Come risparmiare sulla spesa di famiglia: 10 trucchi che funzionano
Venerdì, 06 Giugno 2025 06:19La spesa settimanale è una delle voci più pesanti nel bilancio di una famiglia. Secondo i dati Istat, nel 2023 una famiglia italiana ha speso in media 477 euro al mese per generi alimentari e bevande, con differenze significative tra Nord e Sud. Con l’inflazione e l’aumento dei prezzi dei beni primari, sempre più persone cercano strategie pratiche per risparmiare senza rinunciare alla qualità.
Ecco 10 trucchi semplici ed efficaci, da applicare subito, per abbassare i costi e migliorare la gestione della spesa familiare.
1. Pianificare i pasti della settimana
La prima regola per risparmiare è evitare gli acquisti impulsivi. Pianificare i pasti della settimana permette di fare una lista precisa degli ingredienti da comprare. In questo modo si riducono gli sprechi, si ottimizza la quantità acquistata e si evita di comprare prodotti inutili o doppi.
2. Fare la lista della spesa (e seguirla)
Una lista dettagliata, preparata con calma a casa, aiuta a restare focalizzati sui prodotti necessari. Meglio scriverla per reparti (frutta e verdura, latticini, scatolame...) per essere più rapidi ed evitare di girare a vuoto tra gli scaffali. Da evitare lo smartphone se porta a distrazioni: meglio carta e penna o un'app dedicata.
3. Evitare di fare la spesa quando si ha fame
Entrare al supermercato affamate o affamati porta a comprare di più, spesso cibi poco sani e più costosi. Studi di comportamento alimentare, come quello pubblicato sulla rivista JAMA Internal Medicine, confermano che la fame altera le scelte di consumo. Meglio fare la spesa a stomaco pieno, dopo un pasto o uno spuntino.
4. Comprare prodotti di stagione
Frutta e verdura di stagione costano meno e durano di più, perché non richiedono serre, trasporti lunghi o conservazione artificiale. Inoltre, sono più nutrienti. Le zucchine in estate, le arance in inverno, i carciofi in primavera: seguire il ritmo della natura fa bene al portafoglio e alla salute.
5. Controllare il prezzo al chilo o al litro
Il prezzo unitario (al chilo, al litro o all’etto) è l’unico parametro oggettivo per confrontare due prodotti simili. Il prezzo totale spesso è fuorviante: una confezione più grande può sembrare conveniente ma non esserlo affatto. Controllare sempre l’etichetta gialla sullo scaffale.
6. Privilegiare i marchi del supermercato
I prodotti a marchio del supermercato, spesso chiamati “private label”, sono fabbricati da aziende note ma venduti a un prezzo inferiore. In molti casi hanno la stessa qualità dei marchi famosi, ma costano anche il 30% in meno. Pasta, latte, legumi, biscotti: provarli può far risparmiare decine di euro al mese.
7. Acquistare in grandi quantità solo se conviene davvero
Le offerte “3x2” o i maxi formati sembrano convenienti, ma solo se si consuma tutto prima della scadenza. Altrimenti il risparmio diventa spreco. Conviene per prodotti non deperibili (come carta igienica o detersivi) o cibi che si possono congelare facilmente (pane, carne, sughi).
8. Usare i volantini e le app dei supermercati
Molti supermercati pubblicano online i volantini delle offerte settimanali. Esistono anche app come DoveConviene o PromoQui, che permettono di confrontare i prezzi tra diversi negozi. Fare un piccolo sforzo di confronto può portare a risparmi del 20-30% su alcuni prodotti.
9. Limitare l’acquisto di prodotti pronti e confezionati
Cibi già pronti o porzionati (come insalate in busta, frutta tagliata, piatti surgelati) costano molto di più rispetto alle materie prime. Un’insalata lavata può costare anche il doppio di quella sfusa. Cucinare in casa partendo da ingredienti semplici è sempre più economico e spesso più sano.
10. Tenere traccia delle spese
Sapere quanto si spende davvero è il primo passo per capire dove si può tagliare. Tenere uno scontrino digitale o un foglio Excel, suddividendo le spese per categorie (freschi, surgelati, detersivi, extra...), permette di individuare le voci in eccesso. Molte famiglie si stupiscono nel vedere quanto spendono in snack, bibite o dolci.
Come pulire in sicurezza i giochi da bagno dei bambini
Giovedì, 05 Giugno 2025 07:33Durante il bagnetto, i giochi galleggianti e colorati sono spesso tra gli oggetti preferiti di bambine e bambini. Ma proprio perché vengono immersi nell’acqua e finiscono in bocca, questi oggetti possono diventare un ricettacolo di muffe e batteri. Secondo Parents.com, ci sono metodi semplici ed efficaci per mantenerli puliti e sicuri, evitando che diventino un rischio per la salute.
Candeggina: efficace ma da usare con attenzione
Quando si sospetta la presenza di muffa nei giochi da bagno, la candeggina diluita resta una delle soluzioni più efficaci. Come spiega Jonathan Jassey, pediatra e fondatore di Concierge Pediatrics, “la candeggina uccide batteri e muffe”. La soluzione suggerita da Kristin DiNicolantonio, dell’American Cleaning Institute, prevede ¾ di tazza di candeggina in 4 litri d’acqua. Bisogna però indossare guanti, lavorare in uno spazio ben ventilato e risciacquare accuratamente i giochi dopo averli lasciati bagnati per almeno cinque minuti.
