Reparti maternità: quando il parto vaginale viene spacciato per parto naturale
Venerdì, 07 Ottobre 2016 05:06“Vai all’ospedale pincopallino di Milano a partorire se vuoi fare il parto naturale. E poi lì fanno l’epidurale, per cui puoi avere il tuo parto senza dolore. Già, ho letto l’articolo sul giornale e c’era proprio scritto che il numero dei cesarei è il più basso della zona”.
Sembra tutto lineare, numero basso di cesarei significa parto naturale assicurato o quasi. Ma sarà proprio vero? Purtroppo, come spesso capita in questo filone della maternità detto “naturale”, il caos regna sovrano e si rischia di imbattersi in castelli di sabbia. E sì, perché sempre più ospedali costruiscono l’immagine del buon reparto maternità con qualche trucchetto, su filosofie che di naturale hanno ben poco e ancor più che di rispettoso nei confronti della donna non hanno neanche l’ombra.
Ma partiamo dall’inizio: il primo luogo comune da sfatare è che un numero basso di cesarei sia indice di un approccio naturale al parto. Il dato è davvero poco significativo perché:
- non indica quanti bambini sono finiti in terapia intensiva per un “parto naturale per forza”, anche a costo di mettere in pericolo la vita o comunque il benessere della mamma e del bambino. Forse meglio un cesareo se necessario che un bambino in terapia intensiva!
- spesso alcuni ospedali per diminuire strategicamente il tasso dei cesarei inviano donne che hanno avuto già un taglio cesareo e che vogliono ripeterlo presso strutture vicine. Partendo dal presupposto che il VBAC quindi il parto vaginale dopo un cesareo è non solo praticabile ma anche suggerito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dobbiamo sapere che è anche sicura, possibile e assolutamente praticabile l’induzione di travaglio dopo un taglio cesareo. E’ però altrettanto vero che la donna deve essere libera di scegliere, supportata dalla corretta informazione scientifica, senza vincoli, giudizi e strumentalizzazioni. E’ quindi secondo voi corretto dire a una donna “se vuoi fare il cesareo vai in un’altra struttura perché qui noi non te lo facciamo”?. Secondo voi significa rispettate la mamma?
E questo è solo ciò che riguarda il dato statistico di cesarei. Ma andiamo avanti e parliamo dell’epidurale “la migliore amica del parto naturale”, quello che sembra essere lo strumento più utile per portare felicemente a termine un travaglio e un parto. Partiamo dal presupposto che lo strumento migliore è l’istinto della donna, naturalmente predisposta a partorire che, se si affida a un’ostetrica in maniera profonda (certo che un’ostetrica brava fa la differenza) difficilmente avrà problemi nel parto. Si perché una donna sa qual’è la posizione che la può aiutare in quel momento (anche se a volte il suggerimento ostetrico è fondamentale), sa che stare ferma a pancia in su provoca un dolore lancinante ed è solo comodo per l’operatore, sa quando ha bisogno muoversi, sa che non è malata, e che ha bisogno del supporto emotivo e pratico di un’altra donna più che due dita in vagina ogni dieci minuti o una canula piantata nella colonna che diciamolo, non è un aiuto al libero movimento.
L’epidurale infatti in primis generalmente allunga i tempi del travaglio, poi non consente il parto in acqua (il parto che noi ci sentiamo di consigliare a tutte voi), non permette un movimento fluido da parte della donna e l’assunzione di numerose posizioni, talvolta necessarie al benessere del bambino. Questo perché è comunque una procedura medica che può avere complicanze che impediscono un libero movimento, senza contare che spesso la donna perde in maniera parziale la sensibilità alle gambe per alcune ore…
Attenzione poi ad epidurali inserite durante i prodromi: il travaglio generalmente si allunga davvero tanto e il rischio poi è quello di imbattersi in un parto che di fisiologico ha poco, quindi con l’utilizzo delle ventosa o altre manovre che possono danneggiare anche il piccolo: perché si, un travaglio molto lungo non è una manna del cielo neppure per il bambino lo sapevate?
Quindi attenzione a scegliere ospedali in cui si abusa dell’epidurale, perché rischiate di compromettere il vostro parto naturale. Perché se davvero è quello che vogliamo dobbiamo tener presente che la nascita è un evento, un evento che parte dalla gravidanza e si prolunga nei mesi successivi al parto, non è l’uscita dalla vagina del bambino.
