Togliere il ciuccio, come farlo dolcemente e senza traumi
Venerdì, 11 Novembre 2022 09:02Ci sono alcuni passaggi nella vita dei bambini più o meno piccoli che rappresentano un vero e proprio trauma, per quanto ai nostri occhi adulti sembrino cambiamenti necessari e non così difficili. Per esempio, il passaggio dal pannolino al vasino, lo svezzamento, i primi passi...
Ma tra gli stress che possono rivelarsi più impattanti (più o meno a seconda del bambino) sta certamente l'abbandono del ciuccio.
Esistono tuttavia metodi che rendono questo passaggio più tranquillo, meno stressante e più efficace.
Qual è l'età raccomandata per togliere il ciuccio
Partendo dal presupposto che non tutti i bambini utilizzano il ciuccio e che il grado di attaccamento a questo strumento è decisamente diverso tra bambino e bambino, l'età raccomandata da pediatri e pediatre per togliere il ciuccio sono (suppergiù) i tre anni. Attorno a quest'età, infatti, i bimbi e le bimbe smettono gradualmente di interessarsi agli oggetti attorno a loro "assaggiandoli" con la bocca (senza lo scopo del nutrimento) e di conseguenza il ciuccio perde via via il proprio ruolo.
Oltre a questo, togliere il ciuccio entro i tre anni evita di incorrere nella malocclusione dentale e in alcuni disturbi del linguaggio.
Tendenzialmente, l'abbandono del ciuccio avviene naturalmente e senza grandi traumi, in maniera graduale, e in questo caso i genitori non si trovano a chiedersi come allontanare i bimbi e le bimbe dalla tettarella. Ma in altri casi può invece risultare più complicato, soprattutto se il bimbo o la bimba che lo usa ne è particolarmente attaccato.
Quando il passaggio è traumatico?
Il passaggio diventa quindi traumatico quando vi è un attaccamento profondo al ciuccio. La causa a monte è da ricercarsi nell'utilizzo errato di questo strumento. Se, infatti, culturalmente siamo abituati a pensare al ciuccio come a un mezzo per rispondere all'esigenza naturale dei bambini a succhiare, in realtà questo bisogno naturale è soddisfatto tranquillamente dal seno (o dal biberon), come spiegano anche da Uppa.
Dare il ciuccio diventa invece un "plus", un oggetto confortevole che rassicura il bambino, ma che se utilizzato in maniera sbagliata - quando, per esempio, dato ad ogni pianto - si trasforma in un'esigenza profonda, perché in grado di consolare immediatamente il momento di disagio.
È normale, quindi, che togliere quest'àncora di salvezza al bambino può traformarsi in un passaggio stressante e traumatico, perché si trasforma in una difficoltosa modifica di un'abitudine ormai radicata molto in profondità.
I metodi per dire addio al ciuccio
Prima di tutto, meglio evitare i metodi a strappo improvviso, come quello che prevede la "sparizione" del ciuccio o il "rapimento" del ciuccio da parte di una strega. È facile intuire che, soprattutto per bimbi e bimbe particolarmente attaccati al loro ciuccio, questa modalità rischia sempre di acuire il disagio e di allungare i tempi.
Un buon modo per favorire l'addio al ciuccio è invece quello più graduale che prevede la decisione da parte del bambino. È chiaro che alcuni bambini non la prenderebbero mai da soli, non gli verrebbe mai in mente! Ma con frasi buttate qua e là, dialogo e ragionamenti insieme è possibile portare il bambino a fare sua la decisione. Per esempio, puntando i riflettori sui benefici della bocca libera dal ciuccio (le parole più chiare, le risate più libere...), oppure decidendo insieme il luogo dove riporre il ciuccio durante la maggior parte delle ore della giornata. Il ciuccio sarà lì, a disposizione, ma non sarà del tutto proibito, e questo favorirà un lento passaggio verso l'abbandono.
Un altro consiglio è quello di trovare insieme altri gesti o abitudini confortevoli, che vadano a "sostituire" il ciuccio. Per esempio, durante il pianto si può optare per le coccole e il contatto visivo, mentre prima di dormire si può cominciare a leggere insieme, a cantare insieme una ninna nanna. Insomma: il bambino capirà che esistono altri gesti e strumenti di gestione delle proprie emozioni e della propria quotidianità, e i genitori possono aiutare a individuarli, guidando il bambino senza che il passaggio risulti troppo traumatico.