È importante usare questa tecnica solo occasionalmente. La candeggina, infatti, è un agente aggressivo, può danneggiare i materiali dei giochi ed è altamente tossica se non viene eliminata del tutto prima dell’uso.
Metodi alternativi: acqua ossigenata, aceto, bicarbonato
Per una pulizia più frequente e delicata, si può usare acqua ossigenata al 3%, spruzzandola direttamente sui giochi. Come indica Taylor Riley, esperto di pulizia e padre, basta lasciarla agire per 10-15 minuti, poi risciacquare. È un'alternativa sicura alla candeggina, capace di contrastare virus, batteri e funghi.
Anche l’aceto bianco può essere utile: una tazza in un litro d’acqua calda, lasciando i giochi in ammollo per circa un’ora. L’acidità aiuta a sciogliere i residui e previene la formazione della muffa, senza essere tossica.
Il bicarbonato può invece essere usato per creare una pasta abrasiva (½ tazza con qualche cucchiaio d’acqua), da strofinare delicatamente sui giochi. È non tossico e poco irritante, ma va usato con moderazione per evitare di rovinare le superfici.
Lavastoviglie e lavatrice: pulizia rapida e profonda
Secondo Lana Tkachenko, esperta di pulizia, i giochi rigidi possono essere messi sul ripiano superiore della lavastoviglie per un ciclo ad alta temperatura con asciugatura. Per quelli morbidi, si può usare un sacchetto da bucato e selezionare un ciclo delicato con acqua calda, lasciandoli poi asciugare completamente.
Anche la lavatrice può essere utile: mettendo i giochi in una federa ben chiusa o in un sacchetto di rete, si possono lavare a freddo con detersivo comune o igienizzante per il bucato. È essenziale lasciarli asciugare completamente prima di riporli, idealmente al sole o all’aria aperta.
Come prevenire la muffa
Secondo Riley, la prevenzione è la strategia migliore. “Punto a pulire i giochi da bagno una volta a settimana e a sostituirli ogni tre o sei mesi”, afferma. Per evitare la crescita della muffa, è importante strizzare i giochi dopo ogni uso, farli asciugare bene e conservarli in un contenitore traspirante, come un sacchetto a rete o una mensola forata. È meglio evitare giochi con fori, o sigillarli con colla a caldo per impedire l’ingresso dell’acqua.
Quando una persona in casa è malata, è fondamentale disinfettare subito tutti i giochi da bagno. Se un gioco presenta odore sgradevole o muffa visibile che non si riesce a rimuovere, va eliminato.
I rischi per la salute legati alla muffa
Anche se rare, le conseguenze del contatto con giochi ammuffiti esistono. Il dottor Jassey spiega che la muffa può causare problemi respiratori, allergie, infezioni gastrointestinali e irritazioni agli occhi, soprattutto se il bambino la inala o la ingerisce indirettamente.
Per questo, consiglia di preferire giochi non porosi e lavabili in lavatrice, che sono più facili da tenere puliti. Tkachenko sottolinea che anche se un gioco sembra pulito, la muffa può crescere all’interno, fuori dalla vista. In caso di dubbio, meglio buttarlo.
Mamma Pret a Porter non è una testata medica e le informazioni fornite hanno scopo puramente informativo e sono di natura generale, esse non possono sostituire in alcun modo le prescrizioni di un medico o di un pediatra (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione), o, nei casi specifici, di altri operatori sanitari (odontoiatri, infermieri, psicologi, farmacisti, fisioterapisti, ecc.) abilitati a norma di legge. Le nozioni sulle posologie, le procedure mediche e le descrizione dei prodotti presenti in questo sito hanno un fine illustrativo e non devono essere considerate come consiglio medico o legale
Piscina e cloro: cosa è successo ai bambini intossicati e quali rischi reali si corrono
Mercoledì, 04 Giugno 2025 07:47Cinque bambini sono finiti in ospedale dopo un bagno in una piscina nella zona della Borghesiana, a Roma. Il più grave ha nove anni, è in terapia intensiva, e secondo fonti ospedaliere rischia danni neurologici dovuti a una possibile inalazione di cloro. Gli altri quattro – tra i 5 e gli 11 anni – sono stati ricoverati con sintomi più lievi, tra cui difficoltà respiratorie e irritazioni cutanee.
I primi accertamenti parlano di una probabile intossicazione da cloro, una sostanza largamente utilizzata per la disinfezione dell’acqua delle piscine, ma che – in presenza di dosaggi e condizioni non corrette – può provocare reazioni anche gravi.
Cos’è il cloro e perché viene usato nelle piscine
Il cloro viene impiegato da decenni come disinfettante nelle piscine per uccidere batteri, virus e altri microrganismipotenzialmente patogeni. La sua efficacia lo rende uno standard internazionale, riconosciuto anche dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e da enti come l’Istituto superiore di sanità in Italia.
In genere, si usano prodotti a base di ipoclorito di sodio (forma liquida) o ipoclorito di calcio (in polvere o pastiglie). Il cloro libera acido ipocloroso nell’acqua, una sostanza attiva contro i microrganismi.
Per essere sicuro, il cloro deve però essere mantenuto entro limiti precisi. Secondo un decreto del Ministero della salute, il livello di cloro libero residuo nelle piscine aperte al pubblico deve essere tra 0,7 e 1,5 mg/litro. Valori superiori possono diventare irritanti o tossici.