1. se non si ha una complicanza della gravidanza o una malattia del bambino è bene scegliere un ospedale più piccolo perché è più garantita un’assistenza one to one dal ricovero al dopoparto e sono meno gravosi gli interventismi inutili dei pediatri con aggiunte, esami e quant’altro.
2. chiediamo i dati percentuali dei parti in acqua: attenzione, non solo il travaglio ma il parto. Eh si, perché partorire in acqua è indiscutibilmente il modo migliore e più dolce per nascere. Poi una mamma è libera di scegliere non solo prima ma anche nel momento stesso di non effettuarlo, ma questo dato percentuale è significativo dell’approccio effettivamente fisiologico di una struttura.
3. Informiamoci sulle posizioni assunte durante il travaglio e il parto: quante donne partoriscono in posizione ginecologica che sappiamo essere la peggiore per la donna ma la più comoda per gli operatori? Perché davvero se il modo principale di partorire è questo la struttura non può in alcun modo essere definita vicino a un approccio fisiologico. c’è una netta differenza tra PARTO VAGINALE E PARTO NATURALE. Tutti questi parti elencati sono vaginali, ma pochi naturali.
4. quante ventose vengono applicate, quante manovre di kristeller, quante episiotomie?
5. qual’è l’assistenza durante il puerperio? Quante soluzioni glucoside, aggiunte e ciucci vengono dati e quindi quanti allattamenti rovinati? Cerchiamo strutture dove la mamma e il piccolo vengono seguiti nel puerperio dalle ostetriche, così che possano sostenerle a livello non solo di allattamento al seno ma di benessere a 360° affrontando tematiche quali il sonno, la cura del neonato, il bagnetto, la cura del seno etc… Sarà così più difficile cadere nel circolo vizioso delle aggiunte e dei ciucci che sappiamo creare disagi importanti nell’allattamento nella fase iniziale. E, fidatevi, sono punti strategicamente importanti quanto il parto. Pensate agli effetti positivi che potrebbe avere un accurata informazione delle mamme sul tema del sonno? immaginate quanti sonni sereni per tutta la famiglia?
6. cerchiamo strutture, purtroppo ancora poche, dove siano presenti ambulatori di gravidanza fisiologica, quindi ambulatori dove le gravide sono seguite dalle ostetriche che, oltre a monitorare la gravidanza, possono offrire supporto pratico e psicologico alla futura e neomamma. L’ostetrica infatti è la figura più linea con le esigenze di una donna sana: la gravidanza, essendo un evento fisiologico, non prevede la figura del medico di per sé,anche perché spesso una gravida cerca nel ginecologo risposte che chiaramente lui non potrà darle: non è infatti il suo lavoro fornire supporto emotivo ma anche consigli concreti di benessere per la donna. Nell’ambulatorio di gravidanza fisiologica la donna sarà seguita GRATUITAMENTE per tutta la gravidanza, e gli stessi esami clinici come analisi del sangue ed ecografie saranno prenotate ed effettuate nella stessa struttura.
Teniamo quindi conto, future mamme, di questi aspetti prima di optare per un ospedale perché tanto pubblicizzato, spesso da persone che di vero nascita naturale, non sanno davvero nulla.
Ho trovato un nuovo modo per far mangiare verdura ai bambini, e chiaramente ne abuso! Sono le mie torte salate con poco glutine, tante proteine e tanta verdura. Le preparo in tanti colori diversi e il loro procedimento è super semplice, sopratutto se avete un robot da cucina.
Ecco la ricetta della cheesecake salata di verdura: come preparare una torta salata ricca di proteine e di verdura che i bambini adoreranno
Perchè l’intervallo è fondamentale, anche se viene sottovalutato
Giovedì, 06 Ottobre 2016 07:44In che senso “sottovalutato?”. In maniera molto semplice: è troppo controllato. Certo, servono regole e prevenzione degli incidenti, ma siamo sicuri che esercitare il totale controllo sui bambini intenti nella loro pausa tra le varie materie scolastiche sia un atteggiamento sano ed educativo?
