Mamma pret a Porter

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Mi presento

Sabato, 17 Maggio 2014 13:59

Ciao, sono Papavero3, sesso solitamente femminile, giornalista, talvolta moglie di un marito viaggiatore e MAMMA, TANTO MAMMA. E si perché come tante donne di oggi la divisione tra l’essere mamma e la voglia di crescere i miei figli, giustappunto perché sono la loro madre mi logora alquanto.

La mia amica Giulia mi ha chiesto di tenere un blog sul suo super portale. Inizialmente ho gentilmente declinato l’invito in quanto, come credo anche tu che in questo momento mi stai leggendo, sono letteralmente a -88  delle cose che dovevo fare ieri: praticamente quando sei mamma la lista delle cose urgenti si divide a sua volta in cose urgenti e cose che se non faccio oggi mi raddoppiano la multa. C’è da dire che Le Poste Italiane non sono proprio mammafriendly, e neppure la burocrazia varia. Comunque senza dilungarmi alla fine ho detto di si, ho accettato: questo per me sarà un diario terapeutico, un luogo dove raccontare i miei pensieri, le mie vicissitudini di mamma del 2000, un po’ irrequieta, un po’ storditella dopo 4 anni di notti insonni. Qui non doserò parole, non baderò alla sintassi, all’italiano alle ripetizioni: scriverò un flusso di pensieri, spesso credo contorti. Questo è una chiacchierata tra amiche al telefono. Non so voi ma io da quando sono mamma TOGLIETEMI TUTTO MA NON INTERNET E IL TELEFONINO. Credo che siano strumenti fondamentali al pari delle associazioni a sostegno della prevenzione della depressione post partum.

Non sono abituata a scrivere di cose mie, personali: nella mia quotidianità scrivo di sport. Ho sempre sognato di fare la giornalista, volevo essere l’eroina della verità con la V maiuscola. Prima di diventare mamma lavoravo in una famosa rivista a tiratura nazionale, poi con la nascita della mia prima bimba ho deciso di trovare soluzioni che si conciliassero maggiormente con la mia ispirazione di crescere lei, la mia piccola pupa. Ora appunto sono giornalista freelance e mi occupo aimè principalmente di sport: dico aimè perché l’unico sport che pratico più o meno assiduamente è il sesso. Da piccola hanno provato a farmi fare danza ma ero alquanto imbarazzante. Il mio compromesso è però questo, per cui per ora faccio quello che mi passa il convento. Essere giornalista freelance significa che quando devi fare un articolo (anche se sei a casa e la tua bimba ha la febbre e ti si accozza al collo per 22 ore su 24 e non dormi da due giorni) tu DEVI FARLO, altrimenti chiameranno qualcun altro. E ovviamente se sei già di tuo poco poco ansiosa c’è da divertirsi… In questo spazio invece non c’è ansia, non c’è competizione, non c’è prestazione. Non devo essere veloce, efficiente, non devo convincere nessuno. Sono solo io, una donna, una mamma e un foglio bianco.

Papavero3

p.s. dico solitamente femminile perchè non ho ancora capito se sono io un uomo mancato quando vorrei farmi i cazzi miei come fa mio marito o se è mio marito che è semplicemente egoista prima che uomo. Lo scopriremo mai?

 

foto tratta da hdwallsource.com

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Come fare il dado vegetale in casa

All'interno dei dadi ci sono davvero non solo gli scarti ma anche conservanti, glutammato monosodico e insaporitori di vario tipo. In realtà fare il dado in casa è semplicissimo, bastano davvero pochi ingredienti! 

Trovate la mia ricetta completa sul mio libro The Family Food, cucina naturale per famiglie incasinate, che potete acquistare qui: http://www.trevisini.it/index.php/mental-fitness/the-family-food.html, oppure su Amazon o ancora in tutte le librerie d'Italia. 

Qui vi spiego invece la ricetta base del dado vegetale: come realizzare in pochi semplici step un dado vegetale gustoso e multifunzione

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L'amore è cieco

Venerdì, 16 Maggio 2014 12:48

Meravigliosa, lungimirante saggezza popolare perché il modo di dire “L'amore è cieco” oltre ad essere perfetto per i novelli sposi, che raramente notano i difettucci del proprio partner, è altrettanto perfetto anche per le coppie che hanno sulle spalle più di qualche anniversario. Dopo anni di matrimonio, bambini che urlano, calzini sempre arrotolati al rovescio, pestilenziali borsoni da calcetto, dimostrerebbero come davvero l'amore sia cieco; per continuare a stare con questi maschi che da gestire sono più complicati dei lori figli dobbiamo davvero essere cieche e innamorate. Si anche! Ma in realtà, dopo anni di quotidianità coniugale, molte di noi diventano cieche davanti ai pochi pregi che tentano di mostrare questi mariti che ogni tanto vorremmo strozzare.

È vero che ci hanno già conquistate tempo fa ma continuano ogni giorno a ricercare la nostra approvazione, solo che la maggior parte di loro “sono attentissimi” a non farsi sgamare. E così, per non sbagliare, finiscono per non fare nessun gesto platealmente romantico che ci faccia ricordare quanto ci amino e si preoccupino di noi.