Cosa può succedere quando il cloro è troppo
In piccole quantità, il cloro può causare bruciore agli occhi, irritazione della pelle, tosse o mal di gola, specialmente nei bambini e nelle persone con asma o problemi respiratori. Ma concentrazioni elevate o una liberazione accidentale in forma gassosa possono avere effetti molto più gravi.
Il cloro, infatti, è un gas irritante per le mucose: se inalato in grandi quantità, può penetrare nei polmoni, provocando edema polmonare, difficoltà respiratorie acute, e in casi rari danni neurologici. A lungo termine, secondo l’Agenzia per le sostanze tossiche statunitense (Atsd), può causare bronchiti croniche o peggiorare quadri già compromessi.
Nel caso avvenuto a Roma, alcuni segnali (come l’acqua che "diventa gialla" e i sintomi acuti respiratori) fanno pensare a una fuoriuscita anomala o una reazione chimica in vasca, anche se saranno le indagini della procura e della Asl a confermare eventuali responsabilità tecniche.
Chi controlla la qualità dell’acqua nelle piscine
Secondo la normativa italiana, la responsabilità primaria del controllo della qualità dell’acqua è del gestore della piscina. Deve assicurarsi che i livelli di cloro e di pH (altro parametro fondamentale) siano misurati regolarmente e restino entro i limiti stabiliti dalla legge.
Le Asl competenti hanno il compito di vigilare e fare sopralluoghi a campione, ma anche di intervenire in caso di segnalazioni o incidenti. Ogni piscina pubblica dovrebbe tenere un registro giornaliero delle misurazioni dei parametri chimici e della manutenzione.
Una gestione corretta implica: corretta dosatura automatica del cloro (attraverso centraline dedicate), monitoraggio continuo dei valori, formazione specifica del personale, manutenzione periodica dell’impianto di trattamento dell’acqua. Nel caso specifico di Roma, gli ispettori della Asl sono intervenuti già nel pomeriggio per accertare eventuali malfunzionamenti o negligenze nella gestione dell’impianto.
Bambini e cloro: quando preoccuparsi davvero
I bambini, soprattutto sotto i 10 anni, sono più sensibili agli agenti irritanti, compreso il cloro. Non è raro che dopo una giornata in piscina, alcune bambine o bambini presentino occhi arrossati, lieve tosse o irritazioni. In questi casi, i sintomi tendono a risolversi da soli in poco tempo.
Diverse ricerche, tra cui una pubblicata sul Journal of Pediatrics (Bernard et al., 2006), hanno evidenziato una possibile correlazione tra esposizione frequente a piscine clorate e maggiore incidenza di asma nei bambini, soprattutto se già predisposti. Ma si parla di esposizioni croniche, non di episodi acuti come quello della Borghesiana.
I segnali da non sottovalutare dopo un bagno in piscina includono:
- difficoltà respiratorie persistenti
- tosse che non passa
- mal di testa, nausea o vomito
- pelle che brucia o si arrossa in modo anomalo
- occhi molto arrossati e dolenti
In questi casi, è sempre bene consultare una pediatra o un pediatra, o recarsi in pronto soccorso se i sintomi sono gravi.
Un problema tecnico, non una sostanza “da evitare”
Il cloro resta uno strumento fondamentale per la sicurezza microbiologica delle piscine. Incidenti come quello accaduto a Roma sono rari, e non vanno interpretati come una prova della pericolosità del cloro in sé, ma come un campanello d’allarme per la gestione tecnica degli impianti.
Chi frequenta le piscine pubbliche o private può prendere alcune precauzioni minime: insegnare alle bambine e ai bambini a non bere mai l’acqua della piscina, fare la doccia prima e dopo il bagno, segnalare al personale qualsiasi odore troppo forte di cloro, che potrebbe indicare un dosaggio eccessivo, evitare piscine con acqua torbida o maleodorante.
Secondo le linee guida dell’Istituto superiore di sanità, l’odore pungente tipico delle piscine non è segno della presenza di troppo cloro, ma di clorammine, sottoprodotti della reazione del cloro con sudore e urina, segno che la vasca ha bisogno di essere trattata e ventilata meglio.
Il caso dei bambini intossicati a Roma non è quindi un motivo per evitare le piscine, ma un’occasione per ricordare che la sicurezza dell’acqua dipende da controlli accurati e continui, e che una manutenzione inadeguata può diventare pericolosa, soprattutto per i più piccoli.
Mamma Pret a Porter non è una testata medica e le informazioni fornite hanno scopo puramente informativo e sono di natura generale, esse non possono sostituire in alcun modo le prescrizioni di un medico o di un pediatra (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione), o, nei casi specifici, di altri operatori sanitari (odontoiatri, infermieri, psicologi, farmacisti, fisioterapisti, ecc.) abilitati a norma di legge. Le nozioni sulle posologie, le procedure mediche e le descrizione dei prodotti presenti in questo sito hanno un fine illustrativo e non devono essere considerate come consiglio medico o legale
Perché i bambini sono sempre più miopi e come prevenirlo
Martedì, 03 Giugno 2025 08:14Il numero di bambine e bambini miopi è in crescita costante, con una tendenza che preoccupa le oftalmologhe, gli oftalmologi, le pediatre e i pediatri. Secondo i dati presentati al Congresso della Società italiana di pediatria (Sip), oggi il 36% dei minori tra i 5 e i 19 anni è miope, con un incremento del 50% negli ultimi trent’anni. Se questa curva non rallenta, entro il 2050 la metà delle ragazze e dei ragazzi nel mondo sarà affetta da miopia.