Perchè l’intervallo è fondamentale, anche se viene sottovalutato: con un po’ di buonsenso, è possibile rendere la pausa tra le ore scolastiche un momento educativo senza per questo eccedere con il controllo
E’ proprio come il gioco libero: ormai lo sappiamo, è fondamentale che i bambini si dedichino ad attività senza regole, nelle quali inventano i ruoli, durante le quali lasciano andare la fantasia e grazie alle quali rafforzano le loro capacità di problem-solving, di empatia e di indipendenza.
Bene: lo stesso discorso vale per l’intervallo, o la pausa-merenda che dir si voglia. Quello che dovrebbe essere un momento di svago e di libertà è oramai diventato un lasso di tempo come un altro, durante il quale troppo spesso i bambini si trovano a dover sottostare a regole troppo rigide, che non permettono loro fisicamente e mentalmente di liberarsi e sfogarsi.
Le maestre, giustamente pensando di prevenire gli incidenti, di assicurare la sicurezza necessaria e di educare il comportamento anche durante questi momenti, limitano lo spazio nel quale stare (quante volte per punizione i bimbi si vedono costretti a stare in classe? E sapete quali sono le terribili conseguenze della costrizione in un luogo chiuso!), limitano i giochi ai quali poter giocare, controllano e vigilano con eccessivo zelo.
Non stiamo naturalmente dicendo di lasciare a briglia sciolta senza alcuna regola i bambini. Possiamo però suggerire alcuni cambi di rotta che potranno aiutare le maestre a mantenere sì un controllo, ma un pochino più blando, in modo che gli alunni beneficino della bellezza del tempo veramente libero. Benefici che saranno anche a lungo termine: vi assicuriamo che molti “disturbi del comportamento” ne gioveranno a vista d’occhio, così come i piccoli screzi e litigi tra i bambini. Lasciarli un pochino più liberi, come durante il gioco, li aiuta ad acquisire competenze sociali in maniera più diretta e più responsabile!
Le regole da seguire sono poche ma buone. Innanzitutto lo spazio. Come dicevamo, gli insegnanti dovrebbero evitare come la peste le famose punizioni “in aula”: punire la classe costringendola a stare in classe anche durante il momento di sfogo è deleterio, disumano e terrificante.
Si passa poi al tempo: gli intervalli dovrebbero essere sempre più lunghi. Dieci minuti non bastano, e i bambini non ne sentiranno mai i benefici! Serve tempo per muovere a dovere il corpo, per esplorare, inventare, pensare, risolvere i problemi. Offrire loro solo dieci minuti significa interrompere sul vivo tutti i processi mentali e fisici che stanno sperimentando.
Terzo consiglio riguarda il controllo, che, come dicevamo, dovrebbe essere allentato. Sì, è chiaro che le maestre facciano attenzione che nessuno si faccia male o che non accada nulla di terribile, ma è meglio lasciare i bambini liberi, e soprattutto lasciare CHE SI SENTANO liberi, in modo da inventare senza restrizioni e senza paure e in modo da risolvere con la propria testa i problemi.
E infine i materiali che dovrebbero essere messi a disposizione dei bambini. Nessun gioco già fatto, ma oggetti e materiali singoli, magari di riciclo, senza senso ma che permettono ai piccoli di inventare giochi, creazioni, sculture, ruoli.
“Scusate, ma la mamma sono io!” di Giorgia Cozza: consigli soprendenti per chi sa sempre più di te
Mercoledì, 05 Ottobre 2016 05:24“Scusate, ma la mamma sono io!”: sembra una frase di quelle che vi consigliamo sempre in risposta ai consigli non richiesti della zia Ignazia, no?
Bene: non siamo solo noi di mammapretaporter a sostenere l’ineleganza e l’inutilità delle frasi fatte e dei consigli che piovono a destra e a manca da parte di parenti, amici, zie, prozie, cugine di amiche e salumieri al supermercato. Sembra che nel momento in cui spunta il pancione la gente si senta in dovere di dire la sua. Be’, non è proprio così, e per questo vi consigliamo il libro di Giorgia Cozza.
“Scusate, ma la mamma sono io!”, un libro davvero utile: Giorgia Cozza e il suo manuale di sopravvivenza per neomamme che non sopportano più i commenti non graditi
Il periodo della gravidanza e della nascita del proprio bambino (soprattutto del primo) è delicatissimo. Cambiano molte cose, dal corpo alla quotidianità, e le domande che girano e rigirano in testa sono essenzialmente infinite.