Gli uomini, con il tempo, trovano modi insoliti e bizzarri per dimostrare amore. All'inizio, quando dovevano ancora conquistarci, hanno tirato fuori armamentari di tutto rispetto: fiori, cene a lume di candela, cioccolatini, passeggiate in riva al mare, SMS latte e miele, serenate, sviolinate, occhioni luccicanti . . . poi, con il tempo, i fiori sono diventati sedani e broccoli di ritorno dal fruttivendolo, le cene a lume di candela pizza, birra e rutto libero davanti a una partita qualunque, invece dei cioccolatini ci portano la tachipirina dalla farmacia, le passeggiate in riva al mare sostituite dalle corse al supermercato dieci minuti prima della chiusura, il classico SMS “buongiorno amore mio . . .” è diventato un post-it attaccato al telefono dell'ingresso “vedi che il cane ha lasciato un ricordino sul tappeto della cucina”, le serenate adesso sono urla di dolore per la schiena bloccata di ritorno dall'ennesima partita di calcetto con ragazzini che hanno metà dei loro anni, le sviolinate sono diventate grugniti gutturali emessi mentre stanno inebetiti davanti alla TV, gli occhioni luccicanti . . . aspettate! Gli occhioni luccicanti! Siamo certe che gli occhini luccicanti non siano ancora lì?

Forse all'amore matrimoniale accade proprio come agli anziani, la vista viene meno, logorata dal passare del tempo, sugli occhi si forma un sorta di velo e tutto appare sfocato. Per le cataratte nessun problema, esiste la chirurgia laser, ma per le cataratte dell'amore? Come fare?

Qualche hanno fa mia nonna ha fatto l'operazione per le cataratte, quando si è ripresa vedeva cose che non vedeva da così tanto tempo che nemmeno le ricordava più. Mi ha detto che non ricordava che gli alberi avessero le foglie, sapeva che le avevano ma lei vedeva un grosso tronco marrone con un grosso nuvolone verde sopra.

E noi? Come stanno le nostre cataratte? Quando guardiamo i nostri mariti stiamo vedendo le foglie o solo un grosso nuvolone verde? I broccoli e i sedani ci sembrano fiori mancati o ci vediamo un uomo che si è ricordato con amore di passare dal fruttivendolo? Quando guardiamo i nostri mariti cosa vediamo? Uomini pieni di foglie e amore che si impegnano come riescono per occuparsi di noi e dei nostri bambini o grossi nuvoloni verdi che hanno lasciato il romanticismo nel loro vecchio appartamento da single?

Ho lavorato per qualche mese con il marito della mia amica Giada, uno smemorato patologico, non so se fossero più le mattine che lasciava il portafoglio a casa o quelle in cui dimenticava la password del PC, non c'era verso che si ricordasse qualcosa, nemmeno quello che si scriveva. Capirete il mio stupore quando Giada mi ha raccontato di come quest'uomo privo di memoria non abbia dimenticato una sola mattina di aprire la lavastoviglie come lei gli aveva chiesto o di portare a casa tutte le cose che gli aveva ricordato di comprare tornando dal lavoro. Eccole lì due delle sue innumerevoli piccole foglie. È vero niente fiori, niente cioccolatini, niente serenata, ma a Giada servivano latte, zucchero, uova e piatti asciutti.

Quando un marito rientra in casa una moglie lo guarda e può pensare “in ritardo - niente fiori - già borbotta” e dargli come voto una brutta “F” tenendo a mente di dire alla suocera alla prima occasione “il ragazzo è intelligente ma non si applica”, oppure può guardare più attentamente e pensare “lavorato sodo per i nostri progetti – preoccupato della salute dei bambini - ricordato di pagare la bolletta del gas” e dargli come voto una bella “A--”. A scuola dovevamo ottenere risultati immediati, in un matrimonio è l'impegno costante e giornaliero l'unica cosa che vale la pena di valutare.

I nostri uomini sono uomini, sono per natura disordinati, distratti, smemorati e con la soglia di attenzione di un furetto ubriaco, ma se osserviamo con accortezza le loro foglie e le curiamo amorevolmente scopriremo che per quanto sia stato bello essere corteggiate i primi mesi, se, influenzate, diciamo “babba bia bi sento bale” non ce ne facciamo nulla dei cioccolatini ma abbiamo bisogno di un uomo dagli occhioni luccicanti che borbottando scenderà in farmacia in pigiama e giaccone.

A essere ciechi non devono essere gli occhi ma il cuore, cosicché si riesca a pensare “come è fico mentre in pigiama scende in farmacia”. Quando eravamo delle adolescenti non avremmo mai pensato di mettere le parole “pigiama”, “farmacia” e “fico” nella stessa frase ma adesso che siamo pragmatiche donne sposate un uomo che scende in pigiama in farmacia non è forse la cosa più romantica del mondo?

Guardate le foglie, a volte vi servirà una lente di ingrandimento per trovarle in mezzo al disordine e alle cavolate che fa quel tizio che russa e fa le puzze sotto vostro piumone ma sono le foglie di un padre meraviglioso ed un marito che, a modo suo, si impegna per fare del suo meglio.

 

Per qualunque dubbio, curiosità, domanda, se avete impressioni, consigli, suggerimenti, proposte o reclami per i miei articoli, o anche solo per fare “quattro chiacchiere digitali”, ricordatevi che questo spazio è vostro, nostro, di ogni donna; quindi non esitate a scrivermi a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. ...

 

Foto tratta da www.playerdue.com

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Principe azzurro istruzioni

Venerdì, 16 Maggio 2014 12:41

Qualche settimana fa vi ho raccontato degli uomini e del loro strascico, ovvero il mantello da supereroe che tutti vorrebbero indossare diventando il principe azzurro delle loro donzelle. Molte di voi avranno scambiato il mio per un pezzo comico immaginando il loro burbero e pigrissimo marito intento a fare i lavori di casa con un grembiulino rosa eppure dentro al meno collaborativo degli uomini si cela un'eccellente domestica basta essere delle buone sarte. Lo strascico degli uomini sono le loro donne a cucirglielo addosso.