Non si tratta più solo di un difetto visivo gestibile con un paio di occhiali: la miopia sta diventando una condizione patologica complessa, che insorge sempre prima e può evolvere verso gravi complicanze oculari.
Un disturbo sempre più precoce e aggressivo
Un tempo la miopia compariva intorno ai 12-13 anni. Oggi, invece, si manifesta spesso in età prescolare. «L’insorgenza precoce porta a un maggiore allungamento del bulbo oculare e predispone a complicanze come distacco di retina, glaucoma e cataratta precoce», come spiega Paolo Nucci, ordinario di Oftalmologia all'Università degli Studi di Milano e presidente della Società Italiana di Oftalmologia Pediatrica e Strabismo ad Ansa.
Il problema principale è che l’occhio miope non si limita più a “vedere male da lontano”, ma subisce alterazioni strutturali permanenti. L'allungamento del bulbo oculare, tipico della miopia, modifica il modo in cui l’occhio riceve e processa gli stimoli visivi e aumenta la vulnerabilità dell’intero sistema visivo.
La causa principale è lo stile di vita
La vita moderna, sempre più al chiuso e davanti agli schermi, è tra i fattori principali dell’aumento della miopia. Tablet, smartphone, studio prolungato da vicino e scarsa esposizione alla luce naturale stanno cambiando il modo in cui gli occhi delle bambine e dei bambini crescono.
«L’attività all’aperto è la migliore alleata della prevenzione: i bambini devono trascorrere più tempo lontano dagli schermi e con lo sguardo libero di spaziare», ricorda Nucci. La luce naturale ha un ruolo fondamentale nello sviluppo visivo e nella regolazione dei meccanismi interni che governano la crescita del bulbo oculare. Studi internazionali hanno mostrato che almeno due ore al giorno all’aria aperta riducono in modo significativo il rischio di sviluppare miopia.
Inoltre, leggere a distanza troppo ravvicinata e per periodi prolungati può provocare un affaticamento costante dell’accomodazione, il meccanismo con cui l’occhio mette a fuoco da vicino, aumentando così il rischio di miopia nei soggetti predisposti.
Strategie per rallentare la progressione
Nonostante il quadro preoccupante, oggi la ricerca offre strumenti efficaci per rallentare l’evoluzione della miopia. Le due opzioni principali - sempre secondo Nucci - sono l’Atropina a bassissimo dosaggio e le lenti a defocus.
L’Atropina 0,01-0,05%, somministrata sotto forma di collirio, è ben tollerata e agisce su meccanismi biochimici dell’occhio ancora non del tutto chiariti, ma efficaci nel bloccare l’allungamento del bulbo oculare. Le lenti a defocus, invece, modificano la distribuzione degli stimoli visivi sulla retina e correggono il meccanismo di feedback che porta all’aggravarsi della miopia.
Le due strategie combinate funzionano in oltre il 70% dei casi, secondo gli studi citati da Nucci. E la nuova frontiera sarà intervenire ancora prima, nei cosiddetti “premiopi”: bambini e bambine che non sono ancora miopi, ma mostrano già segni di rischio. Intervenire in questa fase, con una prevenzione mirata, potrebbe evitare del tutto la comparsa del difetto visivo.
Cosa possono fare i genitori
Le madri e i padri hanno un ruolo centrale nella protezione della vista dei propri figli e figlie. Limitare il tempo di utilizzo di dispositivi digitali, organizzare ogni giorno momenti di gioco e attività all’aperto, e favorire pause frequenti durante la lettura o lo studio da vicino sono scelte semplici ma fondamentali.
Alcune indicazioni pratiche:
- Regola del 20-20-20: ogni 20 minuti di lettura o uso di schermi, far guardare l’orizzonte per almeno 20 secondi a una distanza di almeno 6 metri.
- Controlli oculistici regolari, anche in assenza di sintomi evidenti, per identificare precocemente eventuali segnali di rischio.
- In caso di familiarità per miopia, monitorare con maggiore attenzione e discutere con la pediatra o il pediatra la possibilità di adottare precocemente misure preventive.
- Incoraggiare attività sportive e ricreative all’aperto, anche nei mesi invernali, purché in sicurezza
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La pavlova è un dolce a base di meringa, croccante all’esterno e morbida al centro, solitamente guarnita con panna montata e frutta fresca. Deve il nome alla ballerina russa Anna Pavlova e ha origini contese tra Nuova Zelanda e Australia. È un dolce naturalmente senza glutine, leggero ma scenografico, perfetto da servire come dessert in occasioni speciali.
5 ricette veloci di riso freddo diverso dal solito
Mercoledì, 28 Maggio 2025 17:58Il riso freddo è una delle soluzioni più semplici e versatili per pranzi e cene estive, ma anche per chi cerca un pasto sano, completo e facilmente trasportabile. È ideale da preparare in anticipo, da portare in ufficio o per un picnic. Le versioni vegetariane permettono di variare molto, usando verdure di stagione, legumi, frutta secca e formaggi, senza rinunciare al gusto o alla praticità.
Ecco cinque ricette di riso freddo, tutte vegetariane, nutrienti e pronte in pochi minuti, con ingredienti facilmente reperibili e passaggi essenziali.
