Sulla violenza

Alcuni giorni fa abbiamo postato una foto simile sulla nostra pagina facebook, bellissimo scatto della doula e fotografa canadese Morag Hastings (www.appleblossomfamilies.com). 

Era simile all'immagine che vedete qui a lato ma ancora più netta.
Avevamo deciso di postare quest'immagine in risposta al messaggio di un papà che ci aveva consigliato di utilizzare immagini più delicate perchè la sensibilità di qualcuno poteva essere urtata da "tale violenza visiva".
Partirei da una premessa tecnica, spiegando che il corpo e in particolare le immagini veicolate all'interno dei canali culturali della nostra società sono costruzioni sociali non verità assolute: "comportamenti, morfologia e persino fisiologia dei corpi sono l'esito di un insieme di processi attraverso i quali ciascuna società agisce sui corpi (per tal via costruendoli, letteralmente). Detti processi sono in-formati in rappresentazioni (o modelli) sociali del corpo, di suoi aspetti o di sue funzioni: rappresentazioni quasi sempre implicite e condivise nei tratti fondamentali dei membri di una società, parte delle quali costruite e diffuse da attori sociali specializzati, che esercitano una funzione di normalizzazione. I medesimi processi sono all'opera nella vita quotidiana sotto forma di pratiche più o meno routinarie relative al corpo, e sono più politici nel senso più puro del termine per il loro essere volti al controllo della varietà sociale; in ciò riflettendo e rinforzando (o cambiando) la distribuzione di potere tra gli individui." (P.Borgna, Sociologia del corpo, 2005, Roma-Bari, Editori Laterza, pag. VI).

Vorrei quindi soffermarmi su due concetti:
1. il primo è quello di "immagine" della maternità: le immaginbi veicolate (e quindi attese) sono immagini alla Anne Geddes, con bambini dormienti in posizioni statiche, mamme con grandi pancioni e un grande sorriso, mamme con bambini in braccio belle e felici. Ma la maternità non è questo: come ben descritto dalla mia collega Cora Erba nel suo articolo "La maternità che mi ha cambiato", essere mamma, in particolare essere mamma in maniera piena e consapevole, è un'esperienza ricca di grandi gioie ma anche di grande sofferenza, abnegazione, stanchezza estrema. Tutti questi lati non vengono espressi, con il risultato che ti guardi allo specchio e ti senti l'unica al mondo che attraversa questa fase, perche lo standard di normalità veicolata e le aspettative ad esso connesse sono quelle appunto alla Anne Geddes. Se diventare mamma è sicuramente la gioia più grande, è giusto anche accogliere e far sapere che esistono delle emozioni e degli stati fisici e d'animo meno felici.


2. il parto non è violenza, è sicuramente un lato forte della maternità. Per una società come la nostra molto "psicologizzata" ma con scarsissima consapezza corporea, l'immagine di un evento che raffigura come il nostro corpo naturalmente faccia uscire dalla nostra vagina un bambino facendoci provare nella stragande maggioranza dei casi il dolore più forte che proveremo è per molti inaccettabile. Se è legittimo per una donna nutrire timore per il dolore, è forse da ripensare il termine "violenza" associato ad eventi naturali: daltronde "occhio non vede cuore non duole" e "il più in fretta e velocente possibile, al poi ci pensero" sembrano essere i motti della nostra società. L'essere umano e nemmeno il pianeta terra funzionano così facilmente purtroppo. Personalmente credo che la violenza sia ben altro: violenza è un bambino tirato fuori con strumenti impropri solo per la non preparazione di alcune strutture sanitarie che continuano a incollare le donne sui lettini durante il travaglio e farle partorire in posizione ginecologica quando spesso basterebbe solo rispettare i tempi e la necessità di movimento della donna, violenza è strappare il bambino dalle braccia della mamma dopo il parto per "tenerlo sotto osservazione per qualche ora" (l'OMS Organizzazione Mondiale della Sanità sconsiglia vivamente questa pratica), violenza è quella subita dalle neomamme quando i loro capi le obbligano a tornare a lavoro. Violenza è quella che tutti i giorni subiscono gli animali: pur consapevoli che si possa vivere (anche meglio come sostengono ormai numerosi oncologi) con un'alimentazione a base vegetale, noi continuiamo a uccidere per altro in maniera barbara e estremamente violenta non solo animali ma anche i loro cuccioli; violenza è una catena di montaggio che trita vivi i pulcini maschi perchè non servono per fare le uova, è un'oca a cui vengono strappate le piume (guardate i video su youtube per vedere se è così piacevole e naturale); violenza è un piccolo di mucca separato dalla sua mamma dopo il parto perchè il suo latte è destinato a noi e non a lui. Evolviamo nella medicina, nella tecnologia e in tutte le scienze, ma non nella violenza, che continuiamo a perpetrare perchè nel circa 10% del tempo in cui l'uomo è presente sulla terra sfrutta gli animali, quindi ci sentiamo legittimati a mangiare e far mangiare ai nostri figli un bel spiedino di agnello ma non quello di cane, perchè non possiamo neanche pensarlo. Non bisogna fare nulla, non si è obbligati a fare nessuna scelta: possiamo però non chiudere gli occhi e scegliere con la vista, con il pensiero e anche con il cuore ciò che secondo noi è giusto e ciò che invece non lo è, fidandoci per una volta delle reazioni del nostro animo a ciò che vediamo.

I cambiamenti non si verificano mai con violenza, ma maturano dolcemente, come dei piccoli germogli.

Giulia Mandrino

 

immagini tratte da: 

http://www.appleblossomfamilies.com/blog/

http://www.nhancephotography.com/

http://www.pattiramos.com/

 

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