Autunno: foglie che cadono, tisane calde, zucca, maglioni caldi... E castagne, tantissime castagne!
Che tu le abbia comprate al mercato o che le abbia raccolte nel bosco (la castagnata è una delle attività autunnali con i bambini più divertenti e stimolanti!), ora ti starai chiedendo che farne. Caldarroste? Castagne al forno? In padella o bollite?
C'è però un'altra ricetta, meno conosciuta ma davvero deliziosa: il risotto alle castagne. E qui scoprirai come prepararlo!
Ecco la ricetta del risotto alle castagne, vegetariano e davvero cremoso, che adorerai se ami il sapore della zucca, della buccia della zucca e, in generale, delle castagne e della frutta secca.
La ricetta del risotto alle castagne: come preparare un risotto a partire dalle castagne raccolte nel bosco
L'hummus, salsa mediorientale a base di ceci e tahina, è tra i piatti più diffusi e amati al mondo. Ma non molti conoscono questa versione leggermente diversa e molto, molto sostanziosa e saporita: si chiama Msabbaha ed è una sorta di hummus caldo e abbondante, una crema a base di ceci condita con funghi, uova e olio.
Tipico piatto della zona mediorientale della Galilea, si prepara - un po' come l'hummus di ceci - in pochi passaggi. Ed è davvero delizioso.
Ecco dunque la ricetta del Msabbaha, chiamato anche Masabacha o Mashawsha, l'hummus caldo di ceci da gustare come un primo piatto gustosissimo, accompagnato da verdure miste e da un buon estratto di frutta di stagione.
Se ti piace l'Hummus, adorerai il Msabbaha: come preparare il piatto chiamato Msabbaha, Masabacha o Mashawsha, o semplicemente hummus caldo di ceci
L'amico immaginario è davvero importante
Martedì, 08 Novembre 2022 08:12Capita spesso che a lui ci si riferisca come a qualcosa di buffo, o che addirittua lo si infili in battute denigratorie per sottolineare l'ingenuità o la bizzarria di alcune persone. Eppure l'amico immaginario è davvero importante per le bambine e i bambini.
"Un personaggio invisibile, che ha un nome e che viene nominato nelle conversazioni con altre persone oppure con il quale si gioca per un periodo di tempo - almeno qualche mese -, che per il bambino ha una parvenza reale, e che tuttavia non ha oggettivo fondamento": questa la definizione data da Svendsen nel 1934 e ancora oggi utilizzata per indicare l'amico immaginario dei bambini, una presenza importante per lo sviluppo sociologico. Ecco perché.
Moltissimi bambini lo hanno
È intuibile, ma anche i numeri lo dimostrano: la maggior parte dei bambini e delle bambine durante la propria vita ha avuto un amico immaginario. Secondo uno studio dell'Università dell'Oregon condotto insieme all'Univesità di Washington su un campione di bimbi e bimbe di 7 anni, si parla circa del 65%. Un dato che, peraltro, non varia molto tra bimbi piccolissimi e bimbi che hanno iniziato la scuola elementare.
Secondo la professoressa Stephanie Carlson, assistente di psicologia presso l'Università di Washington, si tratta di percentuali importanti che contraddicono molte delle teorie passate riguardanti le fasi dell'infanzia, come per esempio quelle proposte da Sigmund Freud e Jean Piaget, dal momento che i numeri dimostrano come avere un amico immaginario sia normale anche tra i bambini che frequentano la scuola, e non solo tra quelli di 2-3 anni.
I 2-3 anni, peraltro, è proprio l'età più comune attorno alla quale cominciano a comparire i compagni immaginari, che non sono definitivi e che spesso cambiano e si evolvono durante l'infanzia, aumentando di numero, variando completamente o trasformandosi in diversi personaggi (non solo umani).
A volte, gli amici immaginari sono fisici e concreti: si tratta dei peluche, dei pupazzi e delle bambole. Altre volte si tratta di persone o animali "invisibili" con i quali le bambine e i bambini comunicano e si interfacciano, ad alta voce oppure nella propria mente.
A cosa serve l'amico immaginario
Ma perché i bambini e le bambine hanno un amico immaginario? Qual è il suo ruolo? La sua funzione?