Riso freddo con zucchine grigliate, feta e menta
Cuoci 80-100 grammi di riso a persona (meglio se basmati o integrale), scolalo e fallo raffreddare sotto acqua fredda. Griglia le zucchine tagliate a rondelle sottili con un filo d’olio, poi tagliale a striscioline. Unisci il riso con le zucchine grigliate, feta sbriciolata, qualche foglia di menta fresca e condisci con olio extravergine, sale e poco succo di limone.
È un piatto fresco e profumato, perfetto anche come antipasto o contorno.
Riso integrale con pomodorini, ceci e basilico
Lessare il riso integrale richiede qualche minuto in più, ma il risultato è più saziante e ricco di fibre. Una volta cotto e raffreddato, mescolalo con pomodorini tagliati a metà, ceci lessati (anche in scatola, sciacquati bene), foglie di basilico spezzettato e una manciata di semi di girasole. Aggiungi olio extravergine, un pizzico di sale e, se ti piace, qualche goccia di aceto di mele.
Questo piatto copre tutti i macronutrienti e si conserva bene anche per il giorno dopo.
Riso basmati con avocado, limone e mandorle
Un’opzione più esotica, fresca e leggermente cremosa. Dopo aver cotto il riso basmati, lascialo raffreddare completamente. A parte, taglia a dadini un avocado maturo e irroralo con succo di limone per non farlo annerire. Uniscilo al riso insieme a mandorle tostate a lamelle e scorza grattugiata di limone non trattato. Puoi aggiungere anche un po’ di pepe nero o paprika dolce.
È un riso freddo adatto anche a chi segue una dieta vegana.
Riso venere con piselli, carote e zenzero
Il riso venere ha un gusto intenso e una consistenza che si presta bene a essere servito freddo. Cuocilo per circa 35 minuti, scolalo e fallo raffreddare. Intanto, lessa i piselli freschi o surgelati e grattugia una carota cruda. Mescola tutto con il riso e aggiungi zenzero fresco grattugiato, un filo d’olio extravergine e qualche goccia di salsa di soia.
Questo piatto è ricco di antiossidanti e fibre, con un gusto deciso e leggermente orientale.
Riso con melone, cetriolo e yogurt greco
Una ricetta dolce-salata, ideale per chi ama i sapori freschi e contrastanti. Cuoci il riso (meglio se thai o a chicco lungo), raffreddalo e uniscilo a cubetti di melone, cetriolo tagliato sottile, menta fresca e una cucchiaiata di yogurt greco denso per legare. Aggiungi sale, pepe e un filo d’olio a crudo.
Una proposta diversa dal solito, perfetta anche come piatto unico nelle giornate molto calde.
Adenovirus nei bambini, cosa c'è da sapere
Martedì, 27 Maggio 2025 08:35Gli adenovirus sono tra i virus più comuni nell’infanzia, capaci di provocare infezioni respiratorie, gastrointestinali e oculari. Anche se nella maggior parte dei casi causano disturbi lievi e autolimitanti, la loro diffusione è ampia, soprattutto tra le bambine e i bambini che frequentano ambienti scolastici e comunitari. Conoscerne le caratteristiche è importante per riconoscerli, trattarli correttamente e ridurre il rischio di contagio.
Che cosa sono gli adenovirus e perché colpiscono spesso i bambini
Gli adenovirus sono virus a DNA, appartenenti a una famiglia di cui si conoscono almeno 100 sierotipi diversi, circa la metà dei quali può infettare l’essere umano (come dichiara l'ISS). Si suddividono in sette sottogruppi (da A a G) in base alle differenze genetiche. Sono virus resistenti nell’ambiente e quindi in grado di sopravvivere a lungo su superfici e oggetti, facilitando la trasmissione in ambienti chiusi o affollati.
La trasmissione avviene per via respiratoria, tramite starnuti, tosse o semplicemente parlando a distanza ravvicinata. Ma può avvenire anche per via oro-fecale, ad esempio ingerendo acqua o cibi contaminati da secrezioni, oppure toccando asciugamani, biancheria o superfici sporche. Le bambine e i bambini che frequentano scuole, asili, palestre o vivono in contesti collettivi sono più esposti al contagio.
Sintomi principali: non solo febbre e raffreddore
I disturbi causati dall’adenovirus compaiono in genere dopo 3-10 giorni dall’esposizione. Le forme più comuni interessano le vie respiratorie, ma l’infezione può coinvolgere anche occhi, intestino, vie urinarie e in casi rari il sistema nervoso.
I sintomi respiratori sono i più frequenti, in particolare nei casi causati dai sierotipi 3, 4 e 7:
- raffreddore con secrezione nasale,
- mal di gola,
- febbre,
- ingrossamento delle tonsille e dei linfonodi del collo.
In alcuni casi può comparire anche tosse persistente, affanno e, nei bambini molto piccoli o immunodepressi, bronchiolite o polmonite, con rischio di difficoltà respiratoria e bisogno di ospedalizzazione.
Le infezioni gastrointestinali si manifestano con:
- nausea, vomito, dolore addominale, diarrea, anche nei lattanti.
L’infezione oculare si presenta spesso in forma di cherato-congiuntivite epidemica, con occhi rossi, bruciore, lacrimazione abbondante e fotofobia, e può coinvolgere anche entrambi gli occhi.
Raramente, l’adenovirus può colpire:
- vie urinarie (con bruciore alla minzione),
- sistema nervoso (meningite o encefalite), soprattutto nei soggetti immunodepressi.