La prima volta che ho sentito parlare di mariti amorevoli e affettuosi, amanti attenti e generosi, compagni solerti e disponibili a realizzare ogni desiderio della propria compagna, ho riso pensando che la mia amica Francesca stesse un po' esagerando. Lei è una donna deliziosa che in un impegnato pomeriggio di Settembre ha preso ago e filo ed ha intrapreso una strada oscura e sconosciuta: ha fatto di suo marito il suo supereroe iniziando il suo addestramento all'amore incondizionato.

Francesca non riusciva a comprendere quanto stesse rendendo infelice suo marito, che rispondeva al suo modo di fare allontanandosi da lei. Quando le cose hanno iniziato a cambiare nella sua relazione suo marito ha continuato a fare quello che aveva fatto fino ad allora, quello che fanno tutti gli uomini, che è la sola cosa che sono in grado di fare, rispondeva al suo modo di fare e visto che lei lo faceva sentire amato per come ne aveva bisogno, lui ha iniziato a darle il meglio che riusciva a dare diventando il principe azzurro di cui ci hanno letto nelle favole da bambine.

Prima di allora era stata lei stessa a impedire a suo marito di essere il migliore dei mariti, perché si rapportava a lui utilizzando un modello comunicativo femminile, ma suo marito non è una donna e come ogni uomo ha bisogni e modi di fare diversi da quelli delle donne. Per gli uomini è importante sentirsi apprezzati e accettati per poterci dare sostegno e comprensione ma poche hanno la pazienza, la voglia e l'intelligenza di impegnarsi come mogli quanto lo fanno come professioniste o come madri e finiscono per essere professioniste affermate, madri meravigliose ma mogli davvero mancanti e influenzano i loro compagni che saranno a loro volta pessimi mariti. Come sempre tocca fare tutto a noi donne, ma vedetelo come un onore non come un onere, nella battaglia dei sessi le donne sono le uniche in grado di fare, di un matrimonio, un matrimonio felice in cui nessuno ha nulla da voler cambiare.

Secondo Francesca per cucire uno strascico serve molta, moltissima pazienza, ma di quella noi donne moderne ne abbiamo a quintali, e qualche regoluccia.

Fate richieste. Volete che butti la spazzatura? Chiedetelo! È un uomo, non si accorgerà da solo che è ora.

Ricordate che non state parlando con una donna. Gli uomini sono come i furetti, dopo trenta secondi non abbiamo più la loro attenzione. Siete stanche, avete lavato i piatti, dovete vestire i bambini e bla bla bla. Dite solo “Butteresti la spazzatura?” un uomo ha solo bisogno di sapere cosa deve fare. Le frasi devono essere verbo e complemento oggetto, punto.

Dimenticate il verbo potere. Per un uomo non c'è frase peggiore di “Puoi buttare la spazzatura?” nel suo cervello si crea il seguente pensiero: “Certo che posso, ma voglio?” e spesso la risposta non è si.

Abusate del condizionale. Qualunque richiesta va fatta al condizionale: “Butteresti la spazzatura?”. Il potere del condizionale è sottovalutato, io e Francesca abbiamo preso in giro per settimane la nostra compagna di scuola Giada che durante una gita era riuscita a farsi portare tre pesantissime valigie e un gaio beauty case su e giù dal pullman e a spasso per le varie stanze degli alberghi che abbiamo cambiato dal primo ragazzo che le capitava a tiro. Io avevo creduto fosse stata una combinazione di mascara e sbattiti di ciglia, in realtà lei semplicemente chiedeva “Mi porteresti su le valigie?” e il malcapitato di turno scattava sull'attenti. Alla prima occasione provate ad usare con un uomo una frase di questo tipo è divertensissimo vedere l'effetto che ha su di loro il giusto tempo verbale.

Lesinate sulle istruzioni. Non state là spiegargli come fare le cose, chiedetegli di farle e basta, dimostrategli fiducia e lui imparerà da solo a farle come le volete, se fate le maestrine non avrà voglia di fare nulla perché qualunque cosa gli sembrerà un esame che rischia di fallire. Pensate che l'importante, per ora, è solo che faccia la cosa, con il tempo, pur di rendervi felici, imparerà a farle come le volete, o imparerete voi ad apprezzarle per come le fa.

Ringraziate. È la parte più complicata per il 99% delle donne. È qui che lui può indossare il suo mantello. Dopo che avrà finito di fare qualcosa, anche una cosa stupida come aprire una bottiglia d'acqua, dimostrategli che lo avete apprezzato, parole di ringraziamento, sorrisi, magari un abbraccio di gratitudine. Lo so bene che buttare la spazzatura è compito suo, ma se non gli dimostrate l'apprezzamento di cui ha bisogno non saprà che lo state apprezzando e si sentirà inutile.

Ora passiamo alla parte complicata: se lui risponde di no? Dovete sapere che imparare ad interagire con un uomo è impegnativo, avrete bisogno di tempo per capire come funziona e lui per capire che voi vi state ponendo diversamente. Francesca mi ha proposto la teoria delle tre fasi.

Fase 1 – l'accettazione. È bene fare durare questa fase dell'addestramento qualche settimana. Voi chiederete di fare qualcosa. Se lui dirà di no voi rispondete semplicemente “d'accordo” e sopratutto non vi mostrerete stizzite, impazienti, insofferenti. Tranquille. L'idea è fargli capire che può dire no senza conseguenze, ciò lo farà sentire accettato.