Non tutte le future e neo mamme la vivono allo stesso modo; anzi, la maggior parte di loro sentono un grande peso sulle spalle (giustamente) e anche quando serene il pensiero va sempre all’essere o meno una brava mamma.
Non bastasse, arrivano sempre tutti quei commenti non richiesti, i consigli più strampalati, i giudizi positivi o negativi sui modi di essere genitore. E, guarda caso, arrivano sempre da persone che non dovrebbero avere voce in capitolo o che vediamo una volta all’anno e ognuno sembra avere la sua idea: il parto dolorosissimo, il taglio cesareo, la nanna con i genitori, la pancia troppo alta, il ciuccio che “ommioddio!”, guai a toccare i bambini (“si sporcano e si ammalano, non lo sapevi?”).
Non preoccupatevi: succede a tutte, e tutte possiamo sentirci frustrate di fronte a tutte le argomentazioni (inutili) che ci piombano addosso. Ma se proprio non ce la fate e non sopportate più il mondo che vi circonda, così indiscreto e invadente, fiondatevi in libreria: chiedete il libro di Giorgia Cozza e mettetevi comode.
Nel suo “Scusate, ma la mamma sono io!” Giorgia racconta della sua esperienza e mette a disposizione i suoi consigli alle mamme che non sanno affrontare la situazione. Ma non sono consigli nel senso stretto del termine! No: quelli li lasciamo ai conoscenti (facendoli entrare da un orecchio e buttandoli fuori dall’altro).
Snocciolando studi scientifici, fatti e situazioni particolari l’autrice pone il focus sulla cosa più importante, e cioè sulla competenza naturale della mamma. Lei ha fiducia nelle capacità materne così come sono, e lo stesso deve provare la futura mamma. Perché tutte abbiamo in noi la forza e gli strumenti per essere genitori.
Detto questo, e appurato che ogni mamma ha il suo metodo (che è quello perfetto per lei e la sua famiglia) Giorgia riesce a dare dei consigli che stavolta sono davvero utili. Ma non sulla maternità o sull’educazione! No: lei consiglia, guida e accompagna le mamme nel percorso di prevenzione e superamento delle critiche e delle osservazioni degli altri. Anche suggerendo quelle risposte che spesso ci vengono in mente troppo tardi e che ora possiamo sfoderare ad ogni evenienza!
L’importante, alla fine, è essere consapevoli che stiamo facendo ciò che meglio sappiamo fare, e quindi evitare di ascoltare le sentenze dei conoscenti, prendendosela, arrabbiandosi o frustrandosi: quelle sono tutte energie che vengono sottratte al tempo per fare la mamma.
Alla fine, non preoccupatevi di risultare insensibili, state sulla vostra strada e non abbiate timore a chiedere aiuto al vostro compagno: deve proteggervi anche dalle parole, non solo dal mondo fisico. E deve incoraggiarvi: il coraggio verrà da entrambi e sarete ancora più forti!
9 idee di gioco con le foglie autunnali
Martedì, 04 Ottobre 2016 07:09I prati e le strade si stanno colorando di rosso, giallo, arancione e marrone: è autunno, è il tempo delle foglie che cadono, ed è bellissimo uscire per godere di questa esplosione di colori caldi in contrasto con il primo freddo!
Uscite quindi con i bimbi, sguazzate nelle pozzanghere dopo la pioggia, ma soprattutto approfittatene per raccogliere le bellissime foglie. Portatele e a casa e iniziate a dare sfogo alla fantasia!
Ecco 9 idee di gioco con le foglie autunnali: come utilizzare le foglie e i loro colori per realizzare opere creative e istruttive
- Il primo lavoro che viene subito in mente sono i collage con le foglie. Oltre a quelli astratti realizzati ritagliandole e incollandole a caso sul foglio potete proporre ai bambini di creare immagini di animali o cose partendo dalla forma delle foglie.
(foto 1 https://it.pinterest.com/pin/196328864978862323/)
- Sempre incollando le foglie su un pezzo di carta (ma solo temporaneamente: usate dello scotch carta) i bambini possono divertirsi con le tempere o gli acquerelli: un lavoro adatto anche i più piccoli che stanno prendendo confidenza con gli strumenti da disegno e con la loro manualità fine, perché si può pasticciare tutto il foglio. Quando poi staccherete le foglie rimarrà la loro silhouette e il risultato sarà gradevolissimo.