Diagnosi e trattamento: quando preoccuparsi
Nella gran parte dei casi, l’infezione da adenovirus non richiede test diagnostici specifici: i sintomi sono riconoscibili e si risolvono spontaneamente in pochi giorni. È però importante monitorare attentamente i neonati, i bambini piccoli, le persone anziane e immunodepresse, che potrebbero andare incontro a complicazioni più serie.
Il trattamento è sintomatico, con uso di farmaci anti-infiammatori per alleviare febbre e dolore. Non servono antibiotici, a meno che non ci siano sovrainfezioni batteriche. In casi gravi o persistenti, si può ricorrere a farmaci antivirali come il Cidofovir o la Ribavirina, ma l’uso è limitato a situazioni particolari e sempre sotto controllo ospedaliero.
La reidratazione è fondamentale se l’infezione coinvolge lo stomaco e l’intestino, soprattutto nei più piccoli, che rischiano disidratazione più facilmente.
Prevenzione: igiene e isolamento, le armi più efficaci
La prevenzione dell’adenovirus passa principalmente da buone abitudini igieniche. Poiché il virus è resistente nell’ambiente, è fondamentale:
- lavarsi spesso le mani con acqua e sapone,
- usare fazzoletti monouso,
- evitare di condividere asciugamani o lenzuola,
- disinfettare le superfici con regolarità.
Nelle mense scolastiche e comunitarie, il rispetto delle regole igieniche (uso di guanti e mascherine da parte del personale, manipolazione corretta degli alimenti) è essenziale per evitare contaminazioni.
Le bambine e i bambini con sintomi respiratori non dovrebbero andare a scuola fino a guarigione, per non contagiare le compagne e i compagni. Lo stesso vale per gli adulti sul posto di lavoro. L’isolamento temporaneo è una misura semplice ma efficace per limitare la diffusione del virus.
Cosa fare se si sospetta un’infezione da adenovirus
Se una bambina o un bambino presenta sintomi come febbre, mal di gola, tosse o diarrea, è consigliabile consultare la pediatra o il pediatra. In presenza di sintomi lievi, è sufficiente riposare, bere molti liquidi, e seguire una terapia antinfiammatoria per qualche giorno. Se invece i sintomi peggiorano, durano oltre una settimana o compare difficoltà respiratoria, è opportuno rivolgersi a un pronto soccorso pediatrico.
I sintomi oculari come arrossamento e bruciore vanno riferiti al medico, perché la cherato-congiuntivite può durare anche diverse settimane e richiedere una gestione specifica.
Anche se si tratta nella maggior parte dei casi di un'infezione benigna e autolimitante, è importante non sottovalutare i segnali d’allarme, soprattutto nei soggetti più fragili.
Mamma Pret a Porter non è una testata medica e le informazioni fornite hanno scopo puramente informativo e sono di natura generale, esse non possono sostituire in alcun modo le prescrizioni di un medico o di un pediatra (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione), o, nei casi specifici, di altri operatori sanitari (odontoiatri, infermieri, psicologi, farmacisti, fisioterapisti, ecc.) abilitati a norma di legge. Le nozioni sulle posologie, le procedure mediche e le descrizione dei prodotti presenti in questo sito hanno un fine illustrativo e non devono essere considerate come consiglio medico o legale.
Perché è importante donare il latte materno (e come farlo)
Lunedì, 26 Maggio 2025 09:07Il latte umano è un alimento insostituibile per neonate e neonati. Fornisce tutto ciò di cui il corpo ha bisogno nei primi mesi di vita: nutrienti essenziali, anticorpi, enzimi e ormoni che favoriscono la crescita, lo sviluppo del cervello, la maturazione del sistema immunitario e la digestione. Per alcune bambine e bambini, soprattutto se prematuri o gravemente malati, questo nutrimento può fare la differenza tra la vita e la morte. Ecco perché la donazione di latte materno è un gesto semplice ma potentissimo.
Un alimento unico, su misura
Il latte umano ha una composizione complessa, che si adatta in modo dinamico alle esigenze del neonato o della neonata. Contiene proteine, grassi, carboidrati, vitamine e sali minerali in quantità perfettamente bilanciate. Inoltre, include anticorpi naturali che aiutano a proteggere da infezioni gastrointestinali, respiratorie e urinarie, e riduce il rischio di sviluppare allergie, obesità e diabete di tipo 1.
Il latte materno contiene anche acidi grassi essenziali come il DHA, fondamentali per lo sviluppo del cervello e della vista.
Essenziale per i prematuri
Per neonate e neonati nati prima del termine, il latte materno ha un'importanza ancora maggiore. Il latte delle madri che partoriscono prematuramente ha caratteristiche specifiche: è più ricco di proteine, minerali e anticorpi. Tuttavia, non sempre le madri di questi bambini riescono a produrlo in quantità sufficienti, a causa delle condizioni cliniche, dello stress o di altri fattori.
In questi casi entra in gioco la donazione di latte umano. Le banche del latte, presenti in molti ospedali italiani, raccolgono, pastorizzano e distribuiscono latte donato da donne in buona salute e con una produzione abbondante. Questo latte viene somministrato soprattutto ai neonati prematuri ricoverati in Terapia Intensiva Neonatale (TIN).
Secondo la Federazione nazionale degli ordini della professione ostetrica (Fnopo), il latte donato può portare benefici concreti: riduzione della durata della degenza in TIN, migliore tolleranza alimentare, aumento dei tassi di allattamento al seno al momento della dimissione e riduzione significativa del rischio di enterocolite necrotizzante, una grave patologia intestinale che può colpire i prematuri nelle prime settimane di vita
Questi dati sono confermati anche dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che indica il latte umano donato come la prima alternativa al latte della madre biologica, quando questa non può allattare.
