“Wonder”, uno dei film più belli degli ultimi anni

Ieri sono stata a vedere Wonder, il nuovo film con Julia Roberts, Owen Wilson e Jacob Tremblay tratto dal fantastico, omonimo romanzo di R.J. Palacio. Il film uscirà il 21 Dicembre nelle migliori sale ed è distrubuito da 01 Distribution. La trama forse la conoscete: è molto semplice, ma complessissima e super interessante nella sua semplicità, e parla di August, detto Auggie, un bambino di dieci anni nato con una deformazione del cranio e per questo “diverso” nell’aspetto a causa delle numerose operazioni subite. Dopo aver studiato per i primi anni della sua vita a casa, decide che è il momento di andare alle medie insieme ai compagni della sua età. Una svolta decisiva, che gli permetterà di vivere l’ambiente (a volte crudele) della scuola, portando ai suoi compagni insegnamenti immensi nella loro ordinarietà, preziosi e stimolanti per tutti noi.

“Wonder”, uno dei film più belli degli ultimi anni: Julia Roberts, Owen Wilson e Jacob Tremblay nel film adattamento del romanzo di R.J. Palacio parlano a tutti noi di gentilezza, felicità e libertà

Ognuno di noi nella vita ha degli elementi che lo contraddistinguono. Julia Roberts, che nel film interpreta la mamma del bambino protagonista, parlava delle rughe sul suo viso. Le rughe la segnano, e anche se alcuni possono ritenerle elementi negativi in realtà le rughe raccontano sempre una storia. Quelle sulla fronte le erano venute durante l’ultima operazione del bambino, altri segni sul volto erano riconducibili ad un altro momento particolare. Questi sono i segni visibili di ciò che siamo, dei passaggi inevitabili che abbiamo attraversato nella nostra vita. E poi ci sono i segni che abbiamo dentro. Quelli provocati dai momenti che ci hanno segnato e che ci hanno reso chi siamo. Ma ci sono anche alcune caratteristiche momentanee: stati d’animo, pensieri, tic nervosi… Questi sono riconducibili al momento attuale, a ciò che stiamo attraversando nella vita, che a volte ci rende suscettibili a particolari parole e a particolari eventi e che ci pone però di fronte a delle scelte. Un esempio? Per quanto mi riguarda il mio passato mi ha portata a scegliere di mettere in secondo piano la mia carriera dedicandomi (avendone la possibilità) ai miei bimbi. Per me sarebbe difficile non trascorrere tanto tempo con loro e non essere partecipe delle loro giornate e dei loro traguardi.

Tornando quindi al concetto di momentaneo e di presente, quando alla mattina ci svegliamo e incontriamo le persone (molte), e ci interfacciamo con loro, spesso si verificano tante incomprensioni, anche perché la relazione con l’altro non è mai scontata o immediata, soprattutto in una società come la nostra, complessa, ricca di stimoli e di avvenimenti. Cosa possiamo quindi fare noi per cambiare questa tendenza allo scontro?

Questo è un film che apre tantissime prospettive di lettura, tanto che per me è difficile scrivere una riflessione, perché ci sono così tante sfaccettature che ho dovuto per forza registrare dei memo vocali per cercare di raccoglierne alcune. È un film che si concentra sul concetto di interazione con l’altro, e ciò che ho amato davvero molto è il fatto che non è la classica storia triste che ti fa capire “quanto tu sia fortunato in questo momento, quanto non si debba perdere tempo, quanto si debba guardare il bicchiere mezzo pieno, che la vita sia imprevedibile…”. Non è un film dalla lacrima facile: è veramente complesso, ma allo stesso tempo gioioso. Le lacrime che si versano sono di felicità, e non per fatti straordinari ma per l’ordinarietà delle emozioni, causate dalle interazioni positive tra persone semplici. Interazioni basate su una parola che viene utilizzata poco, oggigiorno: “gentilezza”.

“Gentilezza” può assumere innumerevoli sfaccettature. Ma non deve partire mai dalla commiserazione. Lo si vede benissimo in Wonder: quando facciamo qualcosa perché “dobbiamo” essere gentili, perché dobbiamo accogliere l’altro, non è accoglienza e non è gentilezza. Non è positivo per l’altro ma nemmeno per noi stessi. Ma quando ci apriamo alle persone con un occhio di rispetto (perché la vita è complessa e ognuno di noi ha dentro una ricchezza di emozioni, capacità e talenti incredibili) credo che sia importantissimo cercare di aprirsi a tale interazione. Aprirci semplicemente quando ci troviamo davanti ad un’altra persona. Togliere le nostre categorie mentali, i nostri preconcetti, per lasciarci trasportare dall’altro. Aprirci a noi stessi e aprirci all’altro, facendoci vedere per quello che siamo.