(foto 2 http://minne-mama.blogspot.it/2014/10/fall-leaf-painting.html?m=1)
- Anche il semplice dipingere le foglie è creativo (e anche terapeutico): utilizzate la tempera o gli acquerelli e otterrete foglie multicolor da spargere in tutta casa. Oppure, quando ancora fresche di tempera, utilizzate le foglie come stampini per decorare fogli e tessuti.
(foto 3 http://www.simplefunforkids.com/painting-leaves.html/)
- Lo stampino-foglia tuttavia si può fare anche senza colori. Già, perché il verde della foglia si lascia andare, quindi martellandola sopra ad un foglio (coprendola con un po’ di carta cucina) potrete replicarla.
(foto 4 http://www.delightedmomma.com/2012/08/how-to-leaf-stamp-and-make-your-own.html)
- Sempre coprendole con un foglio, ma stavolta normare (meglio se liscio e leggero), i bambini possono divertirsi a colorare il foglio tenendo le matite leggermente, per scoprire tutte le venature dei differenti tipi di foglie.
(foto 5 http://www.kcedventures.com/blog/art-and-science-of-leaf-rubbings-nature-activity)
- Provate a stirare le foglie tra due fogli di carta forno, quindi create attorno una cornice di carta (o di legno): quadretti perfetti per la cameretta dei bambini, fatti con le loro mani!
(foto 6 http://rmhouseofnoise.blogspot.it/2012/09/kids-craft-fall-leaf-stained-glass.html)
- Con un cerchio da ricamo e dello spago potete invece realizzare un bellissimo carillon da appendere in casa: lasciate che i bambini infilino i fili nei buchetti per stimolare la manualità e la precisione, insegnandogli quindi anche qualche nodo.
(foto 7 http://buggyandbuddy.com/3-ways-preserve-fall-leaves/)
- E perché non realizzare una maschera da supereroe dell’autunno? Incollate le foglie ad una mascherina ritagliata da un piatto di carta, infilate un elastico alle estremità e indossate!
(foto 8 http://www.smallfriendly.com/small-friendly/2013/11/diy-leaf-mask.html)
- Potete però puntare anche alla tridimensionalità: riciclate i rotoli della carta igienica o di quella da cucina e incollando le foglie alle estremità ricreate insieme ai bambini degli alberelli in miniatura.
(foto 9 http://www.1plus1plus1equals1.net/2010/09/something-special-fall-tree-craft/)
Un settembre da dimenticare
Lunedì, 03 Ottobre 2016 16:25Il primo di settembre riesco a legare la nena sul passeggino dopo il consueto round di wrestling (ma i terrible two cominciano all’anno e mezzo?) e sfrecciamo fino all’asilo nido che abbiamo accuratamente selezionato per la nostra erede. Uno privato, perché a giugno nel pubblico ci hanno rimbalzato.
Lei giá conosce il posto per esserci stata a luglio con noi a giocare un paio di pomeriggi e quando arriviamo saltella e non si lascia per niente intimorire da alcuni bimbi che stanno piangendo. Dopo averne accarezzato uno, e dato una pacca sulla spalla al’altra, si fionda sulle bambole che stipano le mensoline della classe ed io sparisco dalla sua mente. E cosí pure i 3 giorni successivi, quando comincio a lasciarla sola per un po’ e quando rientro la trovo tranquilla, indaffarata e senza nessuna intenzione di andarsene.
Sono un po’ perplessa, lo ammetto. Trascorro questi primi giorni in uno stato di bipolarismo totale: in alcuni momenti gongolo soddisfatta pensando che, cribbio, l’attachment parenting funziona! e che effettivamente ha reso la nena una bimba indipendente e sicura; il secondo dopo penso timorosa che é tutto troppo bello per essere vero. Ed infatti non lo é. Al cuarto giorno, mentre io putroppo volo lontano per lavoro, il papá mi racconta di pianti disperati giá davanti al portone dell’asilo. Nei video che la maestra manda al gruppo di whatsapp della classe dei coniglietti, la bimba che i giorni prima sfasciava sorridente la casetta di plastica del patio si é convertita in una nena dalla faccina spaurita, con gli occhi cerchiati dal pianto, che non fa che ripetere “mama, mami”.