Fase 2 – la risposta positiva. Anche in questo caso qualche settimana. Chiedetegli di fare qualcosa che già avrebbe fatto. Ad esempio, se è lui a accendere il camino gli chiederete: “Accenderesti il camino?”. Non aspettate che abbia già iniziato a farlo, si sentirebbe controllato. Chiedetegli cose che di solito fa, in questo modo assocerà una vostra richiesta alla risposta affermativa. Si sentirà utile.

Fase 3 - l'inizio della vostra nuova vita di coppia. Farete una richiesta e se lui dirà di no non discutete, non rispondete, continuate a svolgere le vostre faccende, tranquillamente, come se foste sicure che vi asseconderà, in questa fase di solito gli uomini dicono di no, iniziano a borbottare e poi fanno la cosa senza nemmeno accorgersene e mentre la fanno si rendono conto che non vogliono dirvi di no, che l'unica cosa che desiderano e fare ciò che chiedete, avere la vostra gratitudine, i vostri abbracci, i vostri sorrisi, sentirsi i vostri supereroi insomma, e mentre apriranno la bottiglia dell'acqua penseranno “Sono troppo fico, guardatemi sto aprendo la bottiglia per mia moglie. Sono un eroe”.

Il vostro apprezzamento e la vostra gratitudine, saranno loro a cucire lo strascico del vostro supereroe.

Quando Francesca mi ha raccontato del potere dell'apprezzamento le ho fatto notare che il marito non aveva salvato la terra, aveva solo buttato la spazzatura, ed era anche compito suo. Mi ha fatto notare che si, è vero, è compito suo ma l'unico motivo per cui lo fa volentieri è per fare felice la sua damigella ed a lei non costa nulla. Le ho risposto che lo sta solo prendendo in giro ma in realtà lei ha solo allenato se stessa a dimostrargli amore incondizionato e, non meno importante, lo aiuta a produrre testosterone, l'ormone che gli serve per sentirsi carico e appagato, per sopportare lo stress e prendersi cura di lei, della casa, della loro famiglia e del lavoro.

Francesca ha compreso l'importanza di questa cosa una sera, quando il marito, dopo aver passato una intera giornata a risolvere tanti suoi piccoli problemi di natura pratica ed emotiva, ha risposto con entusiasmo alla sua ennesima richiesta, lasciando spaesata anche lei che si aspettava di essere mandata a fare altro. Sentendosi un po' in colpa, si è scusata per tutte le richieste, la risposta del marito è stata spiazzante: “amo così tanto fare le cose per te, perché poi tu sei tutta contenta, e sono io a farti così felice”. Pur non sapendo quanto Francesca si fosse allenata per riuscire a tirare fuori l'amore che aveva dentro di se, suo marito aveva capito che era proprio l'amore che la moglie gli mostrava a farlo sentire così bene. Lui non desiderava altro che sapere di renderla felice. Francesca ha ammesso che qualche volta, quando lo vede giù di corda, prova a creare un'emergenza, magari rompe qualcosa che sia semplice da riparare, in modo che lui possa aggiustare tutto salvandola, avere la sua gratitudine e ricaricarsi di energia e amore.

È proprio vero il detto che dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna!

 

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Articolo tratto dalla rubrica Da donna a donna by Sam

Foto tratta da www.centralfloridapics.com

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L'inserimento al nido

Venerdì, 16 Maggio 2014 12:29

Fortunatamente è ormai prassi comune alla maggior parte degli asili nido dedicare all’accoglienza al nido del bambino la giusta attenzione ed evidenziarne l’importanza. Spesso per il bambino l’ingresso nel mondo nido coincide con il primo distacco dalla mamma ed è quindi essenziale che questo avvenga con gradualità e consapevolezza, nel rispetto dei tempi del bambino e della mamma.

Ecco i consigli per l'inserimento al nido del bambino: come affrontare l'ingresso all'asilo nel bambino in maniera serena

Solitamente l’asilo nido programma l’accoglienza ipotizzando una determinata tempistica, che va da una a due settimane, garantendo però la massima flessibilità nelle situazioni che richiedono un tempo superiore. Affinchè il tutto proceda per il meglio, sia nido che mamma (o persona che accompagna il bambino in questo percorso) devono offrire le migliori condizioni possibili, al fine di tutelare il benessere del bambino durante il distacco. Se famiglia ed educatrice di riferimento collaborano positivamente in un rapporto di fiducia e stima reciproca, l’inserimento avrà successo in tempi brevi e il bambino vivrà l’avvenimento con serenità.

ANCHE LA MAMMA VIVE L’INSERIMENTO!

Anzi, molte volte le prime a risentirne siamo proprio noi mamme, che ci facciamo prendere dai sensi di colpa e dai nostri mille dubbi.

