Essere un papà single in un mondo di mamme

Si parla molto delle mamme single, e ci sta (in effetti sono moltissime). Si parla molto del lavoro delle madri, che si snoda spessissimo tra casa e ufficio, e che non si limita alle 8 ore canoniche. Si parla molto dei padri assenti. E di quelli single, soli e presentissimi? Di quelli che per scelta, per sfortuna, per tragedie o per strani casi della vita si trovano ad essere nel tradizionale ruolo che le mamme hanno avuto per secoli e secoli di storia? Di loro chi ne parla?

La loro forza è pari a quella delle mamme. Le loro difficoltà sono le stesse. E meritano qualche parola, non credete?

Essere un papà single in un mondo di mamme: cosa significa davvero per un uomo crescere da solo una famiglia, con il bello e il brutto della situazione

“Per me diventare un papà single non è stato molto diverso dal presentarsi ad un primo giorno di lavoro. In un paese straniero. Dove tu non parli una parola della loro lingua”. Questo incipit è carico ed esplicito, e per questo ci ha colpito. A scrivere è John Allan, musicista abbastanza famoso che dopo una carriera sul palco si è dato all’insegnamento della musica negli asili di Los Angeles. Sì, è lui il papà single che porta la sua testimonianza: l’ha fatto sulle pagine di Red Trycicle, e ne è nato un breve racconto veritiero sul cosa vuole davvero dire essere un papà single.

Sin dall’inizio, niente di eroico, ma tutto molto disordinato, proprio come la maggior parte delle vite delle mamme alle prese con bimbi, pappe e pannolini: non appena si è trovato nella situazione, John Allan si è fatto prendere dal panico, e dopo essere andato in un negozio a comprare tutto ciò di cui ci sarebbe stato bisogno, si è iscritto ad un corso per genitori (scoprendo peraltro che in città erano tutti pieni: sintomo di un argomento davvero acceso!).

“Ho imparato così che quando un bambino piange probabilmente è affamato, stanco, sporco, oppure ha bisogno di fare il ruttino. Ho imparato a leggere i segni e a interpretarli. Ho imparato come stringere mia figlia per calmarla”, racconta, “e acquisire la competenza di sapere quale cura è appropriata per una certa età è stato estremamente utile, poiché ho realizzato subito che la mia bambina stava crescendo velocemente e in maniera continua, con un bisogno di attenzione praticamente costante”. Sembra banale? Pensate ad un papà che è completamente estraneo al mondo della maternità e dei bambini, e capirete quanto è difficile. E soprattutto quanto è spaventoso.

Ed ecco che allora in aiuto gli è venuta, non lo nega, anche la Super Nanny della tivù, il programma che in Italia è chiamato “Sos tata”. John non lo nega: lo ha aiutato molto, poiché se all’inizio guardando le puntate era tutto un “Ommioddio, se questo è essere genitori, con figli del genere, voglio scappare!”, di volta in volta capiva che il comportamento dei bambini è riflesso esatto di quello dei genitori. Sono le nostre scelte, insomma, a determinare le loro azioni e le loro abitudini. Ed è quello che ha fatto, riuscendo piano piano a creare con sua figlia un rapporto basato sul rispetto e sull’amore.

Tuttavia, dall’altro lato c’è sempre stato lo spettro del vivere in un mondo nel quale la maternità è prettamente femminile. Insomma, lo spettro dell’essere un papà single in un mondo di mamme.

“In alcune classi del corso che seguivo mi sentivo più accolto che in altre - racconta - poiché alcune mamme si sentivano in imbarazzo, ad esempio, ad allattare con un uomo nella stanza. Lo capivo, ma loro dovevano capire che io avevo bisogno di aiuto tanto quanto loro. E ancora adesso, dopo anni, quando vado al parco con mia figlia a volte tendo a sentirmi a disagio, fuori luogo”.

E, continua: “Alcuni papà devono ancora lottare per il diritto di crescere un bambino in una società che si dispera all’idea che un maschio possa essere colui che si occupa dei figli. Per fortuna sono molti i padri come me, ormai, e la percezione sta cambiando. Anche se possiamo interagire con i nostri figli in maniera differente, ho capito che è proprio come dicono le ricerche, e cioè che i bambini hanno bisogno di entrambi i mondi. E’ vero che non siamo come le mamme, siamo più rudi e crudi”.

E, alla fine, rivela il suo segreto: per lui e sua figlia il punto di contatto fondamentale è stata l’arte. Quando si è trovato ad essere papà a tempo pieno, c’erano moltissimi tempi vuoti da riempire. E così, in maniera naturale, ha iniziato a riempirli di musica, soggetto che interessava moltissimo anche a sua figlia, rappando, cantando, suonando e improvvisando ogni volta che avevano voglia. “Oltre che un’esperienza educativa, per noi si è rivelata la maniera perfetta per rafforzare ancora di più il nostro legame padre-figlia”:

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