Cosa significa crescere figli indipendenti? La seconda puntata di #4mamme

 

Rieccoci con il nostro commento sul programma 4Mamme, in onda su Fox Life ogni mercoledì! Ieri è andata in onda la seconda puntata, e devo dirlo: per mio gusto personale è stata ancora più interessante della prima, perché ho riscontrato molti punti in comune con alcune mamme. 

Ma scopriamole una per una: 

Claudia è una mamma che si definisce indipendente. Ama trascorrere tempo con le figlie, ma si sente molto distante da quelle che lei definisce “mamme cozze”, mamme apprensive che passano la loro giornata tra effusioni con le bambine e risposte troppo pronte e svelte a tutte le loro richieste. Il suo obiettivo è creare figlie indipendenti e forti, in grado di cavarsela da sole, sicuramente non mammone. Di lei ho apprezzato molto il fatto di responsabilizzare le bambine, permettendo di partecipare alla quotidianità della casa

Silvia, la seconda mamma, è una madre e donna molto dolce, elegante, il cui percorso è piuttosto complesso. Queste vicessitudini l’hanno portata a diventare una mamma che punta molto alla comunicazione fisica con la sua bambina. È anche una mamma molto presente, e per questo motivo le loro giornate sono ricche di baci, abbracci e interazione. Mi sono sentita molto vicina a lei nel suo modo di coccolare la piccola e dimostrarle fisicamente il suo amore. 

Ester è la terza mamma che ha fatto parte alla seconda puntata ed è una mamma eco e friendly: molto attenta al concetto di sostenibilità ambientale, tiene molto ai suoi valori che cerca di comunicare alle sue bambine, in modo che li facciano loro a loro volta. È anche molto giocherellona e sportiva e ama mettersi in gioco (anche con le bimbe). Adoro i suoi valori e principi e il suo lato giocoso, che purtroppo mi rendo conto spesso mi manca. 

Miguelina è la mamma caraibica di 4mamme: originaria di Santo Domingo, è separata e ha un bimbo di nome Daniel. È molto positiva e sorridente, forse anche grazie al suo percorso tortuoso che l’ha portata a doversi ambientare nella fredda Milano dopo una vita passata ad un’altra latitudine. Con il suo bimbo Daniel è molto dolce, e gli trasmette energie positive e serenità. Ho amato il suo pic nic sul tappeto e la capacità di ascoltare il suo piccolo. 

In merito alla puntata di oggi vorrei soffermarmi su un concetto a me molto caro: quello di indipendenza. Cosa significa crescere figli indipendenti? 

Per indipendenza si intende “la capacità di sussistere e di operare in base a principi di assoluta autonomia”: essere indipendenti è un istinto naturale per l’adulto sano, come quello di respirare e mangiare. 

Quello a cui dobbiamo puntare è distinguere i bisogni di indipendenza del bambino e incoraggiarli, così come sostenere e accogliere le esigenze di contatto, le richieste di aiuto e i bisogni in generale. Il bambino nasce totalmente dipendente dalla mamma: non può sopravvivere senza di lei, senza il suo seno e ancora prima senza il cordone ombelicale nella sua pancia. È semplice per noi comprendere la loro “dipendenza” fisica, mentre non è altrettanto facile capire quella psicologica.

L’indipendenza infatti si acquisisce con gradualità, attraverso non anni, ma decenni. Forzare questa caratteristica nel bambino è fuorviante perché, come sempre quando parliamo di educazione, si rischia di saltare i passaggi fondamentali, quelle solide basi e quei pilastri che permettono di costruire la sua forza emotiva. Ed è proprio la solidità emotiva che gli consentirà di essere e di sentirsi così forte da potersi staccare dalla mamma. 

Paradossalmente storciamo un po’ il naso quando i nostri figli ci chiedono di fare le cose da soli, come versare l’acqua nel bicchiere: questo perché comporta un rischio a livello di tempo e di sforzi importante per noi, perché è molto probabile che il versi l’acqua per terra e a noi tocchi pulire. Comprensibilissimo.. Di nuovo però, paradossalmente, sono proprio questi i primi passi verso l’indipendenza, per costruire quella sicurezza che fa pensare loro: “anche senza la mamma qualcosa posso fare”. Non solo, a mio parere, dovremmo consentire ai nostri figli di fare cose da soli anche nei primi 3 anni di vita, ma dovremmo anche sostenerli e incoraggiarli in ciò. 

Vogliono vestirsi da soli? Incoraggiamoli, non importa se la maglia non si abbina ai pantaloni (chiaramente se proprio quel giorno abbiamo un incontro importante o un evento possiamo di certo consigliare loro qualcosa di più indicato; ma nella quotidianità passiamoci sopra). 

Questo perché è fondamentale stimolare il desiderio si essere indipendenti, e di legittimarlo. Una volta che mi sentirò sicuro di me sentirò di avere le capacità per allontanarmi e camminare da solo: questo sente il bambino. 

Altro invece è il bisogno di sapere che la mamma c’è: i bambini - e chiaramente ancora di più i neonati - hanno la necessità di sapere che la mamma e il papà ci sono, sempre e comunque, quando loro hanno bisogno. Questo paletto fondamentale per il loro benessere si costruisce a mio modo di vedere rispondendo alle loro chiamate e ancor più non sminuendo i loro bisogni. Il piccolo cade, piange e si gira a guardare la mamma, inizia a lacrimare per chiedere il suo aiuto: la mamma corre da lui, lo abbraccia, lo bacia, guarda la sua inesistente bruciatura e lo tranquillizza. La nostra mente di adulto lo sa che non è nulla, che non c’è motivo di piangere e di correre verso di lui: ma il bisogno del bambino non è fisico ma emotivo. ”Mamma mi sono spaventato, aiutami a gestire la situazione, a rielaborarla, fammi sentire il tuo amore e il tuo contatto dopo la paura”: significa questo. 

Il problema è che noi adulti vedendo questa situazione percepiamo solo il lato razionale dell’accaduto, mentre il bisogno è emotivo.

Così un neonato è all’inizio della sua “esperienza di uomo”: inizia questo viaggio senza la capacità di fare nulla per se stesso ed è, come abbiamo detto prima, totalmente dipendente. Lui ha bisogno di apprendere come fare ogni cosa. 

Per farlo ha bisogno di tempo, di insegnamenti e di pazienza: ma prima di ogni altra cosa ha la necessità di aver riconosciuti i suoi bisogni primari che non sono solo fisici ma anche emotivi, come il contatto pelle a pelle con la mamma o il bisogno di sentirsi preso in braccio quando chiama. Questi non sono vizi, ma bisogni essenziali.

 

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