Quello che ci fa andare in crisi è sentire il nostro bambino piangere mentre ce ne andiamo. Il cuore ci si spezza in due e la nostro vocina interna ci dice: “Ecco, hai visto che brava mamma che sei? Lo stai traumatizzando! Lui si dispera e tu te ne vai, penserà che non lo ami, si sentirà abbandonato…”. Ricordiamoci però che il pianto è l’unico mezzo di comunicazione che ha per esprimere le sue emozioni… e non dovrebbe esprimere dispiacere nel vedere la mamma andare via? È sano che sia dispiaciuto, significa che l’attaccamento che ha sviluppato con la figura materna è buono. Non significa che sta male nel posto in cui si trova, significa che staccarsi dalla mamma in quel momento è doloroso, che, come ogni cambiamento che dovrà affrontare nella vita, costa fatica. La crescita in sé è fatta di crisi da superare per evolvere allo stadio successivo. Potrebbe benissimo riaccadere all’inserimento della scuola dell’infanzia o alla primaria… che cosa facciamo? Non mandiamo più i bimbi a scuola? È questo il loro bene? Se riusciamo a entrare nell’ottica che stiamo facendo una scelta per il suo bene, nella convinzione che in quell’ambiente potrà sviluppare competenze nuove ed essere accudito nei suoi bisogni sia fisici che emotivi, possiamo accettare con più serenità che lui ci comunichi il suo dispiacere nel salutarci e saremo più bendisposte nel mettere in pratica alcune strategie comportamentali che sicuramente lo aiutano nel distacco.

Qui di seguito trovate alcuni consigli pratici per facilitare il distacco.

  • Affrontare l’inserimento con positività e consapevolezza che si sta scegliendo un percorso che porterà benessere al nostro bambino. Le premesse mentali da cui partiamo fanno la differenza. Partire dal presupposto che sto lasciando, mio malgrado, il mio bambino in cui un posto in cui non potrà essere veramente felice e sereno ma che non sono nella possibilità di fare una scelta diversa, è diverso dal credere fermamente che all’asilo il mio bambino potrà fare molte esperienze importanti per la sua crescita e sarà un bambino felice. Questo condizionerà inevitabilmente il nostro stato d’animo e il nostro atteggiamento, il bambino lo percepirà e si comporterà di conseguenza.
  • Raccontargli ciò che si andrà a fare. La verbalizzazione di ciò che succede o succederà intorno a lui è sempre importante per il bambino, anche se molto piccolo. Ciò lo preparerà alla novità, gli permetterà di immaginarsi che cosa lo aspetta e di rassicurarlo. Anche se non ancora in grado di comprendere le nostre parole, il nostro tono della voce, la nostra mimica facciale, i nostri movimenti del corpo, il nostro sguardo, lo faranno sentire tranquillo e al sicuro.
  • Salutarlo bene prima di andare via. È di fondamentale importanza! In ogni situazione in cui la mamma si deve allontanare dal bambino, è necessario che lo saluti facendogli capire chiaramente che sta per andarsene, ma che poi tornerà da lui. Se si lascia il bambino a sua insaputa, egli proverà un grande senso di abbandono e di angoscia. Si sentirà ferito e ingannato. D’obbligo, un saluto affettuoso e poi si va, senza indugi o ripensamenti, che gli creerebbero ulteriore frustrazione, anche se il bambino (come spesso accade i primi tempi) dovesse cominciare a piangere. Vi sta solo comunicando il suo dispiacere nel vedervi andare via, è tutto nella norma, non sta subendo nessun trauma esistenziale. Dopo pochi minuti, se l’inserimento procede bene, si lascerà consolare dall’educatrice e si dedicherà volentieri a qualche piacevole attività ludica.
  • Lasciargli un oggetto per lui rassicurante. Può essere il ciuccio o il suo peluche preferito o ancora il foulard della mamma da annusare e tenere stretto stretto. Per molti bambini è di conforto poter avere a disposizione un collegamento tangibile con il mondo casa o con la mamma stessa.
  • Cercare, per quanto possibile, di non apportare ulteriori cambiamenti alle sue abitudini di vita. In generale, nel momento in cui si introduce una nuova esperienza nella vita del bambino, è bene mantenere costanti tutti gli altri punti di riferimento e le routine consolidate. Questo per non creare uno stato di eccessivo disorientamento, confusione e conseguente stato di tensione.
  • Creare un rapporto di fiducia e stima con l’educatrice, confermando al bambino il nostro compiacimento rispetto al suo stile comportamentale, sia attraverso le parole che i gesti.

 

Dott.ssa Monica Contiero

 

 

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E tu, che mamma sei

Venerdì, 16 Maggio 2014 12:29

“Son tutte belle le mamme del mondo” diceva una vecchia canzone, tutte belle agli occhi dei propri bambini, sì, ma così diverse tra loro nel modo di fare, di vivere la maternità! Ogni donna si cala nel ruolo genitoriale in modo proprio, specifico, unico, che dipende dalla sua storia, dalla situazione ambientale e dal contesto relazionale che vive, dal bambino che ha avuto e dalla relazione che instaura con lui. Ma, tanto per giocare un po’, ci divertiamo a classificare alcuni generi di mamma che normalmente ritroviamo al parchetto, dal pediatra, all’asilo nido… e proviamo a capire a quale categoria possiamo dire di appartenere!

MAMMA ANSIOSA

E’ la mamma sempre in ansia, che corre dal pediatra appena il bambino fa uno starnuto, che lo fa gattonare solo sui tappetoni perché se no prende qualche batterio, che si sveglia di notte per controllare se respira, che non si può uscire col bambino se fuori c’è un alito di vento, che telefona tre volte alla nonna a cui lo ha affidato l’unica sera che esce a mangiare una pizza col marito per essere aggiornata in tempo reale su cosa stia facendo il bambino e che se cade il ciuccio per terra e non ha quello di scorta, è la fine!

MAMMA EASY

E’ la mamma all’estremo opposto della mamma ansiosa. Il suo motto è “Vivi e lascia libero”. Per lei il bambino deve crescere libero di provare e sperimentare , lei permette al bambino di toccare tutto e mettere in bocca, di muoversi nello spazio senza limiti, esce col bambino anche se c’è la bufera, tanto è ben coperto,  non vede l’ora di passare del tempo col proprio compagno senza bambino perché è sicura che starà benissimo con la nonna, e se ha la tosse.. beh, gli passerà!