Summer, una delle bambine protagoniste, una delle prime amiche di Auggie, dice: “Vengo da te perché ho voglia di un’amicizia vera”. Caspita, è davvero liberatoria come frase. Significa avere voglia di liberarsi dai preconcetti, di liberarsi punto e basta. E in effetti la cosa bella di questo film è Auggie, che da oggetto di commiserazione e peso per la classe diventa strumento di liberazione. Auggie, anche grazie alla sua liberazione fisica, riesce a liberare in qualche modo gli amici e i compagni e a renderli persone più felici, con loro stesse e con gli altri, insegnando, semplicemente essendo se stesso, non solo i valori per se stessi (un termine che spesso implica anche il concetto di “dovere”) ma la felicità che portano questi valori, il senso liberatorio della gentilezza e la libertà di poter essere se stessi, accogliendo anche l’altro con le sue caratteristiche.

I segni, soprattutto quelli più stigmatizzati dalla società, sono ciò che ci rende noi stessi. Sono loro a renderci i più belli, i più talentuosi, i più speciali. “Tutti avremmo diritto ad una standing ovation per ciò che siamo”, dicono ad un certo punto, ed è vero, perché siamo unici e perché è meraviglioso essere unici. Ed è bello sì essere accettati, ma anche essere aperti, vivendo e diffondendo sempre la gentilezza.

Qualche giorno fa parlavo con una mia amica. Notavamo come spesso, soprattutto in paese, l’ambiente sia giudicante. E questo fa male non solo alla persona giudicata, ma anche a chi giudica. Guardiamo a “Wonder”: non è Auggie chi soffre maggiormente. A soffrire più di tutti è il suo compagno di classe bullo. Alle spalle ha una famiglia difficile, chiusa, giudicante nei confronti degli altri. Una famiglia problematica, legata ad un’immagine di perfezione fittizia basata su castelli senza fondamenta che rivediamo anche in altre situazioni (come la famiglia di Miranda: lei ha un vuoto maggiore di quello di Auggie, con i genitori separati, la madre impegnata a non superare l’evento e il padre che la esclude dalla nuova vita).

Sono quindi tre le figure che mi hanno maggiormente colpito: Julian il bullo e la sua famiglia; l’amico Will; e la sorella di Auggie.

La famiglia di Julian, il bullo, fa davvero riflettere. Oltre ad essere giudicante interferisce nella maniera peggiore possibile con la vita del figlio. Il colloquio con il preside (un preside davvero illuminato) la dice lunga: lui cerca di fare capire a Julian la gravità delle sue azioni di bullismo contro Auggie, mentre i genitori tentano di infangare e portare via il bambino dalla scuola. Perché non accettano che il figlio bellissimo e ricchissimo possa essere sospeso.

Parliamo quindi dell’amichetto Will, che inizialmente si avvicina ad Auggie perché la madre e il preside lo spingono verso di lui (a causa della borsa di studio che gli ha permesso di frequentare quella scuola) per diventare suo amico e prendersi cura di lui. Ma l’insegnamento alla fine non sta in questo senso del dovere nei confronti di Auggie, del diverso: la compassione e il fare le cose forzatamente non porta mai da nessuna parte. Will capisce invece che vuole essere amico di Auggie non perché deve, ma perché è bello, perché, wow!, è liberatorio e non bisogna essere belli, bravi, furbi e intelligenti ma semplicemente se stessi, donandosi e prendendo ciò che le altre persone decidono di darci.

La terza figura che mi ha affascinato tantissimo è la sorella maggiore di Auggie. Sta completamente nell’ombra del fratello, perché i genitori erano focalizzati su questo bambino che aveva giustamente bisogno di loro. Soffre, ma con una maturità che molti adulti non avrebbero, consapevole che i suoi non avrebbero potuto affrontare anche i problemi da parte sua. Le sue lacrime commuovono, è una ragazza piena di amore, e ci mostra come a volte certe emozioni abbiano sfaccettature diverse da ciò che sembrano. E paradossalmente nella storia di questa famiglia chi ha sofferto tanto quanto Auggie e i genitori (se non maggiormente) è proprio lei, che non ha avuto l’amore e il tempo che meritava, e che non può contare su nessuno nemmeno quando ha realmente bisogno. Ma alla fine è proprio lei a dare un insegnamento pazzesco al fratello: “Tutto il mondo non gira attorno a te. Non sei l’unico al mondo ad avere problemi. Esci da questa spirale di autocommiserazione”.

Aprirci agli altri con gentilezza non per dovere ma per la gioia di aprirci e di mostrarci come siamo, e fare lo stesso con gli altri togliendo i preconcetti e gli aspetti giudicando, guardando e gioendo con gli altri per ciò che sono, è davvero il bello della vita. È la cosa più meravigliosa che possiamo fare.

Giulia Mandrino 

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