Lo vedo in hotel a mezzanotte, a giornata lavorativa finalmente conclusa, e chiamo il mio compagno piangendo come un vitello perché ho davvero bisogno che mi rassicuri sul fatto stiamo facendo la cosa giusta. Non prima peró di aver maledetto le nuove tecnologie. Il giorno dopo stessa storia ed io sempre lontana. Sulla strada del rientro ricevo una chiamata dall’asilo nido pubblico: mi avvisano che si é liberato un posto. Se vogliamo, la nena puó iniziare lunedí. Siamo a giovedí e abbiamo giá fatto una settimana di inserimento nell’asilo pirvato.
Dicevamo della madre di Murphy...? Io e papá ci riserviamo il fine settimana per pensarci. Intanto la situazione peggiora e il venerdí la lascio disperata alla maestra mentre a me si spezza il cuore. Vedo peró il sole quando nel consueto video di fine mattina, la mia coniglietta sorride facendo il giro giro tondo catalano con gli altri bimbi. Che cominci ad assimilare la nuova situazione? Forse. Ed é a questo punto che arriviamo noi, i suoi genitori, a darle il colpo di grazia: da lunedí cominciamo l’asilo pubblico perché nel lungo periodo é senz’altro la decisione migliore. La struttura é meravigliosa, il patio enorme, con tante piante e l’orto; la classe e gli spazi comuni sono organizzati e pulitissimi e, con mia grande sorpresa e gaudio, le educatrici seguono il metodo Reggio Emilia. E, come se fosse poco, costa parecchio meno.
Queste sono le cose che mi ripeto come un mantra per non sentirmi una infame. Il bilancio dei nostri primi giorni nel nuovo asilo sembra preso direttamente da una di quelle liste che tanto piacciono alla rete: i possibili sintomi del malaessere da inserimento nell’infante. Non ci siamo fatti mancare niente:
• Inappetenza: la bimba conosciuta da tutti per la sua fame da camionista, adesso spizzica come un uccellino
• Sonno disturbato: benché il nome sia totalmente azzeccato e lasci poco spazio all’immaginazione, non sapevo esattamente cosa fossero in terrori notturni prima che arrivassero a casa nostra. Due notti di fila. Ad oggi posso affermare che adesso mi é chiarissimo e sono veramente spaventosi
• Attaccamento morboso: rifiuta categoricamente il passeggino e vuole solo stare in braccio a me. Dopo essermi giocata entrambi i gomiti e aver compromesso pure le spalle, ho ritirato fuori il marsupio che non usavo da quando ancora non camminava. Lei contentissima. Meno male che ne azzecco ancora qualcuna
• Regressione: mi si attacca al collo sconsolata perfino quando la lascio con la iaia, la stessa con cui ha passato gli 8 mesi prima del nido e che chiamava mamma (lasciamo stare che se ci ripenso piango)
• Irascibilitá e momenti di ribellione: ogni cambio del pannolino é accompagnato dal sibilo dei calci volanti che sfiorano la mia testa e lavarle le mani é diventato ormai come fare il bagno a un gatto
• Apatia: la vedo triste, spenta, senza voglia di niente Atterrita mi chiedo dove diamine sia finita la mia bimba caterpillar. In un momento di debolezza acuta, decido che é una buona idea buttare 35 euro per un taller online sull’ “adaptación escolar”, tenuto da una non meglio identificata esperta, che, solo dopo aver pagato, scopro essere semplicemente “una madre”, con tutto il rispetto per la nostra categoria.
La presentazione di 12 slide (inclusa la prima di benvenuto e l’ultima di ringraziamento) dove mi si dice che saluti sempre la nena prima di andarmene e che le dia un “abbraccio ricarica pile” al lasciarla, mi convince del fatto pure io posso organizzare un taller online sul tema e farci i soldi. Lo terró presente nei momenti bui. Sto cosí male che a chiunque mi chieda come va, non resisto e rispondo “insomma...siamo alle prese con l’asilo e la nena l’ha presa proprio male”. Sorvolo su come l’abbia presa io.