MAMMA TUTTO FARE

Sempre pronta, sempre con tutto il necessario a portata di mano, operativa, dinamica, sa sempre cosa fare e quando farlo, lei sì che conosce il suo bambino, mica la nonna… se il bambino ha la tosse, per tre giorni gli somministra miele e propoli, dopodichè se non passa,  chiama il pediatra, descrivendogli ora per ora il decorso della tosse. Si scandalizza se al parchetto vede mamme sprovviste di unguento naturale antizanzare, esce a mangiare la pizza con marito e bimbo perché non ha nessun problema a gestire il bebè, passa la giornata a preparare pietanze fatte in casa per il bambino e torte, ad occuparsi delle faccende domestiche e a ricamare sulle bavagline il nome del bambino.

MAMMA BAMBINO PRECOCE

“Il mio bambino già capisce tutto quello che gli dico, nel nido dell’ospedale appena nato già si sollevava sulle braccia, il pediatra tutte le volte che lo visita mi dice che è un bambino precoce in tutto!”.

E’ la mamma che pensa di avere un bambino genio, che sottolinea con enfasi ogni minima conquista motoria o cognitiva del figlio, credendo che gli altri bambini non siano altrettanto competenti. Al parchetto osserva gli altri bambini non trovandone uno all’altezza del suo, sia in fatto di bellezza che di capacità. Parla sempre delle mille prodezze del bambino a chiunque, anche al cameriere che le serve la pizza la sera che esce col marito!

MAMMA NON CE LA POSSO FARE

La maternità non occupa il posto principale della sua vita… sì, l’ha desiderato il bambino, la riempie di gioia, ma non è tutta la sua vita. Ci sono gli aperitivi con le amiche, il corso di yoga, il concerto di musica… va al parchetto col bambino e un bel libro in mano, esce volentieri solo col marito e anzi, deve essere un appuntamento settimanale. Non capisce le mamme che parlano solo di marche di pannolini o tipi di omogeneizzati … lei non lo sa, non le interessa più di tanto, e poi ci sono tante cose più interessanti a cui pensare… prima o poi organizzerà un viaggio nello Yemen!

Allora… tu, che mamma sei?

 

 

                                                                                                                                             Dott.ssa Monica Contiero

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E tu, che mamma sei?

Venerdì, 16 Maggio 2014 12:26

“Son tutte belle le mamme del mondo” diceva una vecchia canzone, tutte belle agli occhi dei propri bambini, sì, ma così diverse tra loro nel modo di fare, di vivere la maternità! Ogni donna si cala nel ruolo genitoriale in modo proprio, specifico, unico, che dipende dalla sua storia, dalla situazione ambientale e dal contesto relazionale che vive, dal bambino che ha avuto e dalla relazione che instaura con lui. Ma, tanto per giocare un po’, ci divertiamo a classificare alcuni generi di mamma che normalmente ritroviamo al parchetto, dal pediatra, all’asilo nido… e proviamo a capire a quale categoria possiamo dire di appartenere!

MAMMA ANSIOSA

E’ la mamma sempre in ansia, che corre dal pediatra appena il bambino fa uno starnuto, che lo fa gattonare solo sui tappetoni perché se no prende qualche batterio, che si sveglia di notte per controllare se respira, che non si può uscire col bambino se fuori c’è un alito di vento, che telefona tre volte alla nonna a cui lo ha affidato l’unica sera che esce a mangiare una pizza col marito per essere aggiornata in tempo reale su cosa stia facendo il bambino e che se cade il ciuccio per terra e non ha quello di scorta, è la fine!

MAMMA EASY

E’ la mamma all’estremo opposto della mamma ansiosa. Il suo motto è “Vivi e lascia libero”. Per lei il bambino deve crescere libero di provare e sperimentare , lei permette al bambino di toccare tutto e mettere in bocca, di muoversi nello spazio senza limiti, esce col bambino anche se c’è la bufera, tanto è ben coperto,  non vede l’ora di passare del tempo col proprio compagno senza bambino perché è sicura che starà benissimo con la nonna, e se ha la tosse.. beh, gli passerà!

MAMMA TUTTO FARE

Sempre pronta, sempre con tutto il necessario a portata di mano, operativa, dinamica, sa sempre cosa fare e quando farlo, lei sì che conosce il suo bambino, mica la nonna… se il bambino ha la tosse, per tre giorni gli somministra miele e propoli, dopodichè se non passa,  chiama il pediatra, descrivendogli ora per ora il decorso della tosse. Si scandalizza se al parchetto vede mamme sprovviste di unguento naturale antizanzare, esce a mangiare la pizza con marito e bimbo perché non ha nessun problema a gestire il bebè, passa la giornata a preparare pietanze fatte in casa per il bambino e torte, ad occuparsi delle faccende domestiche e a ricamare sulle bavagline il nome del bambino.

MAMMA BAMBINO PRECOCE

“Il mio bambino già capisce tutto quello che gli dico, nel nido dell’ospedale appena nato già si sollevava sulle braccia, il pediatra tutte le volte che lo visita mi dice che è un bambino precoce in tutto!”.

E’ la mamma che pensa di avere un bambino genio, che sottolinea con enfasi ogni minima conquista motoria o cognitiva del figlio, credendo che gli altri bambini non siano altrettanto competenti. Al parchetto osserva gli altri bambini non trovandone uno all’altezza del suo, sia in fatto di bellezza che di capacità. Parla sempre delle mille prodezze del bambino a chiunque, anche al cameriere che le serve la pizza la sera che esce col marito!

