Parlare con il corpo tra credenza popolare e studi scientifici

 

Il contatto con il proprio bambino, le coccole, i massaggi, il baby wearing, il cullare pelle a pelle, il dormire insieme: tanti falsi miti e tante credenze si aggirano attorno al tema della corporeità con il nostro bambino, ma anche altrettante verità. Perché se c’è un aspetto importante nella genitorialità è proprio questo contatto, questa vicinanza corporea con il bambino, e per capirlo basta indagare un pochino più a fondo la nostra natura.

Parlare con il corpo tra credenza popolare e studi scientifici: smontiamo i falsi miti e vediamo insieme l’importanza del contatto corporeo tra genitori e figli

“I bambini devono addormentarsi da soli, nel loro lettino, altrimenti se prendono l’abitudine di dormire con voi non gli togli più il vizio”. “Piange? Lasciatelo piangere, altrimenti prendendolo in braccio prende il vizio”. “Se lo abitui da subito a stare tra la gente, nella ressa, in mezzo al rumore ed esposto alla luce diretta almeno imparerà ad adattarsi prima, altrimenti prende il vizio”.

“Prendere il vizio”: l’argomentazione top della zia Ignazia e della sua combriccola, ovvero di quelle signore così esperte da non poter lasciare in pace le neomamme, con i loro consigli non richiesti e soprattutto nemmeno così veri. Anzi. In questo caso specifico del contatto fisico e delle coccole è proprio il contrario, e vi spieghiamo subito il perché. 

Pensiamoci bene: l’essere umano è molto diverso dagli altri animali, poiché quando nasce è molto più indifeso, e per sopravvivere dipende interamente dai genitori, come avviene spesso con i mammiferi nidiferi. Ma non è a questi che somiglia. Piuttosto, ai marsupiali, animali che come il cucciolo d’uomo necessitano di un senso di continuità con il grembo materno. Il marsupio serve proprio a questo, a tornare per un attimo nel grembo. E come il piccolo di canguro ha bisogno di questo ritorno, così anche il cucciolo d’uomo, che necessita di contatto fisico continuo.

Questo desiderio di contatto fisico non è qualcosa di strano o sintomo di un bambino “viziato”, ma è un bisogno assolutamente primario, come la fame o la sete, che va sempre soddisfatto. E per soddisfarlo basta pochissimo, e cioè prendere in braccio il piccolo, che così a contatto sente il battito del cuore dei genitori, il senso del cullare, il movimento e il contenimento, tutte sensazioni che ha sperimentato nei 9 mesi nell’utero.

Non sottovalutiamo questi nove mesi nell’utero, mi raccomando: pensate a quanto è difficile cambiare un’abitudine, e pensate quindi a quanto per un bambino sia difficile staccarsi completamente e improvvisamente da un luogo fatto di luci tenui e ombre e suoni ovattati, fatto di massaggio continuo (da parte degli organi della mamma), di contatto fisico costante e di posizioni comode.

Ecco perché cullare il bimbo pelle a pelle, massaggiarlo, prenderlo in braccio, farlo dormire con noi e portarlo in fascia sono pratiche da preferire e da tenere in conto quando si tratta di creazione del legame e, soprattutto, di soddisfazione dei bisogni dei nostri piccoli. Pensiamo, appunto, alla fascia: si tratta di un semplice strumento che ricrea in maniera efficace l’ambiente del grembo materno, sia a livello di comodità e di posizione, sia a livello di suoni e odori, sia a livello di contatto costante. Il bello è che tenendo il piccolo in fascia non solo non gli si sta dando un vizio futile, ma gli si sta creando un ambiente che gli permette di cadere in uno stato di veglia tranquilla ottimale per l’apprendimento dell’ambiente circostante. Il benessere psicofisico che riceve lo mette in posizione di prendere più stimoli dall’esterno e di organizzarli meglio nella sua mente.

Allo stesso modo, il benessere psicofisico lo si prende anche da altri accorgimenti, come il co-sleeping e l’arrangiamento di un ambiente tranquillo e non iperstimolante per il bambino, ma anche l’uso prolungato della fascia (non solo nei primi mesi), l’allattamento a richiesta (anche per ninnare), il contatto fisico prolungato e le coccole, e cioè tutti quei massaggi e quelle stimolazioni manuali sul corpo del bambino (anche durante il cambio o prima di dormire), che sentendo il tocco sul suo corpo si sente bene: asciugarlo dopo il bagnetto, carezzarlo durante il cambio del pannolino, giocare con il tatto sul corpo attraverso filastrocche e piccole recite… Tutto questo si inserisce nell’ottica del contenimento, e cioè una modalità di cura genitoriale per fornire al piccolo un ambiente rassicurante sia a livello emotivo sia a livello fisico.

Ma quali sono nello specifico le conseguenze di questo contenimento? Assecondare questo bisogno primario di contatto e coccole significa dare al bambino le basi per una sana relazione futura con il sé e con l’altro, e a spiegarlo è uno studio scientifico di John Bowlby, psicologo britannico del secolo scorso che ha sempre sostenuto l’importanza della qualità della relazione fisica tra mamma e bimbo e introducendo il concetto di “attaccamento”, fondamentale per far sì che le sue relazioni future non siano instabili, dipendenti o guidate sempre dal timore dell’abbandono.

Secondo lo psicoanalista, basta osservare il bambino per capire le diverse fasi dell’attaccamento: per le prime dodici settimane, ad esempio, il bambino non riconosce chi gli sta attorno se non la mamma (che riconosce attraverso l’odore e l’udito), ma già dopo questo periodo si possono osservare le prime risposte agli stimoli sociali, perché inizia a interagire anche con gli estranei e attiverà criteri più selettivi, preferendo sempre la mamma. La terza fase osservabile è quella tra il sesto e il settimo mese, quando il bambino discrimina sempre più le persone con le quali entra in contatto, preferendo qualcuno ad altri, mentre a quarta fase è quella post-nono mese di vita, periodo durante il quale il rapporto con la mamma è fortissimo e stabile, visibile. La saluta, la cerca, la intende come base per esplorare il mondo, cerca protezione in lei… 

Solo così, con questo rapporto stabile e sicuro con la mamma, il bambino costruirà meglio quello con gli altri, perché è proprio a partire da quello che li sperimenta, allontanandosi e tornando, distaccandosi e sentendosi in un primo momento a disagio e poi pian piano meglio, con la certezza che la mamma tornerà sempre.

Non preoccupatevi quindi quando osserverete delle difficoltà da parte di vostro figlio quando sa che si sta per separare dalla sua figura di riferimento, e cioè dalla mamma: questa relazione è sana e importante; l’importante è che il bimbo riesca poi senza troppe difficoltà a capire e comprendere, anche rielaborandola nella sua testa, l’assenza della mamma, che è momentanea, trovando il suo equilibrio anche senza di lei.

 

 

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