Un gesto di solidarietà concreta
Donare il latte materno è un gesto gratuito, volontario, che può salvare vite. E anche in situazioni di emergenza umanitaria – come guerre, disastri naturali o crisi migratorie – l’accesso a latte umano donato può rappresentare una risorsa fondamentale per garantire la sopravvivenza e la salute delle neonate e dei neonati più fragili.
Le banche del latte lavorano nel rispetto di protocolli sanitari rigorosi: le donatrici vengono sottoposte a controlli clinici e il latte viene raccolto, conservato e pastorizzato in condizioni controllate, per garantire la sicurezza dei piccoli riceventi.
Chi può donare e come farlo
Possono donare latte materno le donne in buona salute, che allattano e che producono più latte di quanto richiesto dal proprio figlio o dalla propria figlia. Prima di iniziare la donazione, è necessario un colloquio con il personale del centro di raccolta dell'ospedale di riferimento, che effettua un’anamnesi e alcuni esami del sangue.
Il latte viene poi raccolto a casa, con l’uso di un tiralatte fornito dall’ospedale o acquistato autonomamente, e conservato in congelatore. Viene consegnato periodicamente alla banca del latte, secondo modalità stabilite dal centro. Ogni struttura ha linee guida specifiche, ma tutte condividono l’obiettivo di garantire massima sicurezza e tracciabilità del processo.
In Italia, esistono circa 40 banche del latte umano, distribuite su tutto il territorio nazionale. Per sapere dove si trova quella più vicina, è possibile consultare il sito dell’Associazione italiana banche del latte umano donato (Aiblud).
Un dono che moltiplica i benefici
Il latte materno, anche se donato, mantiene intatti i suoi effetti benefici. Non solo nutre, ma protegge, cura e aiuta a crescere. Le madri che decidono di donare spesso raccontano di sentirsi parte di qualcosa di più grande: una rete di cura, condivisione e solidarietà. Donare non comporta rischi per la salute della madre e non riduce la quantità di latte a disposizione per il proprio figlio o figlia. Al contrario, può sostenere la produzione grazie alla stimolazione regolare. È una forma di allattamento “esteso”, che aiuta chi dona e chi riceve.
Il pak choi: come cucinare il cavolo cinese dalle numerose proprietà
Venerdì, 23 Maggio 2025 07:17Tra gli scaffali delle verdure o nel cassetto bio del supermercato spunta sempre più spesso lui: il pak choi, con quelle sue foglie larghe e brillanti e i gambi bianchi, sodi e croccanti. A vederlo così, potrebbe sembrare una versione esotica delle nostre biete, ma questo ortaggio asiatico ha una personalità tutta sua e un gusto delicato che conquista subito.
Ecco allora cosa c’è da sapere sul pak choi, perché inserirlo nella spesa di stagione e come cucinarlo in modo semplice e gustoso.
Cos’è il pak choi
Conosciuto anche come bok choy o cavolo cinese, il pak choi fa parte della grande famiglia delle brassicacee, le stesse di cavoli, cavolfiori e broccoli. Ma rispetto ai “cugini” occidentali ha un aspetto molto diverso: le sue foglie sono verdi scure, simili a quelle degli spinaci, mentre i gambi sono chiari e croccanti, come quelli delle bietole.
Originario della Cina, è coltivato da oltre 1500 anni, ma oggi viene prodotto anche in Europa, Italia compresa, e si trova ormai con facilità nei mercati contadini, nei supermercati ben forniti o nei negozi di alimentazione naturale. Il nome “pak choi” in cantonese significa letteralmente “verdura bianca”, un riferimento al colore dei suoi gambi carnosi e succosi.
Dal punto di vista nutrizionale è una miniera di proprietà: povero di calorie (solo 13 ogni 100 grammi), ricchissimo di acqua, fibre, vitamina C e K, e con una buona presenza di acido folico, calcio e potassio. È anche una fonte interessante di antiossidanti e composti glucosinolati, che gli conferiscono proprietà antinfiammatorie e protettive per il sistema immunitario.
Come cucinare il pak choi
Una delle cose più belle del pak choi è che è facilissimo da preparare e cuoce in pochissimi minuti. Tutta la pianta si può mangiare: sia le foglie verdi che i gambi bianchi, che regalano consistenze diverse in bocca. La regola d’oro è non cuocerlo troppo: bastano pochi minuti per mantenerlo tenero ma ancora croccante e per conservare tutte le sue proprietà.
Dopo averlo lavato bene sotto l’acqua corrente, si può tagliare a metà nel senso della lunghezza (se piccolo) o a pezzetti (se è una testa più grande), separando gambi e foglie per cuocerli con tempi diversi.
Un modo semplicissimo per gustarlo? Saltato in padella. Un filo d’olio, uno spicchio d’aglio o un pezzettino di zenzero fresco grattugiato, poi i gambi a rosolare per 2-3 minuti, infine si aggiungono le foglie e si completa la cottura per altri 2 minuti. Una spolverata di semi di sesamo, e il contorno è servito. Si abbina benissimo a riso, tofu, pesce o uova.
Si può anche cuocere a vapore, intero o a pezzi, per 4-5 minuti, e poi condirlo con un’emulsione di olio, limone e salsa di soia per una versione light e profumata. Oppure, per un piatto unico completo e veloce, lo si può aggiungere a una zuppa di noodles, a fine cottura, lasciandolo solo il tempo necessario a diventare tenero.