MAMMA NON CE LA POSSO FARE

La maternità non occupa il posto principale della sua vita… sì, l’ha desiderato il bambino, la riempie di gioia, ma non è tutta la sua vita. Ci sono gli aperitivi con le amiche, il corso di yoga, il concerto di musica… va al parchetto col bambino e un bel libro in mano, esce volentieri solo col marito e anzi, deve essere un appuntamento settimanale. Non capisce le mamme che parlano solo di marche di pannolini o tipi di omogeneizzati … lei non lo sa, non le interessa più di tanto, e poi ci sono tante cose più interessanti a cui pensare… prima o poi organizzerà un viaggio nello Yemen!

Allora… tu, che mamma sei?

 

 

                                                                                                                                             Dott.ssa Monica Contiero

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Anvedi che panza!

Venerdì, 16 Maggio 2014 06:26

di ciccia, disperazione e frustrazione dopo il parto

Una tra le più frequenti domande che le future e neomamme mi pongono riguarda l’utilità o meno di indossare la famosa “fascia” o “pancerina” (chiamarla pancera forse fa troppo senso…) dopo il parto. Io, che mi definisco un’ostetrica “pro-mamma” sempre e comunque, e che non mi piace essere ‘talebana’ in nessun suggerimento, a questo quesito mi sento tuttavia di rispondere con un categorico “NO”. Non me ne vogliano le aziende che le producono o i negozi che le vendono. Proprio ieri, entrata in un noto negozio di articoli per la prima infanzia per acquistare un regalo, mi è capitato di ascoltare sprazzi di una conversazione tra una futura mamma e la commessa di turno che illustrava le infinite proprietà della pancera (chiamiamola con il suo vero nome: è una pancera). Prima fra tutte, il “dopo il parto almeno torni piatta subito e la pancia non si noterà”. Alt, ferma tutto. La pancia potrebbe anche non vedersi, e ok che se occhio non vede cuore non duole…ma ai muscoli di quella mamma, chi ci pensa? Se pensate di acquistare e dunque utilizzare una pancera dopo il parto per nascondere la pancia che normalmente continuerà a vedersi per ancora diverse settimane, state sbagliando qualcosa. Quando il bambino nasce, gli organi attorno all’utero, così come i muscoli della parete addominale, hanno bisogno di ritrovare il loro equilibrio, tornare lentamente alla posizione di partenza. La natura è lenta, lo avete imparato durante la gravidanza… La pancia è cresciuta piano piano, probabilmente c’è stato un momento preciso in cui l’avete vista aumentare di molto, ma i mesi dell’attesa sono stati tutti utili a preparare al meglio il vostro corpo, con i tempi giusti. Questo vale anche per il dopo: l’utero stesso e il pavimento pelvico (l’insieme delle strutture muscolari che abbracciano i nostri organi genitali, la vescica, l’uretra e l’intestino) hanno bisogno di almeno 6-8 settimane per rientrare nei ranghi. Questo è il tempo minimo di attesa, ad esempio, per la ripresa dell’attività sportiva, che dovrebbe comunque sempre essere preceduta da un periodo di riabilitazione del pavimento pelvico (ma di questo parleremo più avanti).

E’ difficile, magari è snervante, frustrante. Specie quando parenti ed amici commentano con le solite simpaticissime frasi del tipo “Ma ti è rimasta ancora la pancia! Sembra che non hai partorito!”. E’ indubbio, da noia, ci infastidisce. Ma dobbiamo capire che è normale, e che è un momento passeggero. Avete partorito, i vostri muscoli ed organi si assesteranno e arriverà il momento in cui riuscirete ad occuparvi di voi e del vostro fisico. Il commentatore imbecille, invece, è fatto proprio così, ed è probabile che resterà il solito cretino di sempre. (In caso di particolare irritazione, è concesso farlo notare apertamente all’interlocutore).

 E la pancera? La pancera schiaccia e comprime tutto quanto, silenziando il lavoro dei muscoli addominali. Avete capito bene, la pancera non consente un lavoro armonico della vostra parete addominale, dunque può potenzialmente ritardare il ritorno alla vostra dimensione fisica pre-gravidanza. La pancera non ci aiuta a ritrovare la forma. Stupite?

Diverso è se, in caso di parto cesareo, si dovesse sentire particolare male, dolore, fastidio alla cicatrice e allo spostamento di tutti gli organi interni. Se l’uso della pancera per i primi giorni ci dona sollievo, concediamocela, ma cerchiamo il prima possibile di eliminarla, piuttosto contattiamo un osteopata per un aiuto nella ripresa e nel re-equilibrio dopo il parto.

Ostetrica Eleonora Bernardini

www.acasaconte.com

 

Foto: jead Beall Photography tratta dal sito gazeta-shqip.com

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Ambarabacciciccocco... quel pisellino a chi lo do?