Prima di tutto, l'amico immaginario rappresenta un'opportunità unica e molto profonda per giocare di ruolo, inventando situazioni (infantili o adulte) nelle quali i bambini possono sperimentare la lettura del mondo, il problem solving e la fantasia.
Si tratta poi di uno strumento per praticare la propria socialità. E non è per nulla vero che ad avere gli amici immaginari siano i bambini e le bambine più timidi. Anzi: fare pratica con l'amico immaginario permette ai bimbi di interagire con più agio con i loro coetanei.
Questo amico, inoltre, è un ascoltatore molto prezioso. A lui i bimbi e le bimbe confidano le proprie domande, i propri timori, i propri pensieri, ricevendo risposte adeguate alla loro comprensione, perché di fatto arrivano da loro stessi.
Comprendere ed esprimere le emozioni
Accanto a tutto questo, l'amico immaginario rappresenta anche la possibilità per il bambino di affrontare meglio ciò che ha dentro, indagando le proprie emozioni e i propri sentimenti mentre "parla" con un'altra persona (seppur invisibile e reale solo per lui - che, tuttavia, sa molto bene che si tratta di finzione).
Infine, l'amico immaginario è un grande consolatore, proprio per tutti questi motivi: a lui i bimbi e le bimbe affidano le emozioni, le insicurezze, i dialoghi interiori, le fantasie, i giochi, e a lui si affidano quando hanno paura o si sentono a disagio, facendoli sentire meno soli.
Conosci il mate? Si tratta di una bevanda tipica argentina ottenuta dall'erba mate, che viene infusa in acqua molto calda per rilasciare il suo sapore, proprio come un tè. A differenza del tè, tuttavia, non si beve direttamente dalla tazza, ma si succhia attraverso un cucchiaino apposito (chiamato bombilla) che permette di gustare l'infusione senza che le foglie di erba mate salgano in bocca.
L'erba mate si trova in commercio essiccata e sminuzzata, ed è proprio essa che ti servirà per preparare il mate, che è abbastanza diuretico, e che - attenzione! - ha un alto contenuto di caffeina (circa il 2% per tazza).
Come si prepara il mate: come ottenere una tazza di mate dall'erba essiccata
La lallazione, un momento importante dello sviluppo
Venerdì, 04 Novembre 2022 09:35Lallazione: già dal suono di questa parola si intuisce di cosa parliamo. "La-lalla-la": la tipica cantilena dei bambini piccoli ha un nome, e soprattutto rappresenta una fase delicata e importantissima dello sviluppo, ovvero il momento che precede le prime parole.
Il termine deriva dal latino: la parola lallatio, traducibile con il verbo "lallare", indica l'abitudine di canticchiare semplici sillabe (come "La-la", appunto) per addormentare i bimbi e le bimbe. Ma non è solo una ninna nanna: gli stessi bambini "lallano", ripetendo suoni semplici e facilmente articolabili.
Cos'è la lallazione
La lallazione può essere considerata il punto di partenza dell'espressività del bambino, ovvero uno dei primi segnali di comunicazione (in questo caso verbale, anche se solo sonora) con il mondo esterno, diverso dal mero pianto.
Tendenzialmente i bimbi e le bimbe iniziano a lallare intorno ai sei mesi. Non si tratta di prime parole, come si tende a voler credere, ma di sillabazioni a se stanti, che spesso cambiano da lingua a lingua. Ecco perchè i primi "ma-mma" (o "pa-ppa", o "te-te", "la-la"...) non possono essere ritenuti propriamente prime parole. Si tratta più semplicemente di una cantilena di sillabe ripetute, la cui origine è l'imitazione della lingua vista e ascoltata tra gli adulti.
Per capire che non si tratta di prime parole ma di lallazione, basta osservare i bambini: non usano queste sillabe per chiamare, destare l'attenzione o indicare qualcosa, ma sfruttano il suono un po' per tutte queste cose, ripetendolo anche tra sé e sé mentre giocano.
Perché è importante
La lallazione è importante perché è una delle prime modalità con le quali i bambini sperimentano il controllo della propria voce, ascoltandola e osservando cosa provoca all'esterno e nelle altre persone.