E ovviamente, puntuale arriva la signora che mi risponde: “Tu tranquilla che sono tutti degli attori nati. Tutti, eh! E che non ti veda tentennare, mi raccomando, se no sei a posto! Ti manipolerá e l’avrá vinta lei”. Le rispondo che non credo mia figlia finga dei terrori notturni. Quindi mi instilla il dubbio che la nena abbia vissuto un non meglio specificato trauma, ma che certo non sará per l’asilo. Mi mancava il trauma di origine sconosciuta. Grazie, signora megera. Decido di tacere: non sono vestita adeguatamente per una rissa da bar.
Benché non la lasciamo mai sola nel nuovo asilo, le prime due settimane finiscono cosí, in un mare di lacrime. Nel weekend, grazie a un po’ di sana autoanalisi e a una spintarella di papá, va un po’ meglio. E parlo di me. Capisco che con la nena cresceranno anche i problemi e che sará meglio che mi dia una svegliata. Perché se é pur vero che io non posso evitarle la sofferenza nella vita (non tutta, almeno), posso insegnarle la resilienza. Con questa consapevolezza nel cuore smetto di cercare consolazione da parte tutti gli sconosciuti che incontro per strada. É giá qualcosa.
Fortunatamente e sorprendemente la nena, dal canto suo, sembra essersene fatta piú o mneo una ragione. Dorme giá un po’ meglio (arriva a sera stravolta), ha ripreso a mangiare come un bove (buon sangue non mente), continua a voler stare solo in braccio (sia mai che la abbandoni al primo angolo di strada, che “questa mamma é impazzita”), ma almeno non é piú cosí apatica e triste come i giorni precedenti. La terza settimana quindi, rincuorati dai miglioramenti, cominciamo a provare a lasciarla sola.
Mentirei se dicessi che non le (ci) risulta difficile: quando le dico che me ne vado, mi si avvinghia al collo, la bocca le prende la forma a rettangolo di quando sta per piangere, e si dispera. Il primo giorno. Il secondo smetto di sentirla urlare prima ancora di uscire dall’asilo, distratta delle bolle di sapone e il venerdí praticamente smette di piangere mentre sono ancora lí davanti a lei. Evviva! Ce l’abbiamo fatta!? Ci possiamo considerare inserite? Non voglio una risposta, per favore.
Preferisco vivere in questa illusione almeno fino a lunedí. Per adesso mi godo questo momento di sollievo dopo settimane di angoscia e sono pronta a mangiarmi (e bermi) il weekend! Ma questa é un’altra storia...
Nicoletta
Chi come me ha difficoltà a livello di metabolismo dei carboidrati o ha una leggera forma di diabete o in generale ha deciso di prestare particolare attenzione ai picchi insulinici troverà questa ricetta perfetta: è infatti una torta con una componente proteica molto importante, quindi ricotta di pecora e uova. E' un'ottima alternativa alla torta veg della mattina per chi come noi vuole fare una colazione ricca di proteine e povera di zuccheri.
Questa che vedete di seguito è la ricetta base, ma potete personalizzarla come meglio vi aggrada: quindi con gocce di cioccolato, limone, cocco, arancia etc...
La ricetta della torta proteica di ricotta: come preparare una torta per la colazione della mattina ricca di proteine
Bye bye leggerezza
Lunedì, 03 Ottobre 2016 11:54Sono diventata madre un anno e mezzo fa. La mia nena (bimba in Catalogna, dove vivo) é arrivata un giorno di grandine dopo 18 ore di travaglio.
Finalmente seduta sul letto della stanza dell’ospedale con il mio fagottino nudo sulla pancia, a solo poche ore dal parto mi colpirono due veritá.
La prima: l’aciditá di stomaco dei cinque mesi precedenti era svanita di colpo. La seconda: con l’aciditá era sparita anche la leggerezza che non sai nemmeno di avere quando non sei ancora genitore. In quel momento, guardandolo negli occhi, sibilai incredula al mio compagno un “Madre mia, che sofferenza!”.
ùE non mi riferivo ai postumi del parto vaginale, quanto piuttosto ad un senso di inadeguatezza e al timore che la mia creatura stesse soffrendo per qualcosa e io non me ne stessi rendendo conto: freddo, caldo, fame, paura, smarrimento? Sentirá, vedrá, avremo fatto abbastanza pelle a pelle (con mamma) o pelle a pelo (con papá)? La gioia immensa di quel momento era giá accompagnata da una inquietudine quasi costante.