Venerdì, 16 Maggio 2014 06:19

E’ nato, è un maschietto. E’ sano, roseo e bellissimo. Tutti, ma proprio tutti – parenti, amici, vicini di casa, portinaia, giornalaio, panettiere, estetista, parrucchiere, esattori delle tasse – si complimentano con voi per la meraviglia che avete creato. E qualcuno, immancabilmente, non si dimenticherà di elargire consigli, spesso non richiesti. “Non tenerlo troppo in braccio che lo vizi!”. “Lascialo piangere che si fa i polmoni!” (Si fa i polmoni!? Quindi se non piange non gli crescono? Qualcuno ha mai sentito parlare di embriologia?). “Se vuole mangiare ogni ora è perché non hai abbastanza latte o non è abbastanza nutriente!” (E tu invece che rompi le scatole sentenziando assurdità ogni trenta minuti, dimmi, quale problema avresti?). E via dicendo, fino all’estremo consiglio finale: “Quando gli cambi il pannolino, devi tirargli giù la pelle del pisellino per scoprirglielo e lavarglielo per bene, altrimenti gli verranno infezioni, si chiuderà tutto e avrà problemi da grande con le ragazze.” E sì, probabilmente diventerà anche un drogato, un ladro, un assassino, o un politico.

Care mamme, cari papà, alt. Facciamo un passo indietro. Anatomicamente parlando, il pene maschile è naturalmente coperto nella sua parte apicale, il glande, dalla pelle del prepuzio, che assolve la funzione di protezione, e che lascia fuoriuscire il glande nel momento dell’erezione. In un neonato, è normale non vedere il glande, dal momento che esiste nessuna utilità alla sua fuoriuscita. Il prepuzio non occlude tutto completamente, infatti l’urina è in grado di fuoriuscire riempiendo il pannolino e regalandovi mille fontane dorate. Ma perché questa smania di smanettare, tirare giù, aprire?

Proprio perché il glande del bambino non fuoriesce dal prepuzio normalmente per almeno i primi 3 anni di vita, spesso la prima paura è che possa rendersi difficile una buona operazione di igiene, causando infezioni genitali. In realtà, è proprio il prepuzio che tenendo tutto “chiuso” e protetto, limitando l’ingresso di germi o sostanze potenzialmente irritanti o nocive per la salute del pisellino. Quindi, invece di forzare, possiamo lasciar fare alla natura, attendendo che tutto possa aprirsi quando ve ne sarà bisogno, senza rischiare danneggiare una protezione che la natura regala ai nostri bambini.

La seconda paura, ovvero di una futura mancata apertura che dovrà risolversi con un intervento chirurgico di rimozione del prepuzio (circoncisione), non ha tuttavia nulla a che vedere con la cosiddetta “ginnastica prepuziale”. Esistono teorie secondo cui l’esercizio di “tira su-tira giù” del prepuzio dovrebbe renderlo più elastico ed evitare possibili chiusure più o meno patologiche (chiamate fimosi), che possono causare non pochi problemi in caso di erezione, oltre ad una futura vita sessuale difficile, dolorosa, inappagante. Esistono teorie secondo cui, invece, addirittura la quasi totalità delle fimosi, che si presentano come un anello fibroso all’apice del prepuzio e che non ne consentono l’apertura e dunque lo scorrimento sul pene, possano essere provocate da…indovinate un po’…proprio dalla ginnastica prepuziale! Insomma, disturbare la natura, anche se con ovvio intento benevolo, può provocare seri danni futuri. Tira che ritira, possono infatti crearsi delle mini cicatrici che, unendosi le une alle altre, possono diminuire invece di aumentare l’elasticità del prepuzio, causando una futura chiusura che si risolverà solo in sala operatoria.

E allora, che fare? Proprio nulla di nulla, e lasciare al controllo pediatrico la valutazione della salute del pene del vostro bambino.

Ps: Vi siete mai chiesti come mai, allora, non venga eseguita la ginnastica imenale alle bambine? Ai posteri l’ardua sentenza.

Ostetrica Eleonora Bernardini

www.acasaconte.com

Immagine tratta da www.merakoh.com

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Neonati o despoti

Venerdì, 16 Maggio 2014 06:16

Spesso, molto spesso, una delle prime parole che si affiancano a quella così dolce e delicata di neonato è … vizio.

Sembra quasi che dal primo istante in cui i bambini vengono al mondo assumano il ruolo del Despota che fa il bello e il cattivo tempo, che governa la casa.

Già in ospedale, durante la degenza a volte si sente dire “Non tenerlo in braccio che lo vizi” Oppure “Ha già capito tutto il signorino, senti come strilla, vuole comandare lui!”

Non riesco mai a capire se dire queste cose di un neonato sia un po’ come elogiarlo o denigrarlo.

Mi spiego.

Se un neonato o comunque un bambino di pochi mesi sapesse esprimere oltre ai suoi BISOGNI anche i suoi VEZZI sarebbe molto, molto più avanti della media dei neonati che ho conosciuto che piangono per far capire ai genitori che qualche cosa non va, che vorrebbero altro o qualche cosa che al momento non possono ottenere da soli (cibo, asciutto, calore, distrazione, sonno).

Se un neonato poi sapesse comandare … bè signori qui ci troveremmo davvero davanti alla salvezza del Mondo intero probabilmente, altro che despota e tiranno, governerebbe l’amore.

Oppure dire ad un neonato che è viziato significa denigrarlo perché il vizio è un’abitudine umana negativa e solo il pensiero che un bambino possa agire in modo negativo mi turba.

Non sono viziati in nostri bambini e neppure tiranni o despoti, sono bambini e il pianto è l’unica espressione che possono usare all’inizio per farsi capire poi non preoccupatevi arriveranno versetti, indici alzati al cielo e caldi abbracci, ma all’inizio solo con il pianto e la mimica facciale e corporea che dobbiamo imparare a capire e rispettare potremmo conoscerne i bisogni.

Ostetrica Veronica pozza

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Il cordone intorno al collo!

Ecografia o fotostoria della gravidanza?

Roberta, tata e mamma

Intervita - mia mamma è (anche una donna)

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