Ha quindi una duplice importanza: sociologica e di crescita, perché di fatto i bambini si rendono conto di stare comunicando con gli altri; ma anche fisica e psicomotoria, in quanto la lallazione è un vero e proprio allenamento alle prime parole.
Come stimolare la lallazione
Prorpio come avviene con le prime parole (ci sono piccole abitudini che possono aiutare i bimbi e le bimbe a imparare a parlare), anche la lallazione ha bisogno di stimoli esterni, anche se viene abbastanza naturale (comparendo intorno ai 6 mesi, fino ai 7-8, e modificandosi verso i 9-10, con la comparsa di nuove vocali mischiate tra le sillabe).
E anche in questo caso gli stimoli primari sono gli esempi che forniamo ai bebè: filastrocche, canzoni, paroline ripetute... Possiamo anche fare terminare a loro qualche parola, lasciando che inseriscano qua e là le loro lallazioni, con costanza e pazienza.
Utilissimo è anche il contatto visivo: quando il bebè è tranquillo e concentrato sul nostro volto, approfittiamone per lallare a nostra volta, lasciando che il bimbo o la bimba osservi i movimenti della bocca e i suoni che ne conseguono. L'imitazione, infatti, è molto efficace, e quindi questi momenti sono estremamente importanti.
Essendo senza uova e senza burro, questa pasta sfoglia è irresistibilmente vegana: leggera e saporita, è condita da meno sensi di colpa (in termini salutistici) ed è adatta a chi ha scelto una dieta priva o povera di ingredienti di origine animale.
E chi crede che preparare la pasta sfoglia senza burro sia impossibile, o che il risultato non sia soddisfacente, certamente si stupirà.
Ecco dunque la ricetta della pasta sfoglia vegana senza burro, alla base della preparazione di croissant, grissini e altre deliziose leccornie.
La ricetta della pasta sfoglia senza burro: come preparare la pasta sfoglia vegana
Come si lavano i capelli dei neonati
Mercoledì, 02 Novembre 2022 08:45Ci sono bimbe e bimbi che nascono con una capigliatura già foltissima, e bambini e bambine che invece si presentano al mondo più spelacchiati. Non importa la quantità: i capelli dei neonati vanno lavati con accortezza, proprio come nel caso delle orecchie, del prepuzio e di altre zone essenziali, perché come sempre quando si parla di bambini appena venuti al mondo "delicatezza" è la parola d'ordine.
Ecco dunque una semplicissima regola da seguire quando si lavano i capelli dei neonati, per evitare di essere troppo aggressivi e per mantenere il bagnetto un momento rilassante, di coccola per favorire il legame parentale.
I capelli dei neonati
I primi capelli dei neonati non sono definitivi. Subiscono modificazioni importanti nel corso dei primi anni di vita. Anzi: già durante la gestazione, dal momento che all'interno della placenta presentano una peluria chiamata vello. Questo vello cade però verso l'ottavo mese di gravidanza, lasciando posto ai capelli veri e propri, che spunteranno proprio dai bulbi piliferi dai quali era in precedenza nata questa peluria lanuginosa.
Spesso i capelli dei bebè sono morbidi e molto fini, e nel corso dei mesi successivi alla nascita cadono per venire sostituiti da peli più forti, spessi e di colore leggermente diverso. A causare queste modificazioni sono gli ormoni, che subiscono notevoli variazioni durante il passaggio dall'utero al mondo esterno.
Ma quanto ci impiegano i capelli a diventare "definitivi"? Tendenzialmente accade nel primo anno di vita, ma può succedere anche più avanti, fino ai tre anni.
Come lavare i capelli dei neonati
Durante i primi anni di vita del bebè, in realtà, basta pochissimo. La regola è la stessa che va applicata al bagnetto in generale: durante i mesi in cui il bambino non gattona ancora e non si sporca, il bagnetto non serve prettamente per il lavaggio del corpo. I bebè, infatti, non sono sporchi e la loro pelle non va sgrassata e igienizzata. Anche perché il film lipidico che si forma sulla cute è importantissimo per la sua protezione! Se quindi per il bagnetto bastano acqua tiepida (a 37 gradi, con una temperatura esterna di circa 25 per evitare sbalzi quando il bebè esce dall'acqua) con l'aggiunta di amido di riso o l'utilizzo (facoltativo) di detergenti estremamente delicati, anche per lo shampoo si può seguire la stessa regola.
