Il pericolo di vivere lo svezzamento con ansia

Durante la prima infanzia una delle fasi che preoccupa maggiormente i genitori è quella dello svezzamento, le teorie su quando e come introdurlo sono moltissime e spesso in contrapposizione tra loro, da una parte troviamo il retaggio della teoria pediatrica degli anni ’70 dove vengono proposti regole e tempi rigidi per l’inserimento degli alimenti e dall’altro la teoria dell’autosvezzamento dove vengono seguiti i ritmi del bambino e le regole di inserimento dei cibi non sono rigide. L’esistenza di un’enorme letteratura sul tema dell’alimentazione e di varie teorie evidenzia una centratura genitoriale (e non solo) sul tema della nutrizione.

Siccome il tema dell’alimentazione si lega in primo luogo alla sopravvivenza ed alla salute, il rapporto dei bambini con il cibo diviene il centro di un’attenzione enorme da parte dei genitori, se da un lato questo è comprensibile dall’altro spesso porta a pensare che la base dell’essere un buon genitore sia quella di saper nutrire correttamente, da un punto di vista fisico e materiale, il proprio figlio dimenticandosi che l’alimentazione è uno dei differenti modi per scambiarsi messaggi affettivi e comunicare all’interno di una relazione di accadimento ed è anche uno strumento per darsi delle informazioni importanti riguardo alla relazione stessa. La nutrizione è infatti luogo principe di scambi emotivi, teatro di bisogni, possibilità di espressione di sensazioni e disagi.

Il lattante inizia a relazionarsi con il mondo proprio attraverso il cibo, infatti nutrizione ed accudimento durante i primi mesi di vita sono imprescindibili. La sintonizzazione che si crea tra mamma e bambino è relazione, la mamma riesce a capire le richieste ed i bisogni del bambino, nutrendolo ed allo stesso tempo tranquillizzandolo e contenendolo non lasciandolo solo in stati sconosciuti che generano in lui frustrazione, il piccolo, d’altra parte, è dotato fin dalla nascita di capacità comunicative, come il pianto, la capacità di sorridere ed anche di una possibilità di regolazione autonoma: è il lattante che piange quando ha fame e smette di succhiare quando è sazio, non è il genitore a deciderlo per lui. Quindi la mamma ed il bimbo nei primi mesi di vita comune imparano a sintonizzarsi a vicenda, dato che la mamma imparerà a capire e seguire ogni segnale del bambino, e il bambino imparerà molto dalle risposte che riceverà.

La nutrizione, proprio in quanto bisogno primario, si collega a meccanismi molto arcaici della psiche, poco pensati, privi di riflessione, dove lo schema di base è quello del mettere dentro versus buttare fuori, espellere, vomitare e questi meccanismi vengono messi in atto nella creazione della relazione e nella modulazione di essa. Il lattante infatti sa comunicare a chiare lettere se il rapporto tra lui e la mamma funziona bene e questo lo può esprimere in vari modi ad esempio l’accettare il latte materno è l’equivalente di accettare le cure e il calore che la mamma gli offre, in un processo di “introiezione”, ovvero prendere dentro di sé ciò che di buono gli dà la mamma. Se la mamma gli offre qualcosa di cattivo, come un rifiuto, o un’eccessiva invadenza e controllo, o ansia e depressione, il bimbo spesso lo rifiuta, in un processo di “espulsione” fisico e simbolico, attraverso il vomito o il rifiuto del cibo. Questo non vuole dire che ogni volta che un lattante vomita sta rifiutando la mamma ma che, in assenza di disturbi di ordine medico, e in presenza di un costante rifiuto o rigetto del latte materno, qualcosa nel processo di sintonizzazione, a carico, lo ricordiamo, di mamma e bambino e coadiuvato dall’aiuto esterno del padre, non funziona in modo ottimale ed il bambino esprime attraverso questo meccanismo primordiale la sua frustrazione.

