uccellino

• Sonno disturbato: benché il nome sia totalmente azzeccato e lasci poco spazio all’immaginazione, non sapevo esattamente cosa fossero in terrori notturni prima che arrivassero a casa nostra. Due notti di fila. Ad oggi posso affermare che adesso mi é chiarissimo e sono veramente spaventosi

• Attaccamento morboso: rifiuta categoricamente il passeggino e vuole solo stare in braccio a me. Dopo essermi giocata entrambi i gomiti e aver compromesso pure le spalle, ho ritirato fuori il marsupio che non usavo da quando ancora non camminava. Lei contentissima. Meno male che ne azzecco ancora qualcuna

• Regressione: mi si attacca al collo sconsolata perfino quando la lascio con la iaia, la stessa con cui ha passato gli 8 mesi prima del nido e che chiamava mamma (lasciamo stare che se ci ripenso piango)

• Irascibilitá e momenti di ribellione: ogni cambio del pannolino é accompagnato dal sibilo dei calci volanti che sfiorano la mia testa e lavarle le mani é diventato ormai come fare il bagno a un gatto

• Apatia: la vedo triste, spenta, senza voglia di niente Atterrita mi chiedo dove diamine sia finita la mia bimba caterpillar. In un momento di debolezza acuta, decido che é una buona idea buttare 35 euro per un taller online sull’ “adaptación escolar”, tenuto da una non meglio identificata esperta, che, solo dopo aver pagato, scopro essere semplicemente “una madre”, con tutto il rispetto per la nostra categoria.

La presentazione di 12 slide (inclusa la prima di benvenuto e l’ultima di ringraziamento) dove mi si dice che saluti sempre la nena prima di andarmene e che le dia un “abbraccio ricarica pile” al lasciarla, mi convince del fatto pure io posso organizzare un taller online sul tema e farci i soldi. Lo terró presente nei momenti bui. Sto cosí male che a chiunque mi chieda come va, non resisto e rispondo “insomma...siamo alle prese con l’asilo e la nena l’ha presa proprio male”. Sorvolo su come l’abbia presa io.

E ovviamente, puntuale arriva la signora che mi risponde: “Tu tranquilla che sono tutti degli attori nati. Tutti, eh! E che non ti veda tentennare, mi raccomando, se no sei a posto! Ti manipolerá e l’avrá vinta lei”. Le rispondo che non credo mia figlia finga dei terrori notturni. Quindi mi instilla il dubbio che la nena abbia vissuto un non meglio specificato trauma, ma che certo non sará per l’asilo. Mi mancava il trauma di origine sconosciuta. Grazie, signora megera. Decido di tacere: non sono vestita adeguatamente per una rissa da bar.

Benché non la lasciamo mai sola nel nuovo asilo, le prime due settimane finiscono cosí, in un mare di lacrime. Nel weekend, grazie a un po’ di sana autoanalisi e a una spintarella di papá, va un po’ meglio. E parlo di me. Capisco che con la nena cresceranno anche i problemi e che sará meglio che mi dia una svegliata. Perché se é pur vero che io non posso evitarle la sofferenza nella vita (non tutta, almeno), posso insegnarle la resilienza. Con questa consapevolezza nel cuore smetto di cercare consolazione da parte tutti gli sconosciuti che incontro per strada. É giá qualcosa.

Fortunatamente e sorprendemente la nena, dal canto suo, sembra essersene fatta piú o mneo una ragione. Dorme giá un po’ meglio (arriva a sera stravolta), ha ripreso a mangiare come un bove (buon sangue non mente), continua a voler stare solo in braccio (sia mai che la abbandoni al primo angolo di strada, che “questa mamma é impazzita”), ma almeno non é piú cosí apatica e triste come i giorni precedenti. La terza settimana quindi, rincuorati dai miglioramenti, cominciamo a provare a lasciarla sola.

Mentirei se dicessi che non le (ci) risulta difficile: quando le dico che me ne vado, mi si avvinghia al collo, la bocca le prende la forma a rettangolo di quando sta per piangere, e si dispera. Il primo giorno. Il secondo smetto di sentirla urlare prima ancora di uscire dall’asilo, distratta delle bolle di sapone e il venerdí praticamente smette di piangere mentre sono ancora lí davanti a lei. Evviva! Ce l’abbiamo fatta!? Ci possiamo considerare inserite? Non voglio una risposta, per favore.

Preferisco vivere in questa illusione almeno fino a lunedí. Per adesso mi godo questo momento di sollievo dopo settimane di angoscia e sono pronta a mangiarmi (e bermi) il weekend! Ma questa é un’altra storia...

Nicoletta

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