Per chi ama le ricette più fusion, il pak choi è perfetto nei wok saltati con altre verdure, oppure leggermente brasato con salsa di soia e un pizzico di miele, per ottenere un contorno dal sapore agrodolce e ricco.
Una verdura da riscoprire
Il pak choi è una di quelle verdure che conquistano con la semplicità. Ha un gusto gentile, ma deciso, una consistenza interessante e una versatilità in cucina che lo rende adatto a ogni pasto: dalla schiscetta al pranzo della domenica. Non solo: è facile da digerire, non gonfia e non appesantisce, ed è quindi ottimo anche per chi segue un’alimentazione leggera o vuole introdurre più verdure cotte nella dieta quotidiana.
Chi cerca varietà nella spesa settimanale, chi ama i sapori orientali ma non ha voglia di preparazioni complicate, chi vuole mangiare più sano senza rinunciare al gusto… può iniziare proprio da qui: dal pak choi, una piccola verdura con un grande potenziale.
Corte costituzionale: "Entrambe le madri possono riconoscere il figlio nato da Pma"
Giovedì, 22 Maggio 2025 10:51La Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il divieto per la madre intenzionale – cioè la donna che ha deciso volontariamente di diventare madre insieme alla madre biologica – di essere riconosciuta come genitore del figlio nato in Italia da una procreazione medicalmente assistita (Pma) fatta all’estero. La sentenza, depositata il 22 maggio 2025, è un punto importante per il riconoscimento dei diritti delle famiglie omogenitoriali e per la tutela dei diritti dei bambini e delle bambine nati in questo modo.
Il nodo: chi è genitore?
In Italia, la legge permette l’accesso alla procreazione medicalmente assistita solo a coppie eterosessuali, sposate o conviventi. Di conseguenza, le coppie di donne che decidono di avere un figlio insieme ricorrono spesso alla Pma all’estero, in paesi dove la legge lo consente.
Fino ad ora, però, una volta tornate in Italia, solo la madre biologica poteva essere riconosciuta come genitore del bambino o della bambina. L’altra, anche se aveva partecipato pienamente alla decisione e al percorso, non aveva nessun diritto legale sul figlio. Secondo la Consulta, questa esclusione non rispetta i diritti fondamentali del minore, che ha diritto a una famiglia riconosciuta fin dalla nascita.
I diritti dei figli e delle figlie vengono prima
Secondo la Corte costituzionale, non riconoscere la madre intenzionale viola l’articolo 2 della Costituzione, che protegge l’identità personale del bambino e il suo diritto a un rapporto giuridico chiaro e stabile con entrambi i genitori. Inoltre, viola l’articolo 3, perché crea una disparità di trattamento senza una giustificazione valida e l’articolo 30, che garantisce ai figli il diritto a ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza da entrambi i genitori.
In sostanza, per i giudici della Consulta, il riconoscimento della madre intenzionale serve a tutelare l’interesse del minore, che ha bisogno di un rapporto stabile e continuativo con tutte le figure che si prendono cura di lui. Escludere uno dei due genitori crea una situazione di incertezza e vulnerabilità, che danneggia la crescita e il benessere del bambino o della bambina.
La responsabilità condivisa non può essere cancellata
Secondo la sentenza, quando due persone decidono insieme di avere un figlio tramite Pma, si assumono una responsabilità genitoriale condivisa. Questo impegno, ha spiegato la Corte, non può essere cancellato o ignorato, soprattutto nei confronti del minore. La madre intenzionale non può “tirarsi indietro” dal suo ruolo di genitore, proprio perché ha partecipato consapevolmente e attivamente alla decisione di avere quel figlio.
La Corte ricorda anche che il diritto del bambino a essere educato, assistito e cresciuto da entrambi i genitori vale anche quando uno dei due non è genitore biologico, ma ha scelto liberamente e responsabilmente di assumere quel ruolo.
Nessun ostacolo a una legge più inclusiva
La Corte costituzionale ha anche chiarito un altro punto importante. Non ci sono limiti costituzionali che impediscono al legislatore di allargare l’accesso alla Pma anche ad altri tipi di famiglie, come le famiglie monoparentali o formate da due donne. Al momento, la legge italiana permette la Pma solo alle coppie eterosessuali, ma questa scelta – secondo i giudici – non è obbligata dalla Costituzione.
La Corte non ha però considerato irragionevole l’attuale esclusione delle donne single dall’accesso alla Pma, ritenendo che la legge, così com’è oggi, non sia sproporzionata. Ma ha anche sottolineato che una riforma è possibile, se il Parlamento decidesse di aggiornare le regole.
Un passo avanti per le famiglie e i diritti dei minori
Con questa sentenza, la Consulta ha messo al centro il diritto dei bambini e delle bambine ad avere entrambi i genitori riconosciuti, fin dalla nascita, quando sono nati da una decisione comune e consapevole. Ha anche ricordato che il diritto dei figli viene prima delle rigidità legali e delle definizioni tradizionali di famiglia.
Il riconoscimento della madre intenzionale non è solo una questione di diritti degli adulti, ma soprattutto di tutela del benessere dei più piccoli. Garantire loro stabilità, affetto e protezione da parte di tutte le figure genitoriali è, secondo la Corte, un principio costituzionale che lo Stato non può ignorare.