Amare il silenzio

della Dott.ssa Gabriella Falcicchio, articolo tratto da "Azione nonviolenta", marzo 2012, anno 49 n.579 "Entriamo in un luogo dell'educazione, chiudiamo gli occhi e prestiamo l'orecchio a cosa si percepisce. Scopriamo ben presto che la maestra della scuola dell'infanzia per farsi sentire da tutti i piccoli (da 20 a 28, in media) alza molto il tono della voce. Che alle primarie e alle medie, urla, quando c'è troppo caos, quando qualcosa è sfuggito al controllo. I bambini e i ragazzi stessi, all'uscita dalla scuola, corrono urlando (liberatoriamente?). Quando i toni sono meno forti, si parla. I bambini parlano in continuazione, quando non devono ascoltare chi li istruisce. Gli adolescenti parlottano, chiacchierano, bisbigliano, ridacchiano. Nelle palestre, troppo grandi e vuote, il livello di rumore è insopportabile. Poi ci sono le aule degli edifici scolastici – l'edilizia peggiore, si sa – rettangolari o quadrate, troppo fredde o troppo calde, troppo grandi o troppo piccole, a volte di cemento, a volte di cartongesso, ma sempre, inspiegabilmente, rimbombanti. I banchi che si spostano fanno rumore, un libro che cade fa rumore. Non è solo un suono, è un suono fastidioso, come fragorose possono diventare le voci dei ragazzi alla ricreazione, quelli costretti dalla circolare di turno a stare in aula, seduti sui banchi a sgranocchiare crackers, o costretti, in una scuola che funziona al contrario, a stare all'esterno, nell'atrio che si riempie di decine, centinaia di ragazzi vocianti, finalmente liberi di raccontarsi le loro cose. Il rumore poi prende i tratti dell'eccesso visivo, andando a ritroso, verso i più piccoli. I nidi, le ludoteche, i centri gioco abbagliano con i mille colori, non c'è un tavolo, una sedia uguale a un'altra e i colori pastello hanno ceduto il posto ai colori forti. Un altro tipo di rumore. Non trovi una parete bianca nemmeno a pagare. Non trovi una parete libera, perché ogni angolo è occupato da foto, disegni, schede, mobili, porta penne, giocattoli: la vetrina della classe, i trofei dei frugoletti. Senza nulla togliere al valore della parola, all'allegria scomposta dei ragazzi, alla gioia sorridente dei piccoli, a me sembra che manchi qualcosa di importante: il silenzio. In tante sue forme. Quando c'è, di solito ci si preoccupa, e a ragione. Se mia figlia sta giocando nella sua stanzetta e non ne sento alcun suono, mi preoccupo: o è successo qualcosa o ne ha combinata una. E se c'è troppo silenzio a scuola, si comincia a percepire un'atmosfera da convento o da caserma. Ma non è questo il silenzio di cui manca la presenza. Maria Montessori ne aveva ben compreso il senso e Aldo Capitini dedica al silenzio le pagine conclusive di Educazione aperta. Per non parlare delle tradizioni orientali sulla meditazione e della pratica mistica ad ogni latitudine.Il silenzio è riposo della mente, spazio di gestazione del pensiero, terreno di coltivazione del desiderio che non si impossessa, attesa del lavorio intimo della persuasione, scoperta di percezioni nascoste, provenienti da dentro e da fuori, liberazione di canali dell'essere occlusi dal rumore della vita attiva. Non è solo l'ascolto intimato dal leader (fate silenzio!), è spazio cavo, generativo, apertura a dimensioni non evocabili dalla parola (che è l'attivatore neocorticale per eccellenza), è lentezza, immobilità, trascendenza. È povertà dell'essere che si spoglia. Ecco, la povertà dell'essere chiede anche la povertà esteriore, la liberante rinuncia agli orpelli (nell'epoca dell'accessorio!), per ritrovare la bellezza anche dei sensi. Sappiamo che quando c'è rumore, non si sente il sapore e l'odore. Allo stesso modo abbiamo bisogno di ritrovare tutti i colori, proprio tutti, dell'esistenza. E tutti i suoni, anche il silenzio. Allora sarebbe bello se nelle scuole, anche dei più piccoli, si lasciassero spazi di parete bianchi, non affollati di cromatismi rumorosi, e che si creassero spazi per ogni tonalità interiore, anche quelle grigie, blu, nere. I bambini hanno bisogno dei loro "angolini" dove attraversare la tristezza, la rabbia, il dolore, il lutto, nel loro silenzio nudo, senza essere disturbati dall'obbligo di tornare felici il prima possibile o dire cosa gli è preso. E ci sarebbe bisogno di tempi senza rumori, da respirare con gli occhi chiusi, fermi, perché dalle nostre scuole sembra che i bambini siano (leggi: debbano essere) sempre allegri e senza ombre, attivi e pronti a ballare appena si accende lo stereo (di brutta musica per bambini), tagliare, incollare, colorare, scrivere, leggere, recitare, rispondere alle domande, raccontarsi a tutti i costi anche quando vorrebbero stare zitti. Dove sono questi spazi e questi tempi silenziosi? Lasciamoli aperti, liberiamoli; scopriremo che la crescita avviene soprattutto allora."

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