Non serve dunque acquistare "shampoo per neonati". Nemmeno per i bebè con capelli folti e lunghi. Basteranno l'acqua tiepida e un massaggio soft, a cui è possibile aggiungere una piccolissima quantità di shampoo neutro diluito con acqua.
Dove ammirare il foliage in Italia: i luoghi autunnali più belli
Venerdì, 28 Ottobre 2022 09:53Arriva (come spesso accade) dagli Stati Uniti, ma l'amore per il foliage è qualcosa che è insito in noi da sempre. I colori dell'autunno, infatti, scaldano il cuore in maniera naturale e potentissima ed è normale avere voglia di immergersi completamente nell'atmosfera di questa stagione.
Cercare i luoghi più belli dove ammirare il foliage è quindi diventata una consuetudine: ci sono zone nelle quali le foglie cadute dai rami degli alberi creano tappeti sensoriali davvero incantevoli. E per quanto sia una tendenza estetica (fotografarsi in mezzo ai colori caldi delle foglie è una Instagram oportunity che non ci si lascia mai sfuggire), vero è che la confortevolezza dell'autunno è un potentissimo antistress. E se circondarsi di cose belle, che fanno stare bene, è la prima regola per sentirsi meglio, perché non farlo?
Ecco dunque i luoghi più belli in cui ammirare il foliage in Italia, circondandosi delle calde tonalità autunnali e camminando su tappeti di foglie che crepitano sotto i piedi.
Trentino
Due sono le valli trentine consigliate per godere di un foliage affascinante e incredibile: la Val di Funes, nel Sud Tirol, e la Val di Non, tra meli e vigneti sconfinati punteggiati dalle foglie degli alberi tra il giallo e l'arancione.
Lombardia
A Bergamo la Pro Loco ha addirittura organizzato delle giornate dedicate al foliage: dal 12 al 21 novembre 2022 l'associazione ha organizzato diverse escursioni e visite guidate nei luoghi autunnali più affascinanti, dalla Valmarina alla strada vecchia di Longuelo, dal Belvedere dei Colli al Monte Bastia, dal bosco di Castagneta ai colli di Bergamo, tra foglie cadute e ville Liberty.
Piemonte
Altri vigneti, altro foliage da ammirare: il Monferrato e le Langhe, con le loro colline a perdita d'occhio, in autunno sono particolarmente romantici e rilassanti, per passaggiate o biciclettate tra le vigne scoprendo gli odori e i sapori piemontesi più puri.
Liguria
Il luogo perfetto per vedere (e fotografare) il foliage in Liguria sono i boschi del Parco del Monte Beigua. A cavallo con l'Emilia Romagna, invece, sono consigliati il Monte Bue e il Lago Nero.
Foliage in Emilia Romagna
Scavallando il Monte Bue arriviamo nel pieno dell'Emilia Romagna. Qui il modo migliore per fotografare i tappeti di foglie è recarsi sui colli piacentini. Ma notevoli sono anche le brughiere di mirtillo che si trovano sul Monte Prado, che si trova sull'Appennino Reggiano.
Umbria
I Monti Sibillini sono leggermente brulli, ma in generale l'Umbria è un luogo ricco di verde, che in autunno si trasforma per offrire paesaggi e strade colorati di caldi arancioni e rossi. Ogni borgo, quindi, è ideale per ammirare il foliage: da lì basterà cercare parchi e boschi vicini per immergersi nel calore dell'autunno del centro Italia.
Molise
Anche il Molise è una regione che offre notevoli spunti dal punto di vista del foliage. Il luogo ideale? La Valle dell'Orfento.
Puglia
Infine, più a Sud, vale la pena visitare il Gargano in autunno: qui si trova la foresta Umbra (che tuttavia è pugliese!), che durante la stagione autunnale è un'esplosione di colori caldi e avvolgenti.
Questa crema autunnale è una zuppa di funghi saporita e deliziosa, per serate in cui c'è bisogno di scaldare la pancia e il cuore mentre fuori il primo freddo inizia a imperversare!
Il sapore dei funghi, che ricorda il bosco e la natura, farà impazzire chi ama la montagna.
Ecco dunque la ricetta semplicissima della crema di funghi autunnale, per preparare una confortevole zuppa a base di funghi portobello o prataioli.