Il pensiero divergente: quello che è davvero utile per il futuro dei nostri figli

Quando si parla di ragionamenti, c’è una distinzione tra due scuole di pensiero: quella che prevede il pensiero convergente, più lineare e rigido, e quella detta del “pensiero divergente”, più creativo, meno vincolato e più stimolante. Noi di certo preferiamo la seconda, e ora vi spieghiamo perché.

Il pensiero divergente: perché la teoria di J.P. Guilford ci piace e perché dovremmo orientare i nostri figli a sviluppare il loro pensiero divergente

Per capire in maniera esaustiva la differenza tra pensiero convergente e pensiero divergente basta provare a definirli in maniera semplice. Il pensiero convergente è quello che prevede di arrivare ad una soluzione prendendo un percorso lineare fatto di ipotesi e collegamenti logici. Quello divergente, al contrario, si slega da questi ragionamenti logici per effettuare una sorta di “brain storming” che diano molteplici soluzioni ad un determinato problema.

Insomma: se con il pensiero convergente siamo portati ad analizzare in maniera lineare, sequenziale e rigida una determinata situazione, con quello divergente possiamo spaziare, allargarci, cercare più soluzioni e percorsi alternativi.

 

Cosa significa? Significa che con il pensiero divergente riusciamo a immergerci in più situazioni, ad essere più creativi e a sviluppare una capacità di problem solving meno legata alla logica e più svincolata alle regole preimpostate. In altre parole, il pensiero divergente può essere collegato direttamente alla creatività, di cui è quasi un sinonimo.

Questa teoria fu sviluppata da J.P. Guilford nel 1950, che la divulgò attraverso un articolo pubblicato sulla rivista “American Psychologist”, intitolato “Creativity” (vedete come questa parola continua a tornare?). Lo psicologo definì il pensiero divergente come un tipo di ragionamento non comune strettamente legato alla creatività, poiché esattamente come quest’ultima esso porta a raggiungere qualcosa di nuovo a cui non si era pensato, rompendo gli schemi e i modelli già esistenti e mettendo sul piatto qualcosa di nuovo. Non a caso, già negli anni Cinquanta Guilford osservò come i ragazzi con tendenza al pensiero divergente si specializzassero poi, una volta al liceo, nelle materie più creative e umanistiche, mentre quelli dediti al pensiero convergente atterrassero in maniera naturale sulle materie scientifiche.

Insegnare sin da piccoli ad utilizzare questo tipo di pensiero, che se ci pensiamo segue la naturale inclinazione creativa dei bambini, significa quindi spingere i nostri figli a sviluppare una capacità incredibile che gli tornerà utile per tutta la vita, tanto nei processi creativi (se ci pensiamo gli artisti fanno proprio questo: esplorano tutte le possibilità per esporre le loro idee) quanto nella vita quotidiana e nel lavoro. Questo perché il pensiero divergente non è fine a se stesso, ma aiuta a sviluppare determinate abilità che il pensiero convergente al contrario limita moltissimo.

Stiamo parlando dell’originalità, chiaramente, e cioè della capacità di trovare nuove idee e soluzioni innovative che pensando in maniera tradizionale non si scoprirebbero; ma anche della fluidità del pensiero (e cioè l’abilità a dare molte più risposte ad una domanda, senza fossilizzarci su quelle ovvie), della flessibilità nello svincolarsi dalle categorie preimpostate (che significa spaziare tra gli argomenti anche se questi apparentemente non si toccano) e della capacità di elaborazione e di concretizzazione delle proprie idee.

Non dimentichiamo, poi, che anche a livello sociale ed educativo il pensiero divergente porta benefici inestimabili: spaziare tra gli argomenti, mescolandoli senza regole, significa anche sapersi mescolare con l’altro, ascoltando più punti di vista, cercando non l’univocità ma le differenze. Una capacità, questa, strettamente legata all’empatia, caratteristica a nostro parere imprescindibile per crescere buoni esseri umani.

Come dicevamo, il pensiero divergente porta spesso a prediligere materie e lavori più creativi e umanistici, mentre quello convergente porta quasi inevitabilmente a preferire i campi scientifici. Tuttavia questa è una distinzione che andrebbe messa da parte, poiché se ci pensiamo in realtà il pensiero divergente porta benefici a tutti, sia a chi è di natura più creativo, sia chi è più rigidamente scientifico. Questo perché la capacità di ragionare fuori dagli schemi e di trovare soluzioni innovative ai problemi non è un “plus” utile solo ai creativi: tutti, alla fine, anche occupandosi di matematica e di ingegneria, ne traggono beneficio.


Ecco perché sarebbe opportuno puntare su questo pensiero divergente, soprattutto in ambito scolastico. Perché il pensiero divergente non è una dote dalla natura (o almeno non solo), ma è un’attitudine che si prende e che bisogna allenare nel corso del tempo. Nelle nostre scuole, tuttavia, è il pensiero convergente ad essere molto più utilizzato e spinto, mentre il pensiero divergente viene relegato a quelle poche materie considerate puramente artistiche. La matematica, è logico, almeno nei primi anni non può che essere insegnata se non attraverso un pensiero lineare e strutturato (x è x, 2+2 fa quattro), ma chi l’ha detto che la capacità di divergere e spaziare non possa andare a beneficio anche dei futuri ingegneri?

Se gli insegnanti iniziassero a considerare la creatività e il pensiero divergente non come meri strumenti per l’arte, la musica o le materie umanistiche (che tuttavia, oggi come oggi, sono spesso divulgate attraverso un pensiero ancora convergente), ma come opportunità di sviluppare un pensiero utile per tutta la vita, i bambini imparerebbero sin da subito che esistono più soluzioni plausibili per tutto, che un problema ha più possibilità di essere risolto, che fare vagare la mente è un vantaggio. 

Lasciamo quindi che i bambini facciano passeggiare la loro mente, ronzando di idea in idea, cercando soluzioni meno meccaniche e sviluppando una loro capacità critica. Sarebbe un dono incommensurabile!

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