Il meccanismo di espulsione, se non è continuo e duraturo, è naturale e necessario nella crescita, è il primo modo di dire di no, ed il bambino deve essere legittimato a farlo
. Se fin dai primi giorni di vita, il cibo assume uno status psicologico, in cui l’appetito non è una mera funzione fisica di sopravvivenza dell’organismo, ma coinvolge aspetti affettivi, comunicativi e relazionali perché questo non dovrebbe valere anche nello svezzamento? Spesso i genitori e i pediatri se lo dimenticano, il periodo dello svezzamento che va tendenzialmente dai sei mesi all’anno del bambino (senza rigidità) è un momento nel quale inizia a nascere nell’infante il bisogno di separazione dalla mamma o dalla figura di riferimento, è il primo momento dove il bambino esprime la sua autonomia e questo è un processo che richiede (come nell’allattamento) una sintonizzazione tra i membri della relazione.

A prescindere da come “si svezza”praticamente il proprio figlio è importante non dimenticarsi della relazione che attraverso il cibo viene veicolata. Nel bambino intorno ai sei-nove mesi fino all’anno nasce l’esigenza di essere riconosciuto come individuo separato, nasce in lui la percezione di sé. La sperimentazione non solo gustativa e sensoriale ma anche di grande autonomia che il bambino fa attraverso il mangiare le pappe alimenta la percezione di sé come qualcosa di separato dall’altro e sempre più competente. Proprio in quest’ottica di crescita il genitore potrebbe osservare i disgusti o le preferenze del proprio figlio ricordando che la sperimentazione è importante e il rifiutare la pappa o il vomito fa parte di questo meccanismo esplorativo.

La relazione cambia e si apre al mondo ed è proprio in questa fase che nascono anche i primi conflitti tra mamma e bambino che sono parte integrante del processo di separazione. E’ importante che i genitori e soprattutto la mamma sappia come reagisce e che sia consapevole di cosa significa per lei questa separazione, se è disposta ad allontanare un pochino il bambino o se vuole tenerlo ancora al seno; se viceversa non vede l’ora che il bimbo diventi più autonomo e renda lo svezzamento qualcosa di molto netto. In entrambi questi casi, o nelle oscillazioni tra questi due punti, il bimbo sarà in difficoltà, perché dovrà affrontare un cambiamento che è supportato da due bisogni spesso in contrasto da una parte l’essere contenuto ed al sicuro e dall’altra la sempre più presente spinta ad essere autonomo, le oscillazioni tra questi due stati saranno spesso evidenti, anche in questo caso bisognerebbe assecondare il suo ritmo, in parte assecondando le sue esigenze ed allo stesso tempo esortandolo dolcemente e sempre contenendolo e coccolandolo, a sperimentare qualcosa di nuovo, come ad esempio i primi cibi.

Spesso basta solo che la madre segua il proprio istinto, senza lasciarsi deviare eccessivamente dalle pressioni medico-sociali o dalle insicurezze personali e famigliari vivendo questa fase della crescita come una co-costruzione di uno spazio comune tra il bambino, lei ed il mondo esterno. Il cibo diventa in questa fase un importante un oggetto transizionale, ovvero un qualcosa di concreto, materiale ed esterno sia alla madre che al bambino, che pure incarna simbolicamente il loro gioco relazionale, cioè per il bambino rappresenta ancora una volta la mamma e le sue cure.

Credo sia quindi importante riflettere ed investire sulla relazione più che sulla materiale nutrizione ed è quindi a mio avviso impossibile trovare un modo di svezzare che vada bene per tutti, essendo esattamente come l’allattamento un fattore relazionale le modalità pratiche con cui lo si affronta sono quelle che una persona sceglie perché affondano nei valori profondi di riferimento sui quali anche nel caso del cibo è necessario interrogarsi, poichè sono quelli che si trasmettono ai figli ed attraverso i quali viene creata la propria cultura dell’alimentazione famigliare.

Associazione Eupsichia
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