Allora non sapevo quanta ragione avessi avuto con quella epifania ospedaliera! Questa sofferenza non se ne andó nemmeno nei mesi successivi, quando la fragilitá del bebé cominció a lasciare spazio alla energia, alla ciccia e simpatia della bambina. Semplicemente prese altre forme. Insieme a tutte le difficoltá dell’allattamento al seno, ricordo come fosse ieri e con smarrimento la data del primo raffreddore della nena. Ricordo lo stress per l’introduzione dell’alimentazione complentare che per me, nota capra in cucina peró militante anti-omogeneizzato, fu peggio che prendere una seconda laurea.
Col passare delle settimane poi cominciai ad accettare un amara veritá che normalmente le madri novelle ignorano: esiste una legge tanto oscura quanto inesorabile che io chiamo “la Legge della Madre di Murphy”, ovvero quella regola per cui, se sei madre e qualcosa si puó complicare, si complicherá. Ed infatti la varicella ci sorprese, ai 9 mesi della nena, il 26 di dicembre. In Italia.
Con la pediatra in vacanza ed il papá ripartito per Barcellona la sera prima. Per non finire in terapia con uno bravo questo episodio lo dovetti elaborare con svariate e interminabili sedute di whatsapp nel chat delle amiche mamme del gruppo di supporto all’allattamento.
Quando la bimba compió i 10 mesi arrivó il temuto rientro al lavoro, che mi tolse il sonno per svariate settimane benché lei, quando la mattina la lasciavo alla sua iaia (la nonna catalana), aveva la stessa espressione dei pastorelli di Fatima davanti alla Vergine e nemmeno si girava per salutarmi.
E per concludere, affrontammo anche la fine dell’allattamento al seno, che fu piú o meno come togliere un cosciotto di antilope ad un leone affamato. Fino a qualche settimana fa pensavo di essere stata brava, tutto sommato. Nonostante le tre ore (spezzate) di sonno per notte, un compagno con orari lavorativi discutibili e madre in un paese straniero lontana dalla mia tribú, non me l’ero cavata poi cosí male: la nena era un sole, tranquilla e serena ed io riuscivo perfino a fare sport, la manicure e a ricordarmi di tirare fuori i panni puliti dalla lavatrice.
Quello che non potevo immaginare era che, dopo un anno e mezzo mancasse ancora all’appello una nuova sfida. O meglio, una tortura. LA tortura, oserei dire: l’introduzione all’asilo nido. Ma questa é un’altra storia....
Nicoletta
Non sono una fan dei battericidi, ma devo dire che questi gel che troviamo in farmacia sono davvero comodi per lavare le mani ai bambini, sopratutto quando siamo ai giardinetti o in fattoria e hanno toccato la qualunque, animali compresi. Le salviette infatti mi danno l'idea di pulire in maniera moolto parziale, e quando siamo al parco possiamo lavare le mani solo sotto la fontanella, non abbiamo quindi sapone. Ho ceduto quindi all'acquisto di uno di quei mini gel che si trovano in farmacia in un pomeriggio piovoso quando, appena usciti dal metrò, i bambini mi hanno chiesto l'uvetta.
Ho però poi letto gli ingredienti, e sopratutto ho notato l'effetto super aggressivo sulla pelle non solo loro, ma anche mia e ho deciso che dovevo assolutamente trovare una soluzione per farlo da me.
Ecco allora come realizzare il gel mani disinfettante: la ricetta naturale per creare il gel igienizzante da tenere sempre in borsetta
Ricordiamoci che, come tutti i gel igienizzanti anche questo non è indicato per i bambini al di sotto almeno dei due anni. Per utilizzarlo su bambini di 2-3 anni raddoppiamo di 2/3 la quantità di gel di aloe rispetto alla quantità di oli essenziali e testiamo prima il prodotto su una piccolissima parte di mano per verificare che non ci siamo reazioni allergiche.
I bambini lo adorano e in effetti, come dargli torto, è davvero buonissimo. Come farlo però in casa in versione sana, evitando tonnellate di zucchero bianco? E' la ricetta più semplice del mondo e